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Yoshiyuki Tomino: conferenza stampa al Foreign Correspondents’ Club of Japan – prima parte

Interessantissima intervista a Yoshiyuki Tomino tradotta dall’inglese in esclusiva per Nanoda da Gualtiero Cannarsi, solo su Nanoda. Di seguito troverete la prima parte dove il famoso regista/autore si racconta confrontandosi con la cultura anime e manga giapponese.

tominointervista

Disclaimer:

  • Il testo dell’intervista è stato tradotto a partire da una trascrizione inglese. Poiché l’originale giapponese non è risultato disponibile, e quindi non verificabile, è possibile che la traduzione italiana riporti errori derivati dalla trascrizione inglese.
  • La traduzione italiana è a cura di Gualtiero ‘Shito’ Cannarsi in esclusiva per Nanoda.com. Se ne autorizza la riproduzione strettamente parziale e citazionistica previo inserimento di link a questa pagina. La riproduzione integrale del testo non è in nessun caso consentita senza esplicita autorizzazione dell’autore e di Nanoda.com.

Yoshiyuki Tomino, autore, sceneggiatore, regista, nasce il 1941 a Odawara, Giappone. Tra le opere più importanti ricordiamo: Zambot 3 (1977), Vultus 5 (1977), Daitarn 3 (1978), Mobile Suit Gundam (1979), Overman King Gainer (2002)

7 luglio – Foreign Correspondents’ Club of Japan

Salve, sono Tomino. Mi hanno appena presentato.

Oggi vorrei parlarvi un po’ della mia carriera, del mio background, e vorrei parlarne nel contesto di come la cultura dei manga e degli anime è vista in Giappone. Con questo non intendo dire che mi io preoccupi necessariamente del modo in cui i fumetti giapponesi e gli anime giapponesi siano rimirati attualmente. Ho alcuni pensieri al loro riguardo e oggi ve ne parlerò.

Quand’ero piccolo, e ovviamente mi mi sto riferendo a un periodo dai cinquanta ai sessanta anni fa, essenzialmente i manga esistevano, ma erano una cosa che veniva letta in fretta e poi gettata via. Se ne trovavano nei cestini dei rifiuti in ogni casa. Inoltre, non c’erano anime come li conosciamo oggi. Quel che avevamo erano manga animati, ovvero cartoni, chiaramente. C’erano anche delle opere più lunghe create dalla Disney. Ma in generale il mondo dell’animazione, il mondo dei manga, non veniva considerato come un’arte elevata.

Come ho detto prima, a quel tempo gli unici lungometraggi d’animazione erano tutti prodotti Disney. Infatti, ho dei bei ricordi di scuola elementare in cui avendo una sessione di visione cinematografica ci andavamo con tutta la classe. Ogni classe sarebbe andata al cinema per vedere questi lungometraggi Disney. Erano l’unico genere che ci era concesso di vedere. Retrospettivamente, però, riesco a capire che forse tutto ciò era parte dell’opera di educazione diretta dal GHQ, le forze militari d’occupazione giapponese. In altre parole, sentivo che quei film, ora che ci ripenso, erano qualcosa di obbligatorio. Non obbligatorio per i giapponesi, ma dato da guardare ai giapponesi, così che i giapponesi ne avrebbero assimilato le lezioni.

Tuttavia, se ripenso alle mie prime reazioni alla visione di quei lungometraggi -avrò avuto circa dieci anni-, mi ricordo che ero comunque estremamente toccato dalla tecnologia e dalla perseveranza delle persone che avevano realizzato quei film. Dopotutto, quei film animati erano disegnati tutti a mano. Erano tutti belli a colori, ed erano una cosa meravigliosa a cui potei assistere. Non avrei potuto assistervi, se la scuola non mi avesse mandato a vedere quei film.

Che si trattasse di Bambi, Cenerentola o Peter Pan, c’erano certe cose che mi infastidivano. Una era che in tutti quei film, avevo la sensazione che i movimenti fossero molto sconclusionati. Un’altra cosa che mi dava fastidio di quei film è che le storie erano troppo semplicistiche, il tipo di storie con cui si sarebbe potuto ingannare dei bambini. E sentii che finché quei due problemi non fossero stati risolti, quei film manga, quei film animati non sarebbero stati in grado di guadagnarsi cittadinanza, o legittimità, nel mondo cinematografico.

Vorrei sottolineare di nuovo che per quanto avessi delle riserve sui film Disney, provavo un tremendo senso di reverenza e ammirazione per i produttori e per la struttura che era stata posta in essere e aveva permesso la realizzazione di simili film. Perché, dopo tutto, non si trattava di cose digitalizzate, computerizzate… delle persone avevano disegnato ogni cel a mano. Il che aveva richiesto delle tremende capacità, aveva richiesto una struttura molto solida e aveva richiesto una tremenda perseveranza.

Quanto alla mia prima presa di coscienza delle potenzialità dei manga, accadde quando avevo circa undici anni. Fu allora che iniziai a leggere la serie di ‘Tetsuwan Atom’, scritta dal famoso autore di manga, il signor Tezuka Osamu. Per la prima volta, sentii che i manga potevano essere qualcosa che si poteva leggere, qualcosa con della sostanza.

Potrà sembrare un paradosso, ma penso che la ragione per cui fui tanto attratto da ‘Tetsuwan Atom’ fu che utilizzava molte delle caratteristiche dei film Disney. In altre parole, il personaggio di Tetsuwan Atom aveva molte qualità simil-Disney. Sebbene mi riscoprii attratto da Tetsuwan Atom, provai anche un senso di grande frustrazione, poiché realizzai che mi ero innamorato di qualcosa che era stato creato dagli Stati Uniti, che erano ovviamente il paese che ci aveva portato a perdere la guerra.

Comunque, vorrei sottolineare ancora che io mi innamorai di ‘Tetsuwan Atom’, che fu senza dubbio il primo indizio che i manga avrebbero potuto essere qualcosa da celebrare, che avrebbero potuto essere parte di una cultura, essere parte della vita cittadina, essere parte della società moderna. Credo di avere imparato enormemente da ‘Tetsuwan Atom’, e credo che mi abbia fornito il fondamento dei fumetti che sono capace di produrre oggi.

Dopo che mi laureai all’università, entrai alla Mushi Productions, la casa di produzione che apparteneva al signor Tezuka Osamu. Vorrei chiarificare che non entrai nella ditta perché fossi un grande fan del signor Tezuka, ma perché quella era la sola ditta che mi avrebbe assunto.

A ripensarci, è un po’ una coincidenza che io sia stato in grado di entrare in quella compagnia. Avevo studiato cinema per quattro anni. Beh, quantomeno ero stato al dipartimento di cinema per quattro anni; non so se avessi realmente studiato. Ma realizzai che se volevo essere coinvolto in qualsiasi modo con il cinema, quella era l’unica ditta in cui sarei potuto entrare, e la sola ditta anche remotamente connessa al cinema che mi avrebbe assunto.

Uno dei grandi shock e sorprese che ebbi entrando alla Mushi Production fu il rendermi conto che c’erano i film Disney da una parte, che erano molto luminosi e pieni di movimento, e dall’altra c’erano le opere di Tezuka Osamu, che non avevano affatto quel tipo di movimento. Erano film manga, ma erano fondamentalmente immagini statiche che venivano più o meno mostrate l’una dopo l’altra e riempivano venti e qualcosa minuti per fare un film.

Tuttavia il fatto che si trattasse del miglior lavoro che avrei potuto ottenere mi riempiva di grande frustrazione, grande tristezza, grande rimpianto. Detto ciò, mi resi comunque conto che quello era il limite delle mie capacità. Non avevo il talento per entrare in nessun altro campo o nessun’altra compagnia. Nonostante ciò, lavorando in quel campo, incominciai a imparare molte cose interessanti.

Ciò che imparai fu che quelle opere di Tezuka non avevano il tipo di movimento che si vedeva nelle animazioni Disney. Però, se si mostravano quelle immagini o quei manga su uno schermo televisivo, le persone che li guardavano erano immerse nel tempo reale, quindi il tempo scorreva anche se i personaggi effettivi non si muovevano. Ciò che imparai fu che se si impiegava un approccio cinematico nella costruzione delle storie, si riusciva a trasmettere un senso di movimento.

In altre parole, quel che intendo dire è che anche se non si trattava di immagini in movimento, se si costruiva le opere da un punto di vista cinematico, si otteneva una buona struttura cinematica e una buona tecnica narrativa cinematica. E allora si poteva creare un vero film dinamico.

La cosa successiva che imparai col mio lavoro fu nell’avere l’opportunità di essere per la prima volta il responsabile di una serie televisiva, il che significa che ero responsabile di decidere l’andamento della storia. Nel che vi era una tremenda responsabilità, perché per la prima volta mi veniva richiesto di utilizzare l’etere pubblico per raccontare una storia. Quindi ragionai grandemente su questo concetto, e pensai: che tipo di responsabilità comporta?

Non ho i dettagli e non ricordo i libri esatti che lessi, ma feci una gran quantità di ricerche su come scrivere letteratura per l’infanzia. Ci fu una riga che rimase impressa a fuoco nella mia memoria e che fornisce davvero il fondamento di tutto il mio lavoro, ancora oggi. La riga fondamentalmente diceva qualcosa che suonava tipo: “Se avete qualcosa di importante da dire a un bambino, metteteci tutto il vostro animo. E un giorno il bambino se ne ricorderà e capirà.”

Il modo in cui la interpretai fu che a prescindere dal genere con cui si lavora, a prescindere che si tratti di animazione o altro, se si ha una storia da raccontare, la si deve raccontare schiettamente al proprio pubblico. Mettendoci dentro tutto sé stesso. Non si deve mentire, non si deve nascondere nulla stupidamente, non si deve esitare, bisogna semplicemente metterci tutta la propria passione e la propria sincerità.

E’ stato sulla base di questa filosofia fondamentale che ho iniziato a sviluppare il mio lavoro di specialista, come specialista nel campo dei robot giganti. E la ragione per cui scelsi quel campo è che mi permetteva di creare storie originali.

In altre parole, ricevevo uno stipendio. Ero in grado di pagarmi da vivere, eppure nello stesso tempo, anche se ricevevo uno stipendio, potevo lavorare alla creazione di una storia ogni settimana, tutte le settimane. Fu un modo meraviglioso per fare allenamento. Quindi quello che voglio dire è che non mi sono dedicato a questo lavoro per così tanti anni semplicemente perché mi piaceva, ma che ci furono anche altri fattori.

Qualcuno mi chiede “perché?”. In effetti, me lo chiedo anch’io. Perché non ho la carriera e il successo che ha ottenuto una persona come il signor Miyazaki Hayao? Ovviamente, lui è il capo dello Studio Ghibli e, chiaramente, lui ha vinto un Oscar con la sua opera. Siamo della stessa età, e mi faccio questa domanda piuttosto spesso. Ma alla fine, credo che lui sia un vero autore e io no. In altre parole, c’è una tremenda differenza tra le nostre capacità e non posso negare che sia vero.

Chiaramente, mi sono specializzato nel genere robotico per oltre trent’anni, e guardandomi indietro, mi rendo conto che sono stato molto fortunato a lavorare su questo genere, perché è molto versatile. Non ti permette mai di annoiarti, perché -se ci pensate- abbiamo avuto giocattoli e mecha d’ogni genere. Vi si può anche impiegare animazione d’ogni tipo. In questo campo si può impiegare ogni tipo di storia che si voglia, così non mi annoio mai. Imparo molto.

Dicendo che si può impiegare ogni tipo di storia si voglia, quello che vorrei sottolineare è che per molti autori, o per molte persone che creano opere, la tendenza è focalizzarsi semplicemente sul pubblico adulto. E la tendenza è di diventare più introspettivi e egocentrici, e più focalizzati. Piuttosto spesso, poiché gli esseri umani sono animali sociali, la tendenza è di pensare solo alle cose su una scala molto ristretta, che riguardi gli esseri in una certa situazione e in un dato tempo, di prendere in considerazione solo le persone che si hanno intorno. L’avere potuto occuparmi del genere robotico, e l’avere potuto occuparmi di storie di tutti i tipi, significa che non sono stato limitato a questo tipo di storie introspettive ed egocentriche focalizzate sugli adulti. Un altro problema che vedo in molte opere che sono dirette soltanto al pubblico adulto e che tendono a essere focalizzate solo su situazioni temporenee e questioni transitorie.

Penso che in questo senso io abbia imparato grandemente tramite il mio lavoro. Infatti, ho recentemente appreso le parole della famosissima teorica politica Hannah Arendt, e mi sento molto solidale con alcune delle cose che ha detto. Per esempio, lei ha denotato come sebbene ci siano molte, molte persone al mondo, c’è solo una manciata di persone che possiedano capacità di pensiero critico e che possano produrre giudizi in proprio. E’ una cosa che avverto con grande acutezza.

Quello che sto dicendo è che, come ben saprete, quantomeno in Giappone manga e anime si sono sviluppati al punto di essere seguiti da molti adulti. Tuttavia, e dato che sono profondamente coinvolto in questo campo suona un po’ paradossale, come persona della mia generazione, guardando la situazione corrente provo un senso di angoscia. Avverto un senso di pericolo nel fatto che, per quanto meravigliosi manga e anime siano, se si è immersi soltanto in quei due generi, non si diventerà a propria volta in grado di creare un’opera.
il limite del loro interesse, e il tipo di opere che producono è molto stereotipato. In altre parole, quando guardo qualcuno degli anime e manga che ci circondano oggi, non riesco davvero a considerarli così ricchi e diversificati nei contenuti. Quindi, se in futuro mi sarà data l’opportunità di creare un’altra serie come Gundam, avrei in mente un concept che mi piacerebbe realizzare.

Come ho detto prima, c’è una teorica politica, Hannah Arendt, che ammiro profondamente. Lei ha scritto a proposito delle potenzialità del totalitarismo. Quello che vorrei fare, se mai avessi l’opportunità di creare un’altra serie tipo Gundam, è di usare questo tema: le potenzialità del totalitarismo e i suoi pericoli. Profonderei questo nell’opera e racconterei la storia del totalitarismo e dei suoi pericoli con un anime di robot o personaggi carini.

Ho un senso di enorme apprezzamento per Gundam e la relativa serie, perché mi ha permesso di maturare così che ho potuto infine arrivare ad avere questo tipo di coscienza e questo tipo di sensibilità, così che ho potuto imparare a fare considerazioni come quella che ho appena fatto. Gundam ha giocato un importante ruolo nella mia vita. Gliene sono davvero grato e sono anche grato per il fatto che mi ha permesso di venire a parlare dinanzi a voi oggi. Vi ringrazio.

Traduzione di Shito

Continua…

Autore: Pufferbacco

Scritto da Pufferbacco il nelle categorie: Editoriali