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Lucca Comics 2018: Press Café con Leiji Matsumoto

Immagino che dopo gli articoli sui press Café di Junji Ito e di Mikio Ikemoto, un po’ tutti steste attendendo l’ultimo appuntamento con l’ospite nipponico più noto di tutti, che nel corso degli anni è riuscito a raccogliere consensi e fandom nelle sue Space Opera a livello mondiale, ovvero il sensei Leiji Matsumoto, creatore di Galaxy Express 999, Capitan Harlock, Queen Millennia e creatore assieme a Yoshinobu Nishizaki di Corazzata Spaziale Yamato, che nel corso degli anni hanno ricevuto restyling grafici grazie al mondo dell’animazione.

Ecco le domande poste dai vari inviati della stampa e le risposte che ci ha dato il sensei!


Che ne pensa di Lucca e dalla nostra cultura occidentale per la realizzazione delle sue opere?

Sono contento di trovarmi qui, sin da bambino ho sempre amato l’architettura europea, come quella che c’è qui a Lucca e mi è sempre piaciuto disegnarla. In realtà anch’io ho fatto tanti errori e la qualità dei miei disegni non è mai stata eccelsa, ma ho sempre pensato di disegnare perché mi piaceva. Mi interessava molto la storia e soprattutto quella dell’europa. Sin dalla scuola elementare e anche più tardi, dai quindici anni in poi, durante la scuola media, vedevo molte riviste e fotografie e spesso finivo per sognare quello che vedevo in foto, che poi riprendevo nei miei disegni. Sognavo molto i luoghi i posti europei e la storia e semplicemente ho rimesso su carta quello che ho sempre desiderato fare.

Quest’anno è stato un anno in cui le sue serie in Giappone sono state tantissimo presenti. È stato ospite di un episodio della serie Oh My Jump!, c’è stato lo stage play dove erano presenti Harlock, Emeraldas e tutti gli altri suoi personaggi, è stato girato in presa diretta un episodio di Galaxy Express, e la cosa che ci rende più contenti è che abbia ripreso a disegnare Galaxy Express 999. Ci può parlare di questi progetti e che intenzioni ha nella continuazione del manga?

Tutte le storie che ho fatto, per me sono come un viaggio infinito. Harlock, Emeraldas e Galaxy Espress sono tutti parti di un puzzle, un’unica grande storia e non ho intenzione di scrivere un finale, perché vorrei che questo viaggio non arrivasse mai al capolinea. Per i progetti futuri ho intenzione di continuare a scrivere queste storie anche perché scrivere dello spazio storie di personaggi è per me come imparare qualcosa, un processo che non voglio chiudere.

Nella maggior parte delle sue storie c’è sempre un elemento Western. Vorrei sapere se questi elementi, che abbiamo riscontrato in Galaxy Express 999 e Capitan Harlock, effettivamente derivano da Sergio Leone e dagli Spaghetti Western.

Più che un regista in particolare, da piccolo vedevo tantissimi film americani e mi piacevano anche tanto i film italiani in stile western, come quelli di Sergio Leone, tutti questi film finivo per sognare di notte, per cui rielaborando a questo modo, finivo per fissarli in disegno. Mi piacevano un mondo soprattutto le pistole, e collezionarle. Una cosa che amavo tanto nei film italiani era proprio un certo romanticismo, e questo si può notare tanto all’interno di ogni mia opera. Soprattutto alle scuole superiori ne vedevo sempre tantissimi.


Secondo lei è cambiato e come è cambiato lo spettatore di serie di fantascienza?

Io in realtà ho sempre scritto per le persone che le leggono, per cui ragiono come fossi anche il lettore. Quello che metto su carta sono le mie idee. Molti artisti scrivono a modo proprio per un determinato pubblico. Per me disegnare è come un processo bilaterale, un po’ venendosi incontro.

Il film di Capitan Harlock è stato trasmesso nel 2013, quanto crede sia cambiato il mondo da allora?

Il mondo non è il problema che il mondo sia o meno cambiato. Vorrei che il mondo non avesse bandiere e che i cambiamenti non influenzino le popolazioni. per me questo non è più il momento di differenze di religione, razza e paesi. E’ il momento di unirci e imparare dalla storia che abbiamo vissuto e studiato, proteggendoci a vicenda, divenendo una popolazione unica. Non è più il momento di litigare tra noi, ma lavorare assieme per andare avanti e proteggere il pianeta e l’ambiente che ci circonda. Cerco sempre di mandare questo messaggio quando disegno, che si possa andare tutti d’accordo e che si possa lavorare per un futuro assieme. Non vedo divisioni o cambiamenti tra la persone.


Una frase che ha detto quando è stato a Venezia e che mi ha colpito molto è “I giovani non dovrebbero mai vergognarsi di piangere, l’unica cosa di cui dovrebbero vergognarsi è arrendersi!” e mi ha ricordato una frase di Phantom Harlock… “Finché si continua a credere nei propri sogni, la propria vita non sarà mai stata in vano!” quanto puo’ essere importante questo insegnamento adesso, in cui i giovani sembrano sognare sempre meno e l’umanità assomigliare a quella invecchiata che finisce per dimenticarsi di Harlock?

Non è cambiato il mio pensiero. Tenetevi stretti i sogni, visto che quelli che fate serviranno a portarvi a raggiungere un futuro migliore. Credete nei vostri sogni e portateli avanti, perché la vita è fatta per “vivere” non per “morire”. Non esiste nessuno che nasca per morire, ma tutti nasciamo per vivere. Il messaggio è “Oggi posso perdere, può essere una brutta giornata e posso subire una grave sconfitta, ma senza vergogna bisogna pensare che domani sarà migliore e potremo rialzarci e riprendere a combattere per i nostri sogni.”

Nelle sue rappresentazioni del futuro nello spazio ci sono sempre elementi passati, come la Yamato o un vecchio treno a vapore come il Galaxy Express 999, come mai questa scelta?

A quei tempi disegnavo quei treni perché erano quelli che disegnavo a 18 anni, quando vivevo nel Kyushuu. Disegno anche navi spaziali più moderne, ma quei treni fanno parte della mia esperienza personale e ci sono affezionato. La mia famiglia era abbastanza povera, per cui non potevo permettermi di prendere troppi treni, per cui li osservavo e ammiravo soprattutto sulle riviste. Per farmi conoscere, mandavo disegni alle case editrici di Tokyo e un editor mi aveva contattato, ma non avevo i soldi per prendere il treno. Per riuscire a comprare il biglietto di sola andata ho dovuto mettere assieme tutti i miei risparmi e quello è stato per me un viaggio del sogno. Ai miei tempi non c’era lo Shinkansen e il treno che mi ha portato a Tokyo per il primo contatto con una casa editrice ci metteva ventiquattro ore per arrivare, si chiamava Locomotiva a Vapore C-62 ed è il modello su cui ho basato l’aspetto del Galaxy Express 999. Una volta ottenuta la fama ho disegnato tante altre cose, sono stato a bordo di un Concorde e sono stato in Africa a Machu Picchu e ho fatto tantissime cose. Tutte le mie esperienze le potete ritrovare nei miei manga. Ho sempre lavorato così con tanto impegno e anche adesso lo faccio.


Ci puo’ parlare la sua esperienza ne “La Corazzata Spaziale Yamato”?

Quando mi hanno chiesto della serie animata della Yamato non avevo idea di come sviluppare la cosa, ma per me era una grande opportunità per cominciare a lavorare sugli anime. Volevano una storia ambientata nello spazio, per cui ho preso a modello la nave originale della Seconda Guerra Mondiale, che poi è stata trasformata con il motore ad onde concentriche per renderla una nave spaziale. Dato che volevo ambientare la storia nello spazio ho aggiunto componenti fantascientifiche. I personaggi, come succede spesso in tutte le mie opere, sono ispirate su personaggi che conosco realmente, come il Comandante Juzo Okita, ha un po’ il volto di mio padre, mentre Susumu Kodai ricorda un po’ mio fratello minore.

Ha parlato di cadere e rialzarsi, io pratico kendo qui a Lucca, dove c’è una scuola che opera da oltre 25 anni, vorrei sapere se nei suoi sogni e nelle sue tradizioni c’è anche un’arte marziale a cui fare riferimento.

Il mio è il credo del samurai, ovvero “Non scappare mai! Scegli la tua strada e continua a percorrerla anche nei momenti di sconfitta!” Io discendo da una famiglia di samurai, quand’ero piccolo a volte mi è capitato di venire rimproverato duramente, ma ho sempre creduto in questa filosofia e mi sono sempre rialzato con coraggio. Questo è vero soprattutto per quanto riguarda la Seconda Guerra Mondiale e dei disastri causati dalle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Io sono del Kyushu, dove si trova Nagasaki. Inizialmente avrebbero dovuto sganciare la bomba atomica dove vivevo io, ma a causa di condizioni atmosferiche avverse, hanno poi optato per Nagasaki. Quindi io e i ragazzi della mia zona ci consideriamo dei sopravvissuti miracolati. Personalmente conosco amici e parenti di amici morti durante lo sgancio e in seguito alle radiazioni causate dallo scoppio. Avendo vissuto quella storia, col suo dolore e sofferenza ho fatto tanta esperienza, proprio grazie a questo, metto sempre su carta questi messaggi. Un altro messaggio molto forte e forte d’ispirazione che mi è rimasto impresso è quello lanciato da Scarlet (Rossella da noi in Italia) O’Hara in “Goes with the Wind” (da noi noto come “Via col Vento”), quando strilla “I never be hungry again!” (Non soffrirò mai più la fame!”), che mi ha portato a pensare allo stesso modo “Non mi arrenderò!”. Questo messaggio l’ho anche avuto da Miyamoto Musashi.

L’essere entrato nel mondo dell’animazione relativamente tardi ha influito sulle storie che ha ideato?

Quando ho iniziato a scrivere manga avevo 15 anni, mentre sono entrato nel mondo degli anime a 36 anni, e a quell’età guardavo gli occhi con gli occhi di un adulto del dopoguerra, per cui ero abbastanza influenzato dalle mie esperienze. L’idea era di scrivere qualcosa sulla speranza e ambientato nello spazio.


Come mai nelle sue opere sono così importanti i personaggi femminili, che spesso sono figure forti e portatrici di messaggi?

Nella prima opera che avevo disegnato mi è stato detto che non stavo disegnando come si deve i personaggi femminili, per cui mi sono molto impegnato a disegnarli, ma probabilmente era qualcosa che covavo dentro di me, nei miei geni, perché nella mia infanzia c’era una donna di origine europea. Anche prima di vederla, mi sono accorto che riuscivo a disegnarla senza averla sotto agli occhi. Anni dopo sono uscite delle foto in un tempio dove c’erano diverse donne europee, senza neppure immaginarlo, forse proprio per la vicinanza che i miei antenati hanno avuto con tali figure, o scoprire che avevo questo immaginario dentro, riuscendo a disegnarle molto facilmente. Ho tratto ispirazione da “Marianne de ma jeunesse”"Marianne della mia giovinezza” (prodotto nel 1955 e basato sul romanzo tedesco del 1932, Schmerzliches Arkadien [titolo francese: "Douloureuse Arcadie", "Dolorosa Arcadia"], di Peter de Mendelssohn), di Julien Duvivier, e la protagonista mi ha molto colpito e ispirato. Parla di una studentessa svizzera di arte, Marianne Hold. Ma più che per carattere, per l’aspetto fisico. A un certo punto mi è sembrato quasi che istintivamente riuscissi a disegnare i personaggi femminili a quel modo.

Prima ha fatto riferimento al periodo post bellico. Ci puo’ dire come ha influenzato le sue opere e poi del periodo del boom economico e tecnologico che ne ha fatto seguito?

Parlando di quell’epoca mi riferisco al messaggio di prima, ovvero non mollare. A quell’epoca era molto presente nella società giapponese questo messaggio, e la gente lavorava molto, sostenendosi a vicenda, il che penso che abbia provocato il boom economico. Nel mio cuore ho sempre avuto questo messaggio e l’idea di non tradire mai i miei amici, visto che io sostenevo loro e loro me, un po’ come il motto dei moschettieri, “Uno per tutti e tutti per uno!” In questo senso è un atteggiamento che ho sempre avuto quando ero bambino.

Prima ha detto che nella figura di Juzo Okita dipingeva il volto di suo padre. Suo padre, che era un pilota, le raccontava della guerra e della Yamato?

All’inizio mio padre volava con i francesi, ma poi c’è stata la guerra e molti suoi amici, circa tre quarti, non sono tornati. Mio padre è tornato cambiato dalla guerra, anche perché molte persone accanto a lui non vedevano tornare il proprio figlio o il proprio marito. Il messaggio che ha portato con sé e che mi ha fatto ereditare è proprio quello che siamo nati per vivere e non per morire, e che la guerra non deve succedere mai più e non si deve ripetere! Quel messaggio è in realtà il messaggio che mi ha dato mio padre quand’ero ragazzino, mentre mi spronava. Se c’è una persona da cui ho preso ispirazione per il mio messaggio credo sia proprio mio padre. Per cui pensando a questa figura paterna ho creato Juzo Okita che è ispirato a mio padre non solo fisicamente ma anche di carattere.

Per concludere, vorrei aggiungere che ho nominato il Galaxy Express col numero 999 per lasciare un senso di incompletezza. Il numero 999 è quasi 1000, un numero intero, ma di poco non ci arriva, questo per dare un senso di giovinezza, di acerbo e aperto. Inoltre, vedendo questa architettura e le strutture di questa bella città, queste erano cose di cui prima avevo solo sentito parlare da mio padre nei suoi racconti, visto che era già stato in Francia e Italia durante la guerra. Ma non ne sono rimasto stupito la prima volta, perché credo che mi siano entrate dentro attraverso le storie di mio padre e mi siano in qualche modo familiari, come in un deja vu.


Bene, anche questa è fatta, e con le interviste  Lucca Comics & Games siamo al giro di boa.

A breve pubblicheremo un paio di cosette che sicuramente potranno stuzzicarvi, quindi, restate con noi! XD

Autore: Shinji Kakaroth

Scritto da Shinji Kakaroth il nelle categorie: Convention, Intervista