Manga
holly
  • Numero Capitoli: 26
  • Ultimo capitolo: Rivali, guerre, amici.
  • Serie: Captain Tsubasa
  • Personaggi: Genzo Wakabayashi/Benjamin Price, Hermann Kaltz, Karl Heinz Schneider, Taro Misaki/Tom Becker, Personaggio originale femminile, Personaggio originale maschile
  • Genere: Introspettivo, Romantico, Sportivo
  • Avvertimenti: Lemon
  • Rating: SS
  • Conclusa: No
  • Round Robin: No
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Capitolo 1 - Parte 4

 

Dopo un po' che stava camminando, immerso nei suoi pensieri, decise che era meglio procedere con calma e rallentare il passo, dato che, anche se a prima vista non sembrava, la Poppenbütteler Weg era un falsopiano piuttosto insidioso che, alla lunga, avrebbe ulteriormente provato la resistenza delle sue gambe, e lui era già abbastanza stanco; Genzō era ben consapevole delle sue capacità così come dei suoi limiti: per quel giorno era meglio non strafare. ~ O domani, sarò a pezzi sul serio. ~ La giornata era stata piuttosto intensa, sotto tutti i punti di vista; si era trovato ad affrontare molte novità e ora doveva riuscire ad elaborarle.

La scuola non era male, tutto sommato; sì, aveva già avuto occasione di visitarla, quando erano andati per l'iscrizione con il despota, ma essendo già estate e l'anno scolastico terminato, l'avevano trovata praticamente deserta; oggi, invece, piena di gente e pulsante di vita, gli aveva fatto un'impressione completamente diversa, sicuramente stimolante. I compagni, considerando la struttura privata, l'estrazione sociale, eccetera, li aveva classificati, già a priori, "snob"; in classe, invece, non aveva notato nessuno sguardo ostile o percepito arie di superiorità, anzi, aveva avvertito una piacevole sensazione di accoglienza.

~ Sono partito prevenuto, vero ~ però non gli dispiaceva affatto essersi sbagliato. A parte l'ostruzionismo dei suoi compagni di squadra, certo, ma quella era un'altra storia. Sebbene sia Frau Meyer la ‘nazista' che l'estroverso Herr Möller gli fossero piaciuti entrambi, ognuno alla loro maniera, era ancora presto per fare una valutazione sugli insegnanti; domani, se non ricordava male, di nuovi avrebbe conosciuto Inglese e Scienze.

~ Scheiße! ~ gli balenò improvvisamente ~ Valutazione, Tiranna, domani... ~ quelle tre parole gli ricordarono il tema. Circa una settimana prima dell'inizio delle lezioni, era tornato dal campo estivo giusto da qualche giorno e pensava di potersi godere un meritato periodo di totale rilassamento, era arrivata una comunicazione scritta della "Jenisch": l'insegnante di Tedesco richiedeva un componimento scritto, a tema libero, da consegnare il primo giorno di lezione, che non avrebbe però fatto media scolastica, ma sarebbe servito ad una prima sommaria valutazione del suo livello di conoscenza della lingua. Così, aveva dovuto dire addio anche a quella piccola, agognata, pausa.

Passò tutta la mattinata successiva a scervellarsi, ragionando su cosa diavolo scrivere ma senza concludere nulla; decise allora di andare a correre, sperando che l'aria fresca portasse consiglio, ma... niente, nella sua testa regnava il vuoto assoluto. Lo stesso fece per tutta la settimana seguente: cercò spunti informandosi sui fatti di attualità al telegiornale, ma poi rifletté che, vivendo in occidente da troppo poco tempo, non sarebbe riuscito ad affrontarli con sufficiente coerenza; pensò di fare la recensione di un libro, ma poi stabilì che sarebbe risultato alquanto banale; prese anche in considerazione l'argomento calcio, ma poi realizzò che avrebbe finito per partorire un saggio e non più un tema.

Così, alla fine, dopo aver considerato e successivamente scartato un'idea dopo l'altra, aveva scritto di getto, giusto la sera prima del "giorno", e come argomento aveva usato l'unica cosa cui solitamente cercava, invece, di evitare di parlare: se stesso. E aveva, infine, riempito un protocollo e mezzo, chiedendosi filosoficamente ~ Sarà troppo, o troppo poco? ~ Decise quindi che si sarebbe tenuto il dubbio e non lo rilesse nemmeno, tanto non avrebbe preso il voto; tanto, tutto ciò che aveva scritto, lo ricordava fin troppo bene e, soprattutto, lo viveva ogni giorno ormai da tempo.

Quella stessa sera aveva potuto soltanto augurarsi che l'insegnante, che ancora non conosceva, non fosse di quelli che leggevano i temi in classe, o peggio, convocavano i genitori. Poi decise di correre comunque il rischio, rimuginando ~ Alla peggio, magari, qualcun altro potrebbe trovarlo indubbiamente interessante. ~ Invece, dopo aver conosciuto Frau Meyer, non gli era sembrata proprio, per fortuna. ~ E se, invece, avessi perso un'occasione? ~ ragionò per assurdo. Ad ogni modo, ora, poteva soltanto augurarsi che non tanto il contenuto ma la forma, non fosse così catastrofica.

Aveva poi finalmente conosciuto il Kaiser di persona, di cui finora aveva soltanto letto recensioni o sentito parlare, che dall'esterno era risultato, né più né meno, come si aspettava: l'algida, altera, implacabile macchina da goal con cui non vedeva l'ora di potersi misurare. Però, aveva anche notato che quegli occhi tersi ed apparentemente impenetrabili, invece, spesso erano attraversati da lampi che manifestavano la sua non poi così totale indifferenza a qualsiasi cosa accadesse attorno a sé. Ne aveva colto il sottile e un po' bastardo senso dell'umorismo, aveva persino... dire ‘riso' era una parola grossa, più che altro aveva sorriso divertito alle mattane dell'amico Kaltz, ma tutto ciò gli aveva fatto intuire che, forse, sotto il ghiaccio, si nascondesse una di quelle persone che, se riesci a conquistarne la fiducia, ti ricambiano con il rispetto.

Ricordò anche la grande dolcezza che aveva riservato alla sorellina e provò di nuovo quella fitta, come a pranzo: gli sarebbe piaciuto avere una sorella oppure un pidocchio, sorrise amaramente. Realizzò, con disgusto di sé, che quella fitta diventava più forte, trasformandosi in vera e propria invidia, se si soffermava a pensare ad Hermann e alla sua bella famiglia. Sembrava denigrarlo e strapazzarlo, ma si vedeva lontano un chilometro che stravedeva per il fratellino; la sua manifesta aggressività nascondeva, invece, la volontà di proteggerlo, e qualcosa gli suggeriva che questa era una di quelle cose, tipo affetto fraterno o familiare, di cui lui non aveva minimamente idea del significato. Il padre, nonostante fosse un politico, e si era ricordato persino di averlo riconosciuto in tv, e quindi, immaginando che di stracazzo di impegni ne avesse sicuramente più del suo, trovava comunque il tempo per... ~ Basta! ~

Il tempo di rimuginare era scaduto. Herri era suo amico, il suo primo vero amico da quando era arrivato, e non era giusto odiarlo per qualcosa che non era certo colpa sua se invece a lui non era stato concesso di avere. Inevitabilmente, i ricordi tornarono proprio al primo giorno al campo estivo: era metà luglio, ma dal gelo con cui era stato accolto a Mölln, sembrava tranquillamente metà dicembre a Hokkaidō; o, magari, direttamente al polo nord, dove, se avessero potuto, i compagni di squadra lo avrebbero spedito volentieri. Ma a lui, orgogliosamente, non poteva fregare di meno; avendo superato le selezioni, era membro della "J" a pieno titolo... ~ Come riserva ~ gli sussurrò, malignamente, il diavoletto cattivo della sua coscienza. - Scheiße! -

* * *

Non gli era stato risparmiato proprio nulla: occhiate di compatimento, atteggiamento di sufficienza, battute sarcastiche, commenti pesanti, consigli di lasciare il campo; persino inviti palesi al ritorno in patria. Nemmeno lui, però, era stato esattamente cordiale nel catalogare gli altri: ad ognuno di loro aveva affibbiato un soprannome, non gli importava di sapere quale fosse il loro nome, visto che quelli gli si rivolgevano chiamandolo spregiativamente ‘giapponese'. Il Kaiser non si era proprio presentato e al ritiro, tra titolari e riserve, erano andati in quattordici, e come compagno di stanza si era ritrovato "stecchino".

Tutto sommato, aveva pensato che gli fosse andata bene, essendo stato uno fra i pochi che non lo aveva trattato di merda, ma si era limitato semplicemente ad osservarlo. Aveva, comunque, accuratamente evitato di instaurare un qualsiasi tipo, anche minimo, di rapporto, perché, intanto, non gliene fregava proprio: non era lì per stringere amicizie, ma per ottenere il posto di portiere titolare e poi farla pagare a tutti; poi perché, dopo essere stato sottoposto per tutto il giorno ad ogni genere di ostilità e dispettucci, arrivato a sera, voleva soltanto rilassarsi, rifugiandosi nei suoi balsamici propositi di vendetta.

Ma stecchino, evidentemente, era di tutt'altro parere e aveva cominciato, infatti, a tormentarlo con ogni genere di domande: da dove veniva, dove abitava, quando, come e perché era venuto lì, e qualche altro centinaio di domande sui luoghi comuni caratteristici dei paesi dell'estremo oriente, tipo se davvero ~ Dormivano per terra. ~ Genzō era rimasto decisamente sconvolto, sia dalla tipicamente occidentale ignoranza dimostrata in merito, sia dall'inesauribile ed inarrestabile parlantina che aveva quel ragazzo; la sua pazienza, perciò, cominciò ben presto ad esaurirsi pericolosamente. Aveva cercato più volte, inutilmente, di farlo smettere in maniera educata finché, arrivato quasi al limite, era letteralmente sbottato spazientito, intimandogli, piuttosto sgarbatamente, di fare un'unica, ultima, domanda, per poi lasciarlo finalmente in pace. Questi aveva riflettuto un attimo, sogghignando, e poi, assurdamente, aveva chiesto:

- Ma è vero che mangiate i cani? - Gli aveva risposto palesemente indignato - Guarda che quello, semmai, si dice dei cinesi... - L'altro, sghignazzando, aveva ribattuto - Ah, ma allora, anche tra di voi siete razzisti! - Al che il portiere si era infuriato seriamente, e i due avevano cominciato una serie di botta-e-risposta, discutendo animatamente e rischiando quasi di arrivare allo scontro fisico, sull'argomento, appunto, "razzismo e superiorità culturale"; si erano ritrovati, alla fine, uno di fronte all'altro, guardandosi causticamente per qualche minuto, in un totale, quasi palpabile, silenzio.

Poi, improvvisamente e sorprendentemente, stecchino aveva sorriso tendendogli la mano - Io sono Hermann Kaltz, piacere di conoscerti. - Lo aveva guardato stralunato perché si erano già presentati prima e per lui non aveva assolutamente senso rifarlo, ma aveva ricambiato lo stesso la stretta, ripetendogli di nuovo il suo nome; poi, ancor più sorprendentemente, aveva detto, sempre sorridendo - Bene, Wakabayashi Genzō, come va, ora che ti sei sfogato? - A quel punto si era reso conto che, effettivamente, tutta la tensione, accumulata durante la giornata, era stata liberata durante la bella litigata e ora, essendo svanita, si sentiva decisamente più leggero.

- Meglio - gli aveva risposto, stupendosi di se stesso perché stava involontariamente ricambiando il suo sorriso. Quella sera non aggiunsero altro e dopo un po' crollarono a dormire, entrambi stanchi ma consapevoli che quello era forse stato l'inizio di un'amicizia, che col tempo sarebbe poi diventata solida e sincera.

Nei giorni seguenti, infatti, i due ragazzi presero poco alla volta confidenza, e se, inizialmente, la sera prima di coricarsi si scambiavano soltanto semplici commenti di sapore calcistico, poi, col trascorrere dei giorni, erano riusciti anche a scherzare assieme. Proprio grazie al modo di fare allegro di Herri, Genzō si era gradualmente rilassato, così anche tutte le difficoltà incontrate durante gli allenamenti, arrivato a sera, gli sembravano meno pesanti. Col trascorrere delle settimane, inoltre, avevano persino cominciato a parlare di argomenti più personali, tra cui il suo prossimo inserimento alla "Jenisch", dove l'amico gli aveva fatto da cicerone virtuale e dato i preziosi consigli che oggi lo avevano aiutato ad ambientarsi.

Aveva raccontato aneddoti vari sulla squadra in generale, rivelandogli la sua personale opinione sui compagni, che, in alcuni casi, si era dimostrata sorprendentemente e drasticamente negativa; poi, in particolare, anche di come lui e Schneider, dopo aver superato insieme le selezioni in prima elementare, da allora fossero rimasti amici. Peccato che oggi avesse dovuto accontentarsi di conoscerlo solo come persona: la sua descrizione come giocatore aveva stimolato, ancora di più, il suo già forte desiderio di confrontarsi con il fuoriclasse.

Gli aveva spiegato che l'anno precedente alcuni fra i giocatori più anziani della "J", tra cui il portiere titolare, erano passati alla HSV come professionisti, e quindi Hans era stato promosso, malgrado le sue capacità non fossero proprio da fenomeno dei pali, da secondo a primo portiere. Scelta obbligata poiché gli altri aspiranti "numero uno" non avevano passato i provini e, stranamente, per tutto il resto dell'anno, nessuno si era più presentato per quel ruolo; perciò, era rimasto convinto di essere il migliore, finché quel "giapponese" non aveva fatto la sua comparsa al ritiro: evidentemente, l'estremo difensore tedesco aveva realizzato che la terra sotto i suoi tacchetti stava cominciando pericolosamente a franare. Ciò dava senso alla particolarmente accesa e manifesta ostilità nei confronti del diretto, e più capace, a suo dire, antagonista.

Herri, inoltre, aveva chiarito che i tre che lo tormentavano maggiormente, essendo amici di lunga data di Hans, lo spalleggiavano in ogni situazione, nominandolo persino ‘leader' della combriccola, che pretendeva di farsi chiamare "Fantastischen Vier [1]". I quattro, perciò, potendo vantare un maggior tempo all'attivo come titolari, spesso tiranneggiavano anche il resto della squadra che, ovviamente, per non dover subire lo stesso trattamento, si adeguava al loro comportamento, o, preferendo non rischiare ripercussioni, manteneva le distanze da lui restando neutrale.

Genzō, allora, più volte si era chiesto per quale motivo, invece, Kaltz si comportasse diversamente, ma poi il coraggio di domandarlo direttamente all'amico era mancato; aveva avuto timore che, se lo avesse fatto, qualcosa nel loro rapporto si sarebbe potuto irrimediabilmente incrinare. E il portiere stava iniziando, dopo tanti anni, a non sopportare più; era incominciato come una sottospecie di leggero indefinito senso di malessere, proprio quando stavano ritornando da Yomiuri Land, dopo la vittoria del campionato nazionale. Durante l'ultimo anno di elementari si era inaspettatamente ritrovato ad aver instaurato dei rapporti che, era sicuro, avrebbe mantenuto, anche se, nel prossimo campionato delle scuole medie, sarebbero stati di nuovo rivali in campo. Tsubasa, sì, ma anche Misaki e Ishizaki.

Poi Mikami aveva fatto esplodere la ‘bomba', e poco dopo avevano lasciato il paese. Era appena riuscito a uscire dall'isolamento in cui si era rinchiuso per tanto tempo e ora doveva ricominciare nuovamente da zero, e il peso della solitudine lo stava lentamente schiacciando. Il desiderio di conoscenza, però, aveva infine avuto la meglio, così, la sera prima del ritorno ad Amburgo, gli fece la domanda fatidica.

Con grande semplicità, Herri aveva risposto che, secondo lui, doveva aver avuto molto coraggio a fare una scelta difficile come la sua, e quindi, a suo dire, le persone coraggiose meritavano il suo rispetto; che aveva deciso di riuscire a conquistare la sua amicizia, perché si riteneva fortunato ad aver trovato, finalmente, un ragazzo leale, genuino e non ipocrita. Genzō, a quel punto, non aveva saputo cosa rispondere e si era limitato a tendergli la mano, che l'amico aveva stretto, deciso, per siglare quelle parole sia dette che non. Poi, come al solito, aveva ripreso a scherzare, rivelandogli che, in realtà, voleva solo accaparrarsi il merito della scoperta del suo grande talento.

Nel frattempo che ricordi e pensieri turbinavano nella sua testa, il portiere aveva svoltato all'ultima curva e, alzando lo sguardo, vide casa sua, ormai poco lontana. In effetti, fece un'ultima riflessione, nonostante le confidenze durante il campo estivo, si era reso conto che l'amico non gli aveva praticamente raccontato nulla della sua vita privata; aveva scoperto solo oggi che aveva una famiglia unita e numerosa e aveva provato un pizzico di delusione. Ma, d'altronde, anche lui aveva fatto lo stesso, quindi non poteva pretendere che gli altri si aprissero con lui se si ostinava a chiudersi a riccio; così, mentre apriva il cancello, si ripromise di provare a sbottonarsi, almeno un po'. E forse la persona più adatta con cui cominciare era proprio Herri.


Dopo l'assemblea e le chiacchiere con i ragazzi in cortile, Perri e Dite si erano salutate davanti al cancello della scuola perché, dato che le lezioni finivano in anticipo, quella mattina Alain le aveva detto che sarebbe venuto a prenderla in macchina per portarla in città a pranzo per l'occasione: solo lui poteva riuscire a trovare un qualche motivo per festeggiare il primo giorno di scuola. - Allora, Mon Cicci, com'è andata oggi? - Visto che era la "festeggiata", aveva deciso per la pizza al taglio da consumarsi preferibilmente all'aperto e, dato che la temperatura era ancora mite, ora erano seduti a un tavolino vicino allo Stadtpark See. - È andata - rispose. - Bene o male? -

- Così... - sbuffò. - Avete fatto qualcosa di interessante? - Alain decise di provare con un approccio diverso. - Euh: Tiranna prime due ore, poi Möller, poi plenaria - si puntò due dita alla tempia. Scimmietta non era molto loquace, così continuarono a pranzare in silenzio. - Ho scampato il pericolo Wiedermeier: sono arrivati due nuovi! - esordì ridacchiando dopo un po'. - E che tipi sono? - chiese. - Beh, uno, si sapeva, è una "recluta": uno di quelli che salta gli anni perché sono superintelligenti. L'altro viene da fuori. - Dite aveva evidentemente ritrovato la voglia di chiacchierare. - Straniero? - chiese ancora. - È Giapponese. - Sorrise leggermente - Avrete fatto amicizia! -

- No, ci siamo a malapena salutati - rispose piatta. - Beh, di tempo per conoscervi ne avrete durante l'anno... - minimizzò. - Pensavo che fosse figlio di diplomatici, invece è qui per giocare come portiere nella "J". - Alain alzò curioso un sopracciglio - Ma non avevi detto che non avete parlato? - Lei si strinse nelle spalle - Infatti: si è presentato in classe. - Continuò a fissarla finché lei cambiò argomento - Si chiama Wakabayashi Genzō. - Le rivolse un'occhiata interrogativa - E allora? -

- Wakabayashi, Weiss, Wiedermeier! - indicò i banchi. Esibì un sorriso dalla dentatura bianchissima, che spiccava dalle labbra scure - Hai conosciuto qualcuno con cui hai qualcosa in comune e siete anche coinquilini di banco: visto, che avevo ragione a voler festeggiare? - e sollevò il bicchiere di Coca Cola invitando scimmietta a brindare. - Diventerete amici! - dichiarò. - Mm... Sta un po' sulle sue... -

- Sì, ma tu non devi vedere sempre tutto negativo, Mon Cicci! Viene da lontano ed è il primo giorno di scuola, non puoi pretendere che sprizzi energia... - considerò. - Mm - rispose Dite. - Niente mm. Se vuoi fare amicizia con qualcuno, non puoi mettere sempre su quei musi: devi cercare di aprirti un pochino e fare tu il primo passo, se occorre. Sii te stessa e vedrai che gli piacerai. -

Adorava Alain, lo amava più di un padre e più di un fratello, ma il suo ottimismo a volte era quasi fastidioso, anzi, era più che ottimismo, era fede incrollabile. Invece lei era convinta che non sarebbe riuscita a cavare più di uno o due monosillabi alla volta dal suo nuovo coinquilino; ma non aveva voglia di sentire un ennesimo predicozzo sulla sua ‘rassegnata asocialità', così gli fece una linguaccia sventolando i palmi delle mani aperte ai lati del viso. - Anche così? - ridacchiò. - Soprattutto! -

- A che ora devi tornare al lavoro? - Finirono l'ultimo pezzo di pizza. - La mia pausa pranzo, tecnicamente, oggi non esisteva, ma non preoccuparti, in teoria adesso starei visitando dei locali nei pressi dello Stadtpark. Quindi, come vedi, non è del tutto una bugia... - Sgranò gli occhi nocciola sollevando le sopracciglia e ammiccando come se fosse un bimbo che aveva fatto una marachella. - Allora lasciami dall'ufficio, poi prendo i mezzi per tornare a Poppen. - Lui le domandò - Sicura? - Rispose annuendo - Sì, tanto è ancora presto per andare da Madame. -

Mentre aspettava alla fermata, rifletté che forse Alain non aveva tutti i torti a dirle che era troppo cupa e pessimista; certo, non erano partiti molto bene, ma nemmeno così male, lui non aveva brillato di simpatia, ma nemmeno lei era stata molto estroversa. Suo malgrado, si era sentita un po' intimidita e quindi poteva essere stata scambiata per scontrosa; magari avrebbe potuto recuperare cercando di essere gentile col suo nuovo compagno e capire che tipo fosse. Decise, sorridendo, che avrebbe provato a fare amicizia con Genzō a partire già dall'indomani. Detto questo, si alzò facendo segno all'autobus di fermarsi, poi si andò a sedere in fondo alla vettura e, infilate le cuffie, si isolò dal resto del mondo.


Karen stava sicuramente preparando qualcosa di buono: già dal piano terra si sentiva un profumino invitante che arrivava dalla cucina e il suo stomaco si fece sentire brontolando rumorosamente. ~ Che fame!! ~ Buttò alla rinfusa le sue cose in camera e, indossata una comoda tuta, andò a ispezionare il contenuto delle pentole. - Sono tornato. - Guardando la donna con aria misericordiosa, provò a corromperla con la sua più convincente faccina da cucciolo affamato e lei gli diede qualcosa da mettere sotto i denti. Scambiarono qualche commento sulla giornata e Niko, dopo essersi annunciato con il tonfo della porta, apparve - Si mangia? -

- È quasi pronto. - Suo cugino si sedette e lo guardò ridacchiando - Fame canina, microbo? - Continuando a masticare, gli tese appena il dito medio. Dopo un po' Karen servì in tavola, mise in caldo un piatto per Mikami e cenarono. Avevano appena finito, quando il caratteristico rumore del cancello elettrico che si azionava annunciò il ritorno del suo allenatore. Guardò l'ora: strano, era rientrato presto stasera. Mentre Niko si andava a stravaccare sul divano, Genzō rimase in cucina a fargli compagnia, tanto sapeva che gli avrebbe chiesto, anche lui, come era andata a scuola e agli allenamenti. Infatti...

Quasi un'ora più tardi, erano tutti in salotto a guardare un programma in televisione, suonò il telefono; Karen andò a rispondere svelta, come se già sapesse, poi tornò e gli porse il cordless. Sbuffò dando pensiero a un vago sospetto ~ Che palle, ora dovrò subirmi anche l'interrogatorio del despota. ~ Le solite domande e le solite risposte; gli si rivolse, apposta, in tedesco, un po' provocatoriamente, ma suo padre non fece una piega, stranamente. Mentre parlavano, Niko cominciò a fare gesti e versi strani, come se avesse le convulsioni, o come se fosse stato posseduto, fino a stramazzare riverso sul pavimento. Poi si riscosse e, assunta un'aria mistica e risoluta, impersonò la parte del cacciatore di demoni, facendo finta di esorcizzare la presenza di un oni [2] e lanciando per tutta la stanza invisibili o-fuda [3].

Karen e Mikami lo guardavano divertiti; Genzō per un po' resistette, aveva anche provato a fargli segno di smettere, ma poi scoppiò a ridere. Suo padre rimase in silenzio, perplesso. - Ehm, no, è che Niko stava... facendo... e si è rovesciato addosso dell'acqua - mentì. Non diede segno di irritazione e continuarono a parlare. Il cugino era ora seduto sul tappeto in meditazione, poi, dopo aver tracciato misteriosi simboli di purificazione in aria, lanciò un'ultima maledizione scattando improvvisamente nella sua direzione; per evitare che gli rovinasse addosso, scartò e gli cadde il telefono. Non prima di essere entrambi scoppiati a ridere, lo raccolse da terra.

- Ehm, ops. Mi era caduto. - Il cuginastro, soddisfatto della riuscita del suo esorcismo, indossò, teatralmente, un invisibile mantello sulla spalla dirigendosi, con passo eroico, al suo appartamento, per evitare di dover parlare col despota, che, infatti, disse - Va bene, ho capito, dai, lasciamo stare; passami Niko. - Strano, non sembrava incazzato. - Ehm, ma... ora è andato... ad asciugarsi. -

- Non fa niente, ci sentiamo. - Il ragazzo, stupito, allora gli chiese - Non vuoi parlare con Tatsuo? - che sospirò rassegnato. - No, non importa. - E, senza aggiungere altro, chiuse la comunicazione.

Quando era tornato a casa Genzō sembrava sereno, aveva una bella luce negli occhi, così, quando squillò il telefono, per un attimo Karen si pentì di aver convinto Herr Wakabayashi a chiamare, avendo notato il fastidio che il ragazzo non aveva nemmeno fatto finta di nascondere. Se avesse fatto come al suo solito, avrebbe sicuramente avvilito il buon umore del figlio, probabilmente rovinando la fine di quella già pesante giornata. Ma la pagliacciata di Niko aveva aggiunto una variabile inaspettata che, per fortuna, aveva permesso a tutti di tornare a rilassarsi davanti alla tv.

Dopo un po' anche Genzō, cominciando ad accusare la stanchezza, si ritirò nella sua stanza; riordinò velocemente, riponendo quello che non gli sarebbe servito l'indomani, e gli cadde l'occhio sulla divisa "ufficiale", ancora dentro la custodia protettiva. Era un completo blu scuro classico con cravatta regimental a righe azzurra e nera che avrebbe usato solo nelle cerimonie solenni, come per il Diploma o il prossimo Natale per il Venticinquesimo, quindi praticamente quasi mai. Non aveva idea di come fosse dalle altre parti, ma le divise della sua scuola erano sicuramente meno formali rispetto al gakuran [4] o sērā-fuku [5] che usavano in Giappone.


 "La Jenisch" non imponeva agli studenti un'uniforme rigida e immutabile, anzi, veniva lasciata libertà nel personalizzare l'abbigliamento, pur richiedendo di mantenere un sobrio decoro. I colori sociali della scuola riprendevano quelli della HSV: blu, nero, bianco. La divisa maschile consisteva in pantaloni blu o neri dal taglio dritto, di cotone per l'estate e di lana per il rigido inverno amburghese, e camicia, di solito bianca, che poteva essere abbinata ad un pullover con scollo a "V", oppure ad una più comoda felpa, entrambi di un blu più chiaro con rifiniture e bordi neri. La divisa femminile prevedeva gonna di cotone dritta a tinta unita blu, oppure di lana a pieghe con motivo a quadri scozzese azzurro nero e bianco, camicetta bianca, e maglioncino, o cardigan, azzurro. Lo stemma della scuola era ricamato sul pullover o felpa dei ragazzi e sulla gonna delle ragazze. Per le calzature non c'era un vero e proprio standard ufficiale, si richiedeva soltanto che non fossero eccessivamente stravaganti.

In uno degli armadi a vetrina, che si trovavano nel corridoio al pianterreno, erano esposti tutti i capi di abbigliamento, che poi si acquistavano presso un esercizio convenzionato. Venivano, inoltre, proposti anche tutta una serie di accessori e gadget: zaini, cartelle, astucci, ma anche portachiavi, portamonete, cappellini. Poi c'erano varie serie di borsoni sportivi di diverse misure, che avevano stampato anche il logo caratteristico del club di appartenenza: palla e mazza per il Baseball, due bastoni incrociati per l'Hockey, un pallone da Pallavolo, Basket o Rugby e così via. L'unico club che non aveva un vero e proprio segno di riconoscimento era quello di Calcio che, invece, riportava una semplice "J" nera sopra lo stemma scolastico.

Il negozio, il cui proprietario, neanche a dirlo, era un ex-alunno, forniva, oltre a uniformi e accessori, ogni altra necessità accademica: cartoleria, libri di testo, articoli sportivi in generale e specifici per qualsiasi tipo di attività praticata nei vari club, e persino strumenti musicali, dato che "La Jenisch" aveva anche la classica ‘Banda'; se, altrimenti, qualcosa non era immediatamente disponibile, poteva essere ordinato e fatto arrivare direttamente dalla città.


Infilati un paio di shorts e una maglietta, si coricò ricordando che Herri gli aveva detto che erano ammessi anche i jeans, purché non fossero schiariti chimicamente o strappati, preferibilmente blu scuro o neri; pensò che fosse davvero una pacchia poter stare tutto il giorno a scuola vestito comodamente e non in giacca e cravatta. Aveva inoltre notato che un po' tutti tendevano a personalizzare a proprio modo la divisa, soprattutto le ragazze, che sotto la gonna portavano quella specie di pantaloni, lunghi, stretti ed elasticizzati, che si usavano di solito per l'attività ginnica, oppure calze colorate o ricamate. Anche la sua vicina, oggi, ne indossava un paio.

La sua vicina... no, doveva abituarsi a chiamarla per nome: Weiss. Ancora no: Dite. Decisamente non era la classica ochetta e nemmeno una secchiona, a dire il vero non aveva ancora capito esattamente che tipo fosse; più volte era sembrato che stesse per rivolgergli la parola, ma poi era rimasta in silenzio. Timida? Problema suo.

Certo, però, che si era proprio sbagliato, forse perché lei aveva passato le prime due ore tutta ammucchiata e rattrappita nella sua parte di banco e poi, durante l'intervallo, era seduta accovacciata sul davanzale, ma non era per niente piccolina e minuta, anzi. Quando era scesa dalla finestra, non aveva potuto fare a meno di notare che, invece, era piuttosto alta per essere una ragazza; a occhio aveva calcolato che superava di una spanna Herri e forse di qualcosina anche lo stesso, già alto di suo, Schneider, e in cortile aveva avuto ulteriore conferma, notando che gli arrivava quasi alla spalla. La sua statura, notevole, sia per l'età, sia per gli standard asiatici, era caratteristica ereditaria: una delle rare cose che era contento di avere in comune con suo padre.

Comunque, non poteva dire né che avesse brillato di simpatia né che fosse stata scostante o totalmente indifferente nei suoi confronti; forse, appunto, era solo timida; boh, non che gli interessasse più di tanto, però... Si rese conto che, tornando alle sue seghe mentali di prima, non poteva nemmeno essere totalmente "Kaltz dipendente", oppure l'amico avrebbe cominciato, davvero, a dubitare delle sue tendenze. Siccome in classe sembrava aver riscosso un discreto apprezzamento, poteva quindi anche provare a stringere amicizia con i compagni, e, allora, tanto valeva cominciare a farlo proprio con la sua vicina. Detto questo, si strofinò le palpebre pesanti, spense la luce e si addormentò.

[1]     Fantastici Quattro
[2]     Demone
[3]     Pergamena magica
[4]     Divisa maschile
[5]     Divisa femminile


Credits e Note:
Mon Cicci:
le mitiche scimmiette bambolotto della Mattel® | © Sekiguchi Corporation

 
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