- Numero Capitoli: 26
- Ultimo capitolo: Rivali, guerre, amici.
- Serie: Captain Tsubasa
- Personaggi: Genzo Wakabayashi/Benjamin Price, Hermann Kaltz, Karl Heinz Schneider, Taro Misaki/Tom Becker, Personaggio originale femminile, Personaggio originale maschile
- Genere: Introspettivo, Romantico, Sportivo
- Avvertimenti: Lemon
- Rating: SS
- Conclusa: No
- Round Robin: No
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Capitolo 2 - Parte 2
In pochi giorni il clima amburghese aveva rivelato la sua reale faccia autunnale, portando vento freddo e nuvolose umide giornate, e quel mattino ne era un esempio tipico: grigio, uggioso e sferzato da una fastidiosa gelida pioggerellina; Genzō raggiunse, già intirizzito dopo i pochi metri che lo separavano, la sua fermata, stringendosi nel giaccone e calcandosi ancora di più il cappellino rosso.
L'umore dell'autobus e dei suoi viaggiatori rifletteva il brutto tempo, con l'andatura noiosamente lenta del primo e la totale assenza delle solite chiacchiere dei suoi otaku, finché, a un certo punto, rallentò fino a fermarsi del tutto; l'autista suonò un paio di volte il clacson, attirando l'attenzione dei passeggeri, poi, brontolando visibilmente seccato, tirò il freno a mano e, anche se erano fuori dalla fermata, scese. Alcuni dei fumettari curiosarono da un finestrino esclamando - Siamo proprio fregati! Scheiße! - Così si affacciarono tutti e videro un'auto posteggiata malamente mezza di traverso sul marciapiede, che ostruiva parzialmente lo stretto di quel tratto di strada, e l'autista che si guardava attorno, sconsolato e rassegnato, sicuramente imprecando; un'altra automobile sarebbe passata agevolmente, ma la vettura pubblica era troppo grossa e, oltretutto, erano in prossimità di una curva.
Passarono alcuni minuti durante i quali l'uomo provò a citofonare a un paio di case senza ottenere risultati, poi risalì e, dopo aver nuovamente strombazzato, sperando così di attirare l'attenzione dell'ignoto maleducato, sempre che si trovasse ancora nelle vicinanze, si rivolse ai suoi utenti: - Ora faccio venire la rimozione! - sentenziò collerico, afferrando il ricevitore della radio di bordo collegata con il deposito, - Ora ti sistemo io, brutto pezzo di idiota... - Poi riferì brevemente la situazione in centrale.
Mentre i compagni di sventura commentarono sconsolati che non avrebbero mai fatto in tempo per la campanella, Genzō pensò, scocciato, che detestava essere in ritardo, sempre, ma in particolar modo oggi, anche se era per una causa fortuita, perché le prime due ore erano di Tiranna, ed era risaputo che lo avrebbe fatto scontare, non solo con un'ora in punizione al pomeriggio dopo le lezioni ordinarie, ma avrebbe anche segnato un'ammonizione sul registro di classe. Oltretutto, dopo la terza, scattava automaticamente la nota disciplinare, che avrebbe significato la sospensione dagli allenamenti per una settimana e sarebbe stata poi trascritta sul curriculum scolastico. Sperando che contrattempi del genere fossero rari, riconsiderò l'idea della corsa mattutina e, anche se non troppo entusiasticamente, guardando la strada bagnata, valutò persino la possibilità di farsela in bici come Kaltz.
In quel momento bussarono energicamente alla porta dell'autobus e si sentì un'indistinta profusione di scuse da parte del sopraggiunto distratto proprietario che, ora sollecito, spostò la macchina; l'incazzato autista, però, non gli risparmiò una sequela di improperi, tra cui - Guidatore della domenica - (era venerdì) e - Tanto una bella multa non te la leva nessuno, pezzo di idiota! - mentre, attaccandosi di nuovo alla radio per rettificare la richiesta di rimozione, si rimetteva in marcia. In ogni caso, preziosi minuti erano inesorabilmente trascorsi e, a causa della maledetta pioggia che stava progressivamente aumentando di intensità, dovettero comunque procedere molto, troppo, lentamente; così arrivarono davanti al cancello della scuola che già si sentiva la campanella suonare le otto.
Quella brutta e grigia mattina erano stranamente in orario, dato che il Grundschule Schulbus era ancora accostato nei pressi della casa vicina per fare salire dei bambini in impermeabile giallo, proprio mentre loro due stavano uscendo dal cancello. Cullata dall'insolitamente moderata andatura dell'auto, stava guardando distrattamente dal finestrino i bimbi, che, come pulcini sicuramente infreddoliti, aspettavano il loro altrettanto giallo trasporto, apprezzando ancora di più il tepore dell'abitacolo; quando, a un certo punto, avevano dovuto rallentare e incolonnarsi ad un'inconsueta coda di macchine, poco prima dello stretto, senza quindi capire cosa potesse averla causata.
- Che sfiga... - commentò Dite. - Ce n'è sempre una in questa strada di merda... - rincarò Alain. Quando la fila riprese a scorrere notò che a chiuderla era l'autobus di linea. - Non bastava il Grundbus, ora ci si mette anche questo a rompere le palle al mattino... - sbuffò. - Chi hai la prima ora? - domandò distrattamente. - Tiranna. -
- C'est la merde! - imprecò, scattando sul sedile come una molla e pigiando energico sull'acceleratore; anche Dite si mise seduta composta, preparandosi mentalmente e fisicamente alla tirata che stavano per fare.
Sorpassarono le macchine davanti a loro e poi anche il bestione rosso e bianco della VHH [1], che li ringraziò con una potente strombazzata di clacson; accelerò ancora: tanto si considerava refrattario, ormai, alle maledizioni degli autisti. Arrivati al cancello, scimmietta gli diede il solito bacio e, scesa rapidamente, corse verso il portone riparandosi con la borsa, alla bene e meglio, dalla malefica pioggerella.
Il bidello era in procinto di chiudere ma lei lo bloccò prontamente, urlandogli - Aspetti, stanno arrivando quelli dell'autobus che è in ritardo! - come se questo potesse servire a giustificare anche il suo. L'uomo la guardò torvo ma la ragazza, a prova della veridicità della sua affermazione, indicò dietro di sé il gruppo dei compagni che stava sicuramente guadagnando di corsa l'entrata e, intanto, tenne loro aperto il portone. Maulesel [2], come avevano affettuosamente soprannominato il capo-bidello, per la sua propensione a scalciare su ritardatari e malcapitati di ogni sorta, esternò il suo biasimo andando a suonare la campanella e intimando di rimanere tutti nell'atrio mentre lui andava ad avvisare il Vicepreside.
~ Certo che inizia proprio bene la giornata ~ sospirò Dite, costatando che era infine giunta la sua prima ora di punizione pomeridiana dell'anno e sperando che la Tiranna almeno risparmiasse loro il richiamo scritto sul registro; si consolò con il pensiero (mal comune mezzo gaudio) che, perlomeno stavolta, avrebbe avuto compagnia, infatti, i fumettari, abitando in zona, erano soliti prendere proprio quella corsa.
Genzō aspettava, friggendo, che si muovessero: se non fosse stato l'ultimo della fila, a quest'ora avrebbe già raggiunto il portone. Guardò distrattamente davanti a sé, più per impazienza che per un qualcosa che avesse realmente attirato la sua attenzione, e notò la Porsche nera ferma davanti all'autobus. La associò istintivamente a quella del pazzoide che li aveva sorpassati poco prima e a cui l'autista aveva animosamente imprecato contro: - Ma chi ti credi di essere, Niki Lauda? Non siamo mica al Nürburgring, pezzo di idiota! - suonando ripetutamente il clacson.
Quando, finalmente, stava per scendere anche lui, si sentì tirare per la manica della giacca; il portiere afferrò il pezzo di carta che l'uomo gli stava porgendo e saltò giù incamminandosi svelto: non poteva perdere altro tempo prezioso per capire a che diavolo servisse; correndo, scorse in lontananza un familiare didietro dalla lunga treccia che richiamava l'attenzione del bidello ed evitava che il portone venisse chiuso. A questo punto era decisamente inutile scapicollarsi, tanto sarebbero stati comunque puniti, ma almeno avevano una sorta di ‘giustificazione'; mentre camminava diede una scorsa al foglio di carta intestata della VHH, in cui l'autista aveva scribacchiato numero di matricola suo e della vettura e una breve spiegazione.
~ Ah, teutonica efficienza! ~ pensò stupito girandosi istintivamente verso il cancello, dove la Porsche nera era ancora lì ferma a bloccare l'autobus, e, immaginando il collerico omone che, per l'ennesima volta, esclamava "pezzo di idiota", concluse che Dite doveva, per forza, essere scesa da quell'auto. Sentì il motore che rombava a causa dei ripetuti colpi sull'acceleratore e, sarcasticamente, visualizzò nella sua mente una bionda signora impellicciata che tamburellava, nervosa, le unghie laccate rosse sul volante, mentre attendeva, impaziente, che la figlia entrasse. Infatti, non si meravigliò più di tanto quando ripartì facendo stridere le gomme.
* * *
La ragazza era già dentro che li aspettava, tetra, confermando che avrebbero dovuto recarsi dal Vicepreside che, non appena misero piede nel suo ufficio, li apostrofò corrucciato - Cosa significa questo assembramento? - Evidentemente quella era una delle sue giornate no. Sicuramente Mikami non sarebbe stato contento di un richiamo scritto, e figurarsi il despota. - È stata tutta colpa dell'auto Herr - cominciò uno dei ‘suoi', - Sissignore, un'auto che bloccava la Poppenbütteler Weg - continuò un altro. Quella, assolutamente, non era la tecnica appropriata: doveva parlare uno solo per tutti. - Ehm - si schiarì la voce Genzō - Herr, l'autista mi ha chiesto espressamente di consegnare questo, proprio a lei - tentò di attrarre il suo ego facendo leva sulla sua presunta, sbandierata, autorevolezza.
L'uomo rivolse un'occhiata severa all'intero gruppo, indistintamente, prese il foglio e lesse, sembrando abbastanza convinto e un po' più rilassato; poi chiese a ognuno il proprio nome e classe e li trascrisse non sul temuto blocco giallo ma su quello bianco. Consegnò una giustificazione ad un alunno per ciascuna, esortandoli poi a recarvisi immediatamente, concludendo magnanimamente che, per quel giorno, il necessario provvedimento sarebbe stato stabilito dai rispettivi insegnanti della prima ora.
In corridoio si misero a correre per raggiungere ognuno la propria aula ma Maulesel, sbucando all'improvviso, li bloccò. - Siamo in una scuola, non alla corsa campestre! - e, per sottolinearlo meglio, allungò una pedata in perfetto stile al poveretto che gli stava più vicino. - Sbrigatevi senza fare troppo casino, che gli altri stanno già facendo lezione! - li accompagnò verbalmente, non rendendosi presumibilmente conto che l'unico che stava facendo casino era proprio lui. Davanti alla porta chiusa della 7ªB tutti guardarono Genzō con aria supplice, chiedendogli silenziosamente il sacrificio di bussare ed entrare per primo. ~ Perché proprio io? ~ Esitò qualche istante alzando il braccio ma Dite, sospirando spazientita, lo anticipò.
La Tiranna li accolse con un'espressione ironicamente malevola - Ma bene, siete tutti in salute, vedo. Ed io che mi preoccupavo ci fosse stata un'epidemia. - La ragazza gli strappò il foglio di mano e lo consegnò alla Prof. - Abbiamo la giustificazione di Herr Vicepreside, Frau Meyer - che gli diede una scorsa veloce, prese il suo blocchetto giallo e compilò diversi foglietti, consegnandone uno ciascuno ai condannati in ansiosa attesa davanti alla cattedra.
Stabilì misericordiosamente che, per quella volta, visto che il ritardo era giustificato da cause esterne, non avrebbero ricevuto il richiamo scritto sul registro, ma solo la consueta ora di recupero in Aula Punizione; poi, invitati i colpevoli a prendere posto, si rivolse al portiere - Genzō, questa è una comunicazione per te dalla Segreteria, - gli porse una busta, - però la leggiamo durante l'intervallo, d'accordo? Adesso, invece, cerchiamo di cominciare una volta per tutte la lezione... - lo prevenne prontamente, anche se lui non aveva fatto nemmeno in tempo a pensare a cosa potesse trattarsi.
Rispose con un'occhiata totalmente ignara a quella interrogativa rivoltagli da Herri mentre andava al banco, poi, una volta ristabilito l'ordine, Frau Meyer consegnò i risultati dei temi svolti la settimana precedente; il suo era, come sempre, pieno di correzioni in rosso. Mentre imprecava mentalmente ~ Maledizione, un'insufficienza ~ la sua vicina sbirciò la sua ‘Cˉˉ', così, voltandosi verso di lei, aveva scorto la ‘A' che spiccava dalla cima del suo foglio e si era infastidito. - Beh, è comunque una ‘C' - gli aveva risposto lei: peccato che lui non le avesse domandato proprio nulla. L'aveva guardata male chiedendosi ~ Di cosa si impiccia? ~ poi sbuffò. ~ Questa giornata è cominciata male e non potrà far altro che peggiorare ~ concluse pessimisticamente.
La Tiranna non aveva concesso alla classe nemmeno la pausa al cambio d'ora, dato che il rito della discussione dei temi portava via sempre un sacco di tempo, così, dopo l'intervallo, quando arrivò il simpatico Monsieur checcà, Genzō non aveva esattamente l'umore adatto per seguire, come si deve, la lezione. Venne perciò ripreso un paio di volte dal Prof. che, - Obbrobriato - (sì, aveva usato proprio quel termine), lo aveva fatto correggere, stranamente, dalla sua cocca impicciona. Il portiere, comunque, non aveva potuto manifestarle il suo palese risentimento, dovendosi accontentare soltanto di scoccare un'occhiata omicida al suo inconsapevole ossuto didietro.
Dopo le ultime due ore di Inglese, in cui non aveva, di nuovo, brillato ed era quindi riuscito a deludere persino la sua Prof., a causa del pessimo umore che aveva continuato inesorabilmente a peggiorare per tutta la mattina, durante il pranzo si ricordò improvvisamente della comunicazione. Kaltz e Schneider, avendo avvertito l'aria pesante che tirava attorno al loro compagno, avevano saggiamente deciso di lasciarlo cuocere nel suo, ormai stra-acido, brodino ignorandolo, ma dovettero per forza girarsi a guardarlo, sorpresi, a causa della sua veemente esclamazione stizzita: - E questo, ora, cosa cazzo significa?!? -
Il coach del club di Hockey gli comunicava, dietro espressa richiesta di Herr Mikami, di presentarsi alla pista di pattinaggio quella sera stessa alle 21.00. Nient'altro. Era allibito. Gli altri due lo stavano fissando straniti ma Genzō non aveva la minima intenzione di dare spiegazioni ed era chiuso in un rabbioso silenzio, che, comunque, non osarono infrangere, non chiedendogli nulla, anzi, continuando ad evitare proprio di rivolgergli la parola. Anche se, ogni tanto, avevano scrutato il portiere e la sua malcelata irritazione, così inusuale per lui, sempre controllato, e si erano scambiati parecchi sguardi perplessi. Di contro, il ragazzo non li aveva praticamente calcolati per tutto il tempo, continuando a rimuginare sul significato del contenuto della busta.
* * *
Ripercorse col pensiero gli eventi di qualche giorno prima, quando Mikami, ritornato da due settimane di corso di formazione e aggiornamento per allenatori in federazione, gli aveva chiesto i suoi orari alla "J" dicendo che prossimamente avrebbe fatto un passo per vedere come procedeva. L'indomani era venuto davvero ed era rimasto ad osservarlo attentamente, ogni tanto confabulando con il Mister, fino alla fine; poi, mentre tornavano a casa in macchina, aveva proposto di fare, come ai vecchi tempi, una sessione di allenamento, e Genzō era stato felice all'idea.
La domenica successiva aveva ottenuto il permesso di usare il campo della scuola e avevano trascorso insieme una piacevole, anche se faticosa, giornata, proprio come erano soliti fare una volta in quello di villa Wakabayashi a Nankatsu. Da quando aveva iniziato a frequentare questi corsi, Tatsuo era perennemente impegnato; uscendo presto al mattino e tornando a ore impossibili, spesso non riuscivano nemmeno a fare due chiacchiere, e Genzō si era ritrovato tristemente a costatare che, col passare del tempo, stava cominciando a prendere le stesse pessime abitudini del despota.
Così quel giorno era stato un po' come tornare indietro nel tempo, quando lui non era soltanto Mikami, l'allenatore personale, ma anche Tatsuo, il suo confidente, l'amico, il padre che virtualmente per lui non esisteva. Era stato piuttosto contento degli evidenti miglioramenti riscontrati, ma anche drastico nelle critiche alla tecnica ancora un po' grezza, sostenendo che, se per il calcio giapponese poteva anche pensare di essere, oggettivamente, il miglior portiere, qui in Germania Ovest di strada da fare ne aveva ancora parecchia. Ma a Genzō non pesavano quelle osservazioni: era semplicemente il suo modo, un po' ruvido, per spronarlo a dare, come al solito, sempre il massimo.
Aveva poi stabilito che, avendo bisogno di perfezionarsi, nello specifico, nelle palle basse e veloci, a tale scopo avrebbe dovuto sostenere degli allenamenti particolari, rimanendo sul vago; ma il portiere non si era posto troppe domande pensando, contento, che, magari, avendo più tempo libero, volesse semplicemente riprendere ad allenarlo personalmente sfruttando i nuovi metodi occidentali. Ora, invece, si ritrovava tra le mani quella comunicazione assurda di cui era profondamente amareggiato, non tanto per la richiesta in sé, ma perché ne era stato tenuto completamente all'oscuro.
Durante tutti quegli anni, di ‘cose strane' che, apparentemente, c'entravano ben poco con il calcio, ne aveva fatte parecchie; ma Genzō, nonostante potesse aver avuto, a volte, qualche dubbio sulla loro utilità, si era sempre affidato all'esperienza dell'ex-giocatore professionista, seguendo le sue indicazioni, anche le più bizzarre, e trovandosi, poi, a riscontrarne l'effettiva efficacia, magari proprio durante una partita. Come quando, in seconda, gli aveva consigliato di allenarsi con la squadra di Baseball della Shutetsu; la pratica gli era servita per saper riconoscere e imparare ad affrontare le palle ad effetto e, una volta acquisita quella capacità, era nata la sua leggendaria fama di portiere paratutto. Quindi, se riteneva che dall'hockey avrebbe potuto trarre qualche beneficio, e sicuramente era così, avrebbe acconsentito senza obiettare semplicemente perché si fidava di Tatsuo.
Mikami stava decisamente cominciando a eguagliare gli stessi atteggiamenti odiosi di suo padre: quella sera a casa, gli avrebbe detto, senza peli sulla lingua, tanto con lui aveva la confidenza necessaria per poterlo prendere di petto, che cosa pensasse di quella fantastica idea, presa senza nemmeno consultarlo.
* * *
Così, concluse i suoi tormentati pensieri, e, mentre sedeva in un banco vuoto in Aula Punizione, aveva contemplato la busta per poi accartocciarla e gettarla rabbiosamente nello zaino. E, mentre si esauriva del tutto con ulteriori cupe riflessioni, considerando, avvilito, che, non solo era stato ripreso tutta la mattina dai Prof., ma siccome sarebbe arrivato con mezz'ora di ritardo all'allenamento, avrebbe subito anche il cazzettone del Mister, arrivò l'insegnante designata per fare da sorvegliante. Durante l'appello, la sua vicina gli si parò davanti chiedendogli se il posto accanto al suo fosse occupato; si era guardato attorno, cercando un altro banco vuoto per indirizzarla verso di esso, ma vide che la classe era al completo: evidentemente non c'erano solo problemi di autobus in ritardo alla "Jenisch". Così, un po' scocciato, liberò la sedia accanto alla sua, senza degnarsi di risponderle e riprendendo il filo delle sue infelici previsioni.
Dite lo guardò dubbiosa. Nemmeno lei era proprio felice di dover condividere anche l'ora di punizione con l'immusonito portiere, che oggi, se possibile, era anche più scontroso del solito, ma si dovette sedere per forza, anche perché era stata ripresa dalla Prof. che le aveva fatto notare di essere entrata in ritardo. Genzō, oltretutto, le stava rivolgendo, beffardamente, un sorrisetto maligno che la fece imbestialire, anche se cercò di trattenersi; se aveva intenzione di sfogare su di lei la frustrazione per essere in punizione lo avrebbe stroncato sul nascere.
Poi, però, aveva scorto la pallottola di carta finita sul pavimento e si era detta che le comunicazioni che arrivavano dalla Segreteria non contenevano mai belle notizie, ripensando a quella volta in cui le aveva ricevute lei, pessime. Così, ancora una volta, decise di mettere in pratica le parole di Alain lasciando correre; poi chiamò sottovoce - Genzō? - Il ragazzo si rigirò scattando come un cobra all'attacco. - Uh, scusa tanto, volevo solo avvisarti che ti era caduta - gli indicò per terra Dite.
Si sforzò di moderare un po' l'espressione seccata, per essere stato... strappato ai suoi pensieri? No, non solo per quello. Nessuna compagna finora lo aveva mai chiamato per nome; ok, non era più in Giappone e in occidente tutti usavano il proprio nome di battesimo, si era abituato, ormai, con i maschi. Ma nessuna femmina aveva mai avuto con lui quel tipo di confidenza, nemmeno al suo paese. Si doveva abituare anche a quello, stabilì, e si scusò, a suo modo, per essere stato brusco. - Ero soprapensiero e sono saltato su senza motivo. - Lei accettò quell'abbozzo di scuse con un sorriso. - Fa nulla. Capita a tutti di essere un po' nervosi, ogni tanto. -
- Già - sbuffò, e chiuse ogni eventuale volontà di ulteriori comunicazioni da parte sua recuperando silenziosamente la cartaccia e tirando fuori il libro di Francese; decise di non sprecare completamente quell'ora svolgendo i compiti assegnati per la settimana dal Prof., visto che, quella sera, a causa dell'allenamento aggiuntivo, non avrebbe avuto né il tempo né tantomeno la voglia.
A un certo punto avvertì una silenziosa presenza dietro di sé; dal suo consueto lieve sentore di vaniglia e l'odore dolciastro dell'immancabile succo di frutta, aveva dedotto che la sua vicina impicciona fosse appollaiata a curiosare, di nuovo, nei fatti suoi. Evidentemente concentrato nei suoi esercizi, si era estraniato dal resto della classe e non si era nemmeno accorto che, probabilmente, doveva essersi allontanata dal posto, e ora si stava rimettendo a sedere accanto a lui, fissandolo, mentre faceva un orribile rumore succhiando dalla cannuccia.
Le rivolse uno sguardo, volontariamente stavolta, seccato, nel cui significato Dite lesse un invito a farsi i fatti propri, ma lei, ignorando intenzionalmente la sua enorme cafonaggine, gli fece semplicemente notare - Guarda che hai sbagliato il plurale in quella frase. - Lui controllò, corresse e tornò a guardarla, per ribadirle il concetto; ma lei insistette - Anche le altre lo sono: è proprio scorretta la costruzione della frase. - Come se, per lei, fosse la cosa più elementare del mondo. Alla sua ennesima occhiata infastidita, lei alzò le spalle e, tranquillamente, gli elencò una serie di esempi in cui si applicava la regola grammaticale che lui, evidentemente, non aveva proprio capito.
- Non devi sempre prendere per oro colato quello che dice Monsieur Schröder. - Genzō alzò un sopracciglio, sconcertato ~ Presuntuosetta, la signorina... ~ Lei raccolse la muta provocazione, guardò gli esercizi e lesse alcune frasi che, secondo lei, erano errate; poi le ripeté, cambiandole "a modo suo". - Ti suona meglio come hai scritto tu, oppure come ho letto io? - affermò sicura. Effettivamente, davvero, suonavano meglio. - Io non sto dicendo che il Prof. ha spiegato male, ma che fa sembrare alcune regole più rigide e assolute di quanto non siano in realtà, quindi secondo me stai sbagliando semplicemente perché ti ha confuso le idee. -
- S'il vous plaît, mademoiselle, - il portiere le allungò il quaderno, - vorrebbe essere così gentile da correggere? - senza cattiveria, scherzosamente, - O forse, dovrei dire, ma petite mademoiselle... - Lei rise. - Ma dai, su, non l'avrai mica presa sul personale con Schröder. - Calcò apposta l'accento sulla e, imitando la sua classica espressione ‘orripilata' e ridacchiando ancora. - Pensavo avessi capito che se la prende con tutti perché è soltanto un omuncolo frustrato... - continuò malignando sull'insegnante.
- Disse: la prediletta! - la stuzzicò ironico. - Ah, va beh, se la metti su questo piano, allora, noi dovremmo ugualmente detestarti perché Ms. "I am the only true British" ha finalmente trovato il suo ‘pupil' preferito. - Ora era lei a ironizzare, mettendosi nella postura impettita della Prof. di Inglese e sistemandosi virtualmente i ridicoli occhialini sulla punta del naso, e stavolta a ridere fu Genzō.
Considerò quanto fosse veritiera, quella sua affermazione: erano entrambi nella stessa situazione, volenti - lei - o nolenti - lui - (ma, veramente, gli dava così fastidio essere il pupillo di Ms. Lloyd Perkins?); però, sentirselo spiattellare in faccia, senza troppi complimenti, gli aveva fatto ridimensionare, drasticamente, parte dell'odierno pessimo umore, distraendolo. - Ma scusa, cosa ne posso, io, - si strinse nelle spalle cercando di fornire una spiegazione, - se sono stato abituato a... -
- Appunto! - lo interruppe Dite. - Non sei di certo né il primo, né l'ultimo, né tantomeno l'unico ad avere certe specifiche, diciamo... doti. - Genzō sollevò, di nuovo incuriosito, un sopracciglio. - Se la mia pronuncia è così parfait, è perché, banalmente, essendo nata a Parigi, la mia lingua madre è il francese. Anch'io mi sono ritrovata a dover imparare da zero il tedesco, solo che ho avuto più tempo di te, dato che ho iniziato dalla "Grund", e quindi forse per me è stato un po' più facile adattarmi - concluse riferendosi implicitamente ai risultati dei temi.
- Come mai? - domandò curiosamente, alla Kaltz. - Perché mia madre è francese e mio padre tedesco - rispose semplicemente stringendosi nelle spalle. Non era esattamente ciò che il portiere aveva sottinteso, ma lei lo anticipò rigirandogli la domanda - E tu? Come mai sei venuto a studiare fin qui dal lontano Giappone? - Non era davvero il caso di raccontarle tutta la sua storia, così riassunse brevemente che si era trasferito in un paese calcisticamente più "progredito" perché il suo sogno era di intraprendere la carriera di calciatore professionista.
La ragazza accettò la sua risposta senza indagare oltre e cambiò discorso, riprendendo quello precedente sul Prof. di Francese. - Comunque, come ti dicevo, le considerazioni personali di quel represso di Schröder lasciano il tempo che trovano: la sua è soltanto malcelata invidia nei miei confronti, in realtà. - E ribadì la poca, secondo lei, rilevanza del concetto alzando le spalle - Noi, in casa, spesso comunichiamo in francese, come deduco lo facciate voi, in inglese. Perciò, ovviamente, la mia pronuncia è sicuramente migliore perché è originale, e non costruita, come la sua. E lui ci patisce da morire, perché, nonostante gli sforzi, rimarrà sempre un frustrato alsaziano. -
Genzō ascoltava in silenzio, divertito, il torrente di parole che lo stava sommergendo, mentre Dite, avendo trovato un "complice", continuava imperterrita - Figurati come gli rode quando Alain viene ai colloqui, dovresti vedere come lo guarda... se non fosse perché lui è... Alain, penserei che abbia dell'interesse, se intendi... - Si interruppe con aria disgustata visualizzando il pallido, basso, e intrinsecamente razzista, insegnante, accostandolo alla figura imponente del suo ‘orso bruno'.
Mentre il portiere, supponendo si stesse riferendo non al padre ma al fratello maggiore, poiché lo aveva chiamato semplicemente, e valutando quel nome effettivamente poco tedesco, immaginava comicamente un enorme ragazzone, presumibilmente biondo, oggetto delle attenzioni ‘particolari' dell'attempato e canuto Monsieur. Pure lui assunse un'espressione sdegnata, poi, non trattenendosi più, scoppiarono a ridere insieme di gusto, immediatamente tacitati da un'occhiataccia della Prof. alla cattedra.
Il ragazzo, infischiandosene del muto rimprovero ma abbassando il tono di voce, si avvicinò istintivamente alla compagna per riprendere il discorso. - Allora è Alain che ti ha scarrozzato stamattina sul cocchio marca Porsche... - calcolando che dovesse avere almeno l'età di Niko. - Beh, se non avessimo superato l'autobus, Maulesel avrebbe chiuso il portone e preso a calci tutti quanti - sottolineò Dite attribuendosi il merito del mancato richiamo; Genzō le ricordò che se lui non avesse portato la giustificazione ufficiale dell'autista, le prodezze del suo ‘pilota di Formula Uno' sarebbero state vane.
Così accettò sportivamente l'innata competitività del suo ormai non più totalmente insopportabile vicino, punzecchiandolo nuovamente - Ok, ora che abbiamo stabilito chi è meglio e in cosa, se avessi bisogno di ripetizioni... - si sistemò ancora una volta gli occhialini sul naso, - Oppure se moi volesse diventare un petit peu, plus British... - sarcasticamente pronunciato con l'accento sulla seconda i. Ridacchiarono di nuovo contemporaneamente, a bassa voce.
- La mia richiesta è sempre valida - replicò conciliante indicando il quaderno. - Così, almeno per oggi, una cosa è fatta - sospirò adombrandosi involontariamente, mentre pensava all'hockey che lo aspettava inesorabile. Lei scorse velocemente le pagine affermando che era tutto parfait, sorridendo; poi si fece più seria e gli chiese - Va tutto bene, Genzō? - Rifletté che oggi, lui e la sua ciarliera e ormai simpaticamente invadente vicina, avessero fatto sicuramente dei progressi, ma con lei non aveva ancora la confidenza necessaria per raccontare i fatti suoi; così fece lo sforzo di apprezzare il suo cortese interesse, sorridendo a sua volta - Sì, Dite, è tutto ok. -
[1] Verkehrsbetriebe Hamburg-Holstein (società di trasporti)
[2] Mulo