Manga
  • Numero Capitoli: 29
  • Ultimo capitolo: Twelve candles.
  • Serie: Captain Tsubasa
  • Personaggi: Genzo Wakabayashi/Benjamin Price, Hermann Kaltz, Karl Heinz Schneider, Taro Misaki/Tom Becker, Personaggio originale femminile, Personaggio originale maschile
  • Genere: Introspettivo, Romantico, Sportivo
  • Avvertimenti: Lemon
  • Rating: SS
  • Conclusa: No
  • Round Robin: No
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Media: 5/5 (180 Voti)

Capitolo 3 - Parte 2

 

Quel venerdì al campetto si respirava la tipica aria di sfida, anche maggiore dei giorni scorsi, perché Genzō era seriamente intenzionato a raggiungere il suo obiettivo, che a ogni tiro si avvicinava un po' di più, e, del tutto concentrato, non si faceva intimorire da un Kaiser più implacabile che mai, che continuava a scagliare innumerevoli serie di shots, tenendone sempre il conto con precisione svizzera, poiché, altrettanto risoluto, non l'avrebbe data vinta al portiere così facilmente: ognuno dei due era più che deciso a superare l'altro, o, perlomeno, a non farsi battere.

Domani mattina avrebbero affrontato in casa la Saarbrücken, penultima in classifica; un incontro pressoché inutile per l'andamento della "J" in Zweite Liga ma sicuramente importante per alcuni dei suoi giocatori, poiché per qualcuno sarebbe stata l'occasione di dimostrare che anche un giapponese poteva essere considerato un valido calciatore, e qualcun altro avrebbe avuto la conferma oggettiva delle sue elevate aspettative.

* * *

Karl-Heinz Schneider era davvero una fredda ed instancabile macchina da goal, che sembrava, sul serio, non accorgersi di infierire pesantemente sull'asiatico che aveva osato sfidare gli occidentali con il suo calcio da dilettante in una mano ma parecchia ostinazione nell'altra. Oppure, invece, forse lo stava facendo proprio apposta perché in lui aveva riconosciuto anche indubbio talento, oltre che notevole determinazione.

Al Kaiser del Calcio non importava minimamente la nazionalità dell'ormai suo ‘portiere giapponese', voleva soltanto avere il miglior elemento in campo, e, indubbiamente, questo non sarebbe potuto essere Hans, nemmeno con un allenamento dieci volte più intenso di quello a cui aveva deciso di sottoporre Wakabayashi: addirittura, quello non avrebbe resistito una sola ora, altro che settimana.

La stoffa del campione era quel "quid" che o si ha o non si ha, e che non si poteva comprare con la presunzione, o, assurdamente, cercare di imporla con inutili soprusi e malsane ripicche. Siccome, prima o poi, il portiere titolare avrebbe dovuto arrendersi all'evidenza della sua inferiorità, sentiva istintivamente che questo avrebbe portato non pochi problemi all'assetto e la stabilità, già precaria, della squadra.


Per sette pomeriggi gli intensi allenamenti di calcio lo avevano ridotto sempre peggio, così, la sera, era stato particolarmente attento a non far capire di essere troppo distrutto fisicamente, soprattutto in quei giorni in cui si era dedicato anche all'hockey, anche perché avrebbe dovuto altrimenti dare spiegazioni a Mikami.

Aveva preferito tacere, non riuscendo ad immaginare se la sua reazione sarebbe stata del tutto negativa, oppure, più probabilmente, avrebbe sollevato qualche dubbio, visto che l'esercizio fisico in pista era già piuttosto duro di per sé. E comunque era convinto di poter arrivare (quasi del tutto) integro alla fine di quella fatidica settimana, che avrebbe coinciso con la doppia fine della "prova dell'Hockey" e "del Kaiser", anche se non aveva ancora esattamente idea di cosa sarebbe successo all'indomani.

Magari, Coach Bähr, dopo la prestazione positiva dello scorso sabato, ma, soprattutto, ricevendo, direttamente dal Capitano, ulteriori concrete conferme dei suoi progressi, avrebbe veramente deciso di realizzare il proposito di schierarlo titolare. Ma Genzō, orgogliosamente, non avrebbe mai domandato esplicitamente al Kaiser di mettere una buona parola con il Mister, anche se ci sperava davvero ardentemente.


Analogamente, per tutta la settimana, il Kaiser era rimasto stupito ma anche esaltato della velocità con cui il nipponico si era adattato al suo stile ed aveva, al contempo, incrementato il numero di tiri che riusciva a bloccare, e non più soltanto a respingere. All'inizio gli aveva prospettato quel cinquanta percento più per provocarlo che essendo realmente convinto potesse raggiungerlo in così poco tempo; invece Wakabayashi, di nuovo, proprio come al campo da tennis, lo aveva incredibilmente smentito. Adesso poteva tranquillamente ammettere con se stesso di aver davvero incontrato il miglior avversario con cui aveva finalmente potuto confrontarsi.

Quel suo orgoglio testardo e la ferrea determinazione lo avevano progressivamente risvegliato da quella sorta di torpore calcistico in cui era sprofondato nell'ultimo anno, rilevando, oggettivamente, senza presunzione, che prima di lui nessuno era stato alla sua altezza. Ed era stato proprio grazie a lui che aveva anche riscoperto il sottile piacere di tornare a casa stanco marcio dopo gli allenamenti, a causa sua, per la fatica fatta a tenergli testa tutto il tempo, pur non facendolo, ovviamente, capire al portiere, a cui doveva sempre incutere cieca obbedienza e supremazia.

Non poteva di certo permettergli di credere di avere ormai vita facile, anzi, si era ripromesso di farlo sfacchinare come un mulo ancora più duramente, poiché sapeva benissimo che il giapponese avrebbe sempre dovuto dimostrare molto di più rispetto agli altri per essere perlomeno solo accettato; per ottenere addirittura rispetto e stima, invece, avrebbe dovuto essere in grado di superare tutti, oppure avrebbero continuato ad ostacolarlo. Per ora, intervenire con la sua autorità di capitano sarebbe stato anche peggio e le conseguenti rappresaglie degli "effequattro" anche più pesanti; pertanto, Wakabayashi doveva prima riuscire con le sue sole forze, poi, il Kaiser avrebbe iniziato a ridimensionare drasticamente i pessimi ‘costumi' di alcuni dei suoi "sudditi".

Al contrario, nonostante il suo ego fosse smisurato, per il nipponico rispetto e senso del dovere erano naturali e istintive come respirare, anzi, parare. Poi non si perdeva in inutili chiacchiere o si arrovellava in complicati ragionamenti come Hermann, era come lui: voleva soltanto lavorare duro allenandosi e basta, voleva soltanto parare, come lui soltanto calciare. E ognuno di loro voleva sconfiggere l'altro e vincere.

Altrettanto riservato, oltre che taciturno, non gradiva raccontarsi e non si immischiava nei fatti altrui. I lunghi silenzi, infatti, non gli pesavano, e le penetranti occhiate, che parevano volergli leggere dentro, non lo intimorivano, anzi, le restituiva, come sempre, alla sua maniera di brace. Poteva dire che ormai, fra loro, comunicavano praticamente solo a sguardi e che aveva trovato non solo il suo perfetto rivale ma decisamente un compagno di merende; anzi, di più: se non fossero stati così diametralmente opposti nell'aspetto, sua madre avrebbe affermato che avrebbe potuto tranquillamente essere il suo gemello di culla mancato.

Ora, diversamente da come lo aveva valutato la prima volta ai provini, sembrava aver parzialmente limato - di poco - quella sua presunzione, ma solo la parte ‘sbagliata'; Karl-Heinz, infatti, riteneva che non fosse un difetto, bensì una qualità: se non ci si crede innanzitutto con se stessi di essere il migliore, non si potrà mai pretendere di diventarlo. Così come lui era convinto di essere il miglior giovane attaccante d'Europa, Wakabayashi alle selezioni lo aveva colpito perché in lui tutto urlava che riteneva di essere il dannato miglior portiere sulla piazza... del Giappone, magari sì.

Così, quell'atteggiamento gli aveva fatto decidere di voler scoprire se tutto quel fuoco ardente fosse soltanto di paglia, oppure, invece, se, una volta sparita la sua arroganza, quel ragazzo avrebbe ugualmente rivelato di portare dentro di sé anche un sogno concreto, non solo di gloria, proprio come il suo; oltre che l'intenzione di inseguirlo a qualsiasi costo. Da allora aveva ridimensionato la notevole opinione di sé, perlomeno prendendo atto che qui, per ora, ancora non lo era, ma restando sempre consapevole che presto lo sarebbe indubbiamente diventato; così adesso accettava i consigli e le critiche, cercando di imparare e migliorarsi. Questo era lo spirito giusto, di un vincente, ~ Proprio come lo sono io ~ stabilì sogghignando. E riflettendo che, oltre a impegno e dedizione costante, unita a risolutezza e perseveranza, che, purtroppo, invece, erano ancora insufficienti in parte dei suoi attuali compagni, loro due in più mettevano anche la stessa passione in ciò che non consideravano solo uno sport ma una ragione di vita.

Come il portiere, anche lui era ugualmente convinto delle sue potenzialità; per questo motivo lo aveva, prima, tirato giù dal piedistallo, per poi dargli l'occasione di un nuovo confronto. Intanto, per avere la prova oggettiva che i suoi sforzi non sarebbero andati sprecati in una superba bolla di sapone, poi, perché si era reso conto che non solo lui ma l'intera "J" si era adagiata in un'apatica fase di stallo e aveva quindi bisogno di un drastico rinnovamento, che magari sarebbe potuto essere portato proprio dal vento di rivalità che era arrivato dal lontano oriente.

E anche il Kaiser del Calcio stava migliorando a causa del portiere giapponese (oppure, invece, avrebbe dovuto ringraziarlo per questo e, magari, un giorno, lo avrebbe anche fatto); per non lasciargli intendere che lo stava mettendo in seria difficoltà, aveva dovuto, non solo aumentare velocità e forza dei suoi shots, ma anche affinare tecnica e precisione, perché Wakabayashi aveva un dannato ottimo istinto, che spesso gli consentiva di anticipare pericolosamente le sue mosse.

Per tenere testa a "Lupo Silenzioso" ci voleva necessariamente un altro lupo, oppure una vecchia volpe. Così, quel venerdì, tanto per spronare e caricare ancora un po' (sebbene non ci fosse proprio bisogno) il suo formidabile avversario, lo aveva sfidato nuovamente: se fosse riuscito a parare almeno il cinquanta per cento dei suoi tiri, però odierni, quindi non più contando la settimana intera, avrebbe esercitato la sua "influenza di Capitano" sul Mister per convincerlo a farlo giocare domani mattina come titolare. Sapeva che in questo modo avrebbe solleticato la sua determinazione.


Con il trascorrere dei giorni, quel principio di apertura nei suoi confronti da parte del Capitano era diventato, via, via, sempre più solido; certo, non poteva dire che ormai interagissero come vecchi amici d'infanzia, ma, comunque, percepiva chiaramente la considerazione e l'apprezzamento che trapelavano dall'azzurro intenso dei suoi occhi. Anche se non lo aveva mai espresso a parole, gli trasmetteva un sentimento di stima equivalente al suo ed altrettanto corrisposto, nel cui significato profondo leggeva che ormai lo aveva riconosciuto come un degno rivale in campo che gli stava provando di non saper solo parlare a vanvera.

Sul lato personale era sempre più convinto di aver trovato un'anima affine, una sorta di Tsubasa biondo che vedeva nel calcio la sua ragione di vita, il suo sogno, proprio come lui, anche se gli mancava quell'entusiasmo quasi infantile che caratterizzava il suo amico. Non era curioso di sapere tutto di tutti o lo invitava a rilassarsi, come Herri, voleva raggiungere sempre la perfezione, anche a costo di faticare come un dannato mulo ~ Esattamente come me. ~ Ed era proprio massacrandolo con gli allenamenti che Karl-Heinz Schneider stava permettendo a lui di concretizzare lo stesso scopo.

Quel loro primo scontro ai provini gli aveva fatto capire che qui in Germania Ovest non sarebbero bastati soltanto il suo talento o la presunzione di essere più bravo; doveva fare di più, raggiungere un livello che non sarebbe potuto essere messo in discussione da nessuno. Ecco come aveva trasformato l'obiettivo di quella settimana: se l'unico in J-HSV in grado di batterlo fosse stato il Capitano, allora anche tutti gli altri avrebbero dovuto accettare la sua presenza, ora sgradita, come membro a tutti gli effetti. Sospettava, infatti, che la lezioncina infertagli quel giorno avesse avuto proprio quel significato intrinseco; se non lo avesse ridimensionato a dovere, il suo enorme ego lo avrebbe portato, irrimediabilmente, a commettere ulteriori errori di ‘valutazione' come quello, e quindi ad attirarsi, ancora di più, il rancore del resto dei compagni di squadra.

Non poteva più sbagliare, sbandierando ai quattro venti che continuava, comunque, a rimanere fermamente convinto di essere il migliore, bastava pensarlo e restare invece nell'ombra, perseverando, però, nel lavorare finché non avesse raggiunto quel livello obiettivamente superiore, cui solo il Kaiser poteva competere. Così, ora, comprendeva sicuramente di più il suo algido distacco, che era innanzitutto indubbia consapevolezza delle proprie capacità e inequivocabile ostentazione, poi indiscutibile dimostrazione di saper valutare situazioni e persone in modo oggettivo, senza lasciarsi condizionare da antipatie o preconcetti. Pertanto, se fosse riuscito perlomeno ad eguagliare Schneider, non solo nel calcio, ma anche ricalcando il suo atteggiamento, era sicuro che gli stessi "effequattro", non avendo, così, più nessun appiglio per mettergli i classici ‘bastoni' fra le gambe, avrebbero presto dovuto arrendersi alla presenza di ‘giapponese'.

Doveva, quindi, cercare di raffreddare un po' i suoi ‘bollenti spiriti', che spesso erano la causa diretta dei molti attriti con i compagni e forse anche della reticenza che aveva tuttora il Mister nei suoi confronti, che evidentemente lo considerava una problematica testa calda. Doveva quindi smorzare quelle reazioni tipicamente istintive che alla fine lo mettevano dalla parte del torto anche quando non lo era; il suo ‘fuoco interiore', lo avrebbe d'ora in poi utilizzato non più per fiatare soltanto ma per agire concretamente, e ora, che aveva un modello da seguire, sentiva di poterci riuscire.

E poi, come aveva imparato proprio dai suoi storici rivali in Giappone, Tsubasa, e, incredibilmente, persino dallo stesso Hyūga, che anche dal "nemico" si poteva sempre apprendere qualcosa, adesso cercava di assimilare il più possibile da Karl-Heinz, da ogni suo shot, per riuscire così a contrastare la sua tecnica perfetta, che in confronto alla sua era incomparabile; doveva ammettere che, da questo lato, gli era ancora di molto inferiore. Non solo, Genzō si era reso conto che un'altra cosa fondamentale gli era sempre mancata, che al suo paese non aveva potuto acquisire a causa dei limiti di cui soffriva l'ambiente calcistico giapponese e asiatico in generale: l'esperienza. Sia personale che dovuta all'avere come padre uno straordinario giocatore professionista e allenatore; non che non ritenesse Tatsuo altrettanto valido e meritorio ma, ahimè, era sempre la solita storia: il calcio Europeo era decisamente un altro mondo.

E inoltre, ormai, aveva appurato che tutto quel ghiaccio era invece soltanto il riflesso di un'incrollabile determinazione, altrettanto forte quanto la sua, soltanto espressa al contrario, poiché in lui ardeva, di diventare, se non già di essere, il miglior dannato giocatore ognuno nel proprio ruolo. Tra le qualità che aveva riconosciuto nel Kaiser, c'era, perciò, proprio una discreta quantità di presunzione ~ E un ego smisurato. ~ E quindi, ancora una volta, aveva trovato una straordinaria similitudine fra loro.

Si rese conto che, forse, chissà, in quella terra straniera, non era poi più così solo, e si augurava che, col tempo, quell'inizio sarebbe potuto diventare una relazione fatta non solo di antagonismo sportivo ma anche di intesa e alleanza, proprio perché entrambi condividevano, tra le tante cose, la stessa passione. E se Tsubasa gli aveva persino insegnato che due rivali in campo potevano essere al contempo grandi amici, beh, allora era sicuro di poter fare lo stesso con l'apparentemente impenetrabile Schneider, poiché anche lui prima o poi avrebbe sciolto un po' di quel gelo a causa sua.

Genzō, infatti, aveva compreso che, non solo durante tutta quella lunga ed intensa settimana era stato valutato come calciatore, ma che il Capitano gli aveva dimostrato, indirettamente ma inequivocabilmente, che ormai lo aveva rivalutato anche come persona; che era poi quello che aveva auspicato fin dal giorno dei provini, in cui si era sentito amareggiato ed avvilito per aver dato di sé una pessima prima impressione a qualcuno che stimava. E oggi, rinnovati i termini della loro sfida, Karl-Heinz sembrava, sorprendentemente, persino disposto a sbilanciarsi in suo favore ed offrirgli un aiuto ben concreto e tangibile per consentirgli di continuare a perseguire i suoi obiettivi.

* * *

Genzō era riuscito a raggiungere il dannato cinquanta percento proprio sull'ultimo tiro. Le ultime parole di Schneider, prima di congedarsi, erano state - Bravo, portiere: ero sicuro che non mi avresti deluso. Domani in campo, però, starà soltanto a te fare in modo di sfruttare al meglio quest'occasione, e dimostrare che il giapponese merita di potersi guadagnare il posto di titolare non solo a parole. - Aveva riflettuto parecchio su quella lunga frase, pronunciata dopo sette giorni in cui si erano parlati soltanto con gli occhi e i duri allenamenti, ripromettendosi di dare nientemeno che il massimo.

E, come promessogli, adesso stava a lui dover difendere la porta amburghese, sotto lo sguardo omicida di EmmentHans, ma anche del resto della squadra, tranne giusto Herri e Karl-Heinz. Quando il Mister negli spogliatoi aveva annunciato la formazione, aveva pensato ironicamente che, se le occhiate fossero state di pietra, a quest'ora sarebbe stato già lapidato. Era entrato in campo assolutamente convinto che sarebbe stata una passeggiata di salute, invece, contrariamente ad ogni pronostico, la partita fu ugualmente un totale calvario, soprattutto per lui.

Perché non solo mancavano gli elementi migliori, dato che Coach Bähr aveva lasciato in panchina, non solo ovviamente Hans, ma anche Kaltz e Briegel, il cosiddetto solido centrocampo amburghese, e, assente Schneider, il tridente d'attacco era ridotto a due sole punte. Inoltre, i due difensori appartenenti agli "effequattro", Gongers e Hannes, avevano fatto palese ostruzionismo, sia non obbedendo alle sue direttive in difesa, sia addirittura commettendo falsissimi errori di distrazione; con l'ovvio scopo di fargli fare una pessima figura col Mister e di conseguenza anche con Karl-Heinz, che a sua volta sarebbe stato biasimato dal Coach per aver perorato la causa del giapponese.

Pertanto, a causa del suo orgoglio, che non gli avrebbe mai permesso di far ricadere le sue mancanze sul Capitano, che lo aveva aiutato, era lo stesso riuscito a mantenere inviolata la porta, rimediando ai pasticci della difesa, e aveva anche dimostrato la sua abilità nell'interrompere le azioni avversarie con efficaci uscite dai pali, anche al limite dell'area di rigore. Siccome, appunto, giocavano contro la penultima in classifica, il Mister ne aveva approfittato per schierare una formazione composta praticamente da riserve, allo scopo di fare impratichire negli schemi anche loro; per questo motivo, sebbene la Saarbrücken fosse un'inutile squadretta contro cui normalmente avrebbero stravinto con ampio margine, l'incontro odierno terminò abbastanza penosamente con uno striminzito e alquanto faticosamente sudato 3-0.

Con una delle sue solite lunghe occhiate penetranti, il Kaiser gli fece intendere di aver capito perfettamente le difficoltà incontrate durante la partita; poi, prima di andarsene, gli aveva rinnovato la proposta di recarsi al campetto, dopo gli allenamenti alla "J", per continuare a combattere, così, la loro personale "guerra" fatta di shots e rigori. Genzō stavolta era più che soddisfatto, soprattutto perché il Capitano non aveva perso la fiducia ma confermato anche la stima, considerandolo, evidentemente, non solo un degno avversario, ma ormai un compagno di squadra a tutti gli effetti.

Analogamente, Schneider rifletté che il cocciuto ed orgoglioso portiere stava dando a quei pecoroni una sonora lezione di integrità morale, oltre che di ovvia superiorità, non avendo esposto al Mister le mancanze (che comunque erano state evidentissime) non solo della difesa ma dell'intera formazione odierna; anche se, così facendo, li avrebbe, giustamente, messi in cattiva luce, e si sarebbe anche potuto finalmente rivalere sui compagni che gli rendevano la vita difficile ogni giorno. Infatti, Coach Bähr aveva rimproverato aspramente tutti per la pessima prestazione, tranne, appunto, Wakabayashi, lodandolo come il migliore in campo, non rendendosi invece conto di aver innescato una pericolosa nuova "bomba atomica" in direzione Giappone.

Di nuovo, come in altre precedenti occasioni, il Kaiser sembrava riuscire a cogliere dai loro scambi di sguardi più di quanto avrebbero potuto fare tante inutili parole, e gli piaceva anche per questo, anche più di Herri, in un certo senso. Pur continuando a considerarlo il suo miglior amico, la sua logorrea a volte lo sfiancava, e aveva trovato invece proprio in Karl-Heinz qualcuno che condivideva esattamente i suoi pensieri.

Forse, al povero Hermann, durante quell'ultima settimana in cui si erano visti soltanto a scuola, erano fischiate lo stesso continuamente le orecchie, perché lui al campetto era stato ugualmente presente, in quei loro rari scambi di opinioni o commenti, anche se, più facilmente, si erano concessi delle battutine sui suoi difetti, sempre, comunque, dimostrando entrambi affetto per il centrocampista dalla lingua lunga; un'altra cosa che portiere ed attaccante potevano dire di avere in comune: un vero amico.

Più tardi, una volta ormai soli, Kaltz aveva espresso una delle sue solite considerazioni filosofiche: per la squadra sarebbero presto arrivati tempi duri, in cui Wakabayashi si sarebbe sicuramente ritrovato a passare momenti non proprio facili, ed esortò l'amico a sostenere il "suo portiere", anche a costo di rimetterci un po' della sua indifferenza. Perché, come era capitato con lui qualche anno prima, e poi di nuovo, poco tempo fa, proprio con quel ragazzo altrettanto scostante all'apparenza, riteneva che entrambi fossero persone con cui valesse la pena spartire interessi, tempo ed amicizia.

Ed era assolutamente convinto che Karl e Genzō non avrebbero potuto essere più perfetti, insieme, come amici, e altrettanto contento di costituire una specie di punto di incontro fra loro: dopotutto, era il suo destino quello di fare il "fratello di mezzo".

* * *

Il giorno successivo era domenica e, in più, anche in pista, aveva dovuto affrontare una partita del campionato di Hockey come titolare, così, ancora una volta, aveva passato un fantastico fine-settimana di fuoco, in cui non c'era stata parte del corpo che non avesse urlato pietà. Il suo allenatore, amico, e all'occorrenza santo, Mikami, dopo cena gli fece un massaggio defatigante ad un indolenzito quadricipite che si era stirato, al contempo congratulandosi con lui, soprattutto per il suo debutto in campo.

Genzō allora si sentì un po' colpevole per avergli taciuto degli allenamenti collaterali; soprattutto si sentì in obbligo di essere totalmente sincero con Tatsuo, proprio come aveva preteso lui stesso in precedenza. Dopo aver un po' tergiversato, raccontando entusiasticamente di come il Kaiser gli avesse riconosciuto, anche ieri, di essere stato fondamentale per la vittoria della squadra, finalmente vuotò il sacco, spiegando che lo aveva invitato a continuare anche per i giorni a venire.

E poi, ragionando per interesse personale, adesso gli conveniva metterlo al corrente, perché, dovendo recarsi al campetto dopo l'allenamento quotidiano alla "J", avrebbe dovuto, in qualche maniera, giustificare di rientrare tardi tutti i pomeriggi dopo scuola. Mikami, prevedibilmente, la prese con un tono severo, rammentando del modo in cui aveva reagito lui quando non gli aveva parlato dell'hockey e rimproverandolo per aver fatto di testa sua. Sebbene non fosse poi totalmente arrabbiato, quella era proprio la reazione che aveva temuto fin dall'inizio della sua confessione; soprattutto quando aveva scorto la delusione nello sguardo da dietro le lenti fumé, sicuramente dovuta alla mancanza di fiducia nei suoi confronti.

Ma Genzō era ancora solamente un ragazzo, maturo e riflessivo, ma non abbastanza da essere in grado di analizzare obiettivamente, così approfittò di quell'occasione per sottolineare che le due settimane di prova alla "HHH" erano terminate, e che quindi, come allenamento supplementare, sarebbe stato più adatto quello con il Kaiser, visto che dopotutto non doveva diventare un portiere di hockey.

Mikami sapeva benissimo che le sue giustificazioni erano dovute al tipico entusiasmo adolescenziale, e che era lui l'adulto che doveva aiutarlo a fare le sue prime scelte consapevoli, che magari avrebbero potuto costringerlo a rinunciare a cose cui teneva per concentrarsi su altre, sicuramente meno piacevoli, ed indurlo ad attenersi anche a decisioni magari arbitrarie ma prese per il suo bene. E non permettergli più, quindi, di agire di nuovo impulsivamente a causa della sua testardaggine: doveva capire che non era ancora sufficientemente cresciuto per essere totalmente autonomo, anche se la sua indole era - indubbiamente - fieramente indipendente, proprio come quella di un altro Wakabayashi di sua conoscenza.

Sottolineando che non era né arrabbiato né deluso di lui, lo rassicurò che avrebbe sempre e comunque potuto contare sul suo appoggio, sebbene a volte avrebbero potuto ritrovarsi a non condividere del tutto le proprie idee e convinzioni, ma che la fiducia reciproca non sarebbe mai dovuta venire a mancare.

Poi aggiunse, che, a prescindere dalla sua inaspettata rivelazione, e perdonandogli, implicitamente, la sua ‘mancata obbedienza', quella sera avrebbe avuto l'intenzione di proporgli, solo se lui era d'accordo stavolta, di proseguire ancora con l'hockey, visti i risultati ottenuti, ma permettendogli di decidere da solo se portare avanti soltanto uno dei due impegni, e quale, oppure entrambi.

Genzō, per "espiare la sua colpa" e dimostrare così a Tatsuo che era più che disposto al sacrificio, non andò a tagliare i capelli, ma stabilì di poter continuare a sostenere sia l'hockey che il calcio ancora per altre due settimane, affermando caparbiamente che, se non fosse stato in grado di sopportare i doppi allenamenti, allora era anche inutile continuare a lottare per diventare un professionista. E la doppia fatica gli avrebbe consentito di raggiungere, in ancora miglior forma, il giorno in cui avrebbe giocato da titolare in una partita contro una squadra seria.

Ma, soprattutto, tenendo il pensiero per sé e senza quindi esternarlo a Mikami, perché non voleva che si preoccupasse più di quanto non lo fosse già, essendo di natura (fin troppo, sorrise, sempre fra sé) apprensiva, considerò che avrebbe dovuto combattere, ancora per molto tempo, contro gli ostacoli che i compagni di squadra gli avrebbero sicuramente fatto trovare, qualora avesse davvero di nuovo giocato al posto di Hans; quindi, un maggior esercizio fisico non poteva far altro che giovargli. Poi, per chiudere in maniera leggera, scherzando aveva aggiunto che le Lepri avrebbero sicuramente sentito la mancanza di un componente fondamentale e pertanto non li poteva già abbandonare, e che in "conigliera" ci stava piuttosto bene.

L'allenatore nipponico accettò la decisione del suo piccolo ostinato portiere invitandolo semplicemente a non eccedere nell'attività fisica, per non rischiare, così, infortuni ben peggiori di uno stiramento. Poi, come di consueto, ognuno si ritirò nella propria stanza, mentre le parole non dette, ancora una volta, rinsaldavano il loro rapporto.

* * *

Quando, allora, aveva accettato di portare con sé Genzō in Europa, Mikami aveva avuto timore di non essere all'altezza di un ruolo così complesso come quello di educatore, non solo mentore, e così deludere chi glielo aveva affidato ciecamente; ma ora poteva dire di essere, ancora una volta, orgoglioso del suo ragazzo, per come stava reagendo positivamente, senza lasciarsi prendere dall'impazienza di ottenere tutto e subito come quando era più piccolo.

Come l'anno scorso: quando aveva deciso di abbandonare la partita, dopo aver subito il goal dalla Nankatsu solo perché non riusciva a sopportare di essere stato sconfitto, infischiandosene delle conseguenze che il suo gesto avrebbe causato all'intera squadra, lo aveva per la prima volta rimproverato aspramente davanti a tutti, pur non essendo la sua indole incline al confronto aggressivo; subito dopo, infatti, si era pentito di quel ceffone, ma da quel giorno Genzō aveva cominciato a crescere.

E oggi, il suo dannato miglior amico di un'intera vita sarebbe stato sicuramente fiero del suo ragazzo, ma lo avrebbe anche visto inarcare scettico il tipico sopracciglio, perché, stavolta, proprio lui, il docile Tatsuo, era riuscito, lo stesso, alla sua maniera conciliante, a mettere un po' di sale in quella capoccia dura alla Wakabayashi.

 
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