- Numero Capitoli: 26
- Ultimo capitolo: Rivali, guerre, amici.
- Serie: Captain Tsubasa
- Personaggi: Genzo Wakabayashi/Benjamin Price, Hermann Kaltz, Karl Heinz Schneider, Taro Misaki/Tom Becker, Personaggio originale femminile, Personaggio originale maschile
- Genere: Introspettivo, Romantico, Sportivo
- Avvertimenti: Lemon
- Rating: SS
- Conclusa: No
- Round Robin: No
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Capitolo 3 - Parte 5a [presente]
Ascolto: Ur Life di Marusha consigliato dopo il terzo break.
Allenatore e portiere camminavano da qualche minuto sulla Poppenbütteler Weg senza avere una meta reale, ognuno ancora immerso in riflessioni verosimilmente legate al diverbio, avvenuto prima a casa, che, alla fine, aveva coinvolto tutti i suoi abitanti. Per Genzō quel silenzio stava diventando insopportabile, così provò a spezzarlo in maniera neutra e indifferente, proponendogli di fare due passi fino al lago.
- Ma, l'Außenalster non è un po' lontano per raggiungerlo a piedi? - Il ragazzo sorrise - Ma io, infatti, sto parlando del "lago" di Poppenbüttel, anche se non è un lago vero e proprio: l'Alster, in quel particolare punto, è abbastanza largo e profondo, e quindi la corrente è piuttosto ferma; così sembra che sia davvero un laghetto. - L'uomo rimase un po' sorpreso, notando che stavano praticamente ritornando a casa, per poi tagliare in una via laterale e trovarsi di fronte la consueta folla domenicale.
- Certo che, non essermi mai reso conto, dopo tutti questi mesi, di avere un non-lago, proprio dietro casa... - Il portiere ridacchiò - Beh, non sarebbe di certo la prima volta, che ti capita di... "svanirti". - Tatsuo aggrottò la fronte, ben consapevole da dove, o meglio, da chi, avesse imparato quel termine, svanito, come avrebbe detto qualcuno, e istintivamente sorrise. - Ah, ti ci metti anche tu? - Genzō rise di nuovo - Dai, se poi hai voglia, oggi, dopo pranzo, ti porto a fare un giro turistico della ridente località. -
Dal consueto gruppo di piccoli calciatori si staccò il suo fan più accanito, quello che, ogni volta che passava da quelle parti, la domenica mattina, prima lo chiamava a gran voce per invitarlo alla solita partitella, poi lo subissava con ogni possibile domanda sull'incontro di Zweite Liga del sabato precedente, infine, gli si appiccicava addosso come una piccola zecca per tutto il tempo che rimaneva con loro. In fin dei conti era soltanto un ragazzino, un po' troppo vivace, sì, ma nel complesso simpatico e sveglio.
Infatti, come da copione, cominciò a parlare a macchinetta - Ehi! S.G.G.K.! Ma dove eri finito?! Pensavo non venissi più, ormai! Brutta storia ieri con lo Schalke 04, eh? Ma, se avessi giocato tu, col cavolo che li segnavano cinque goal! - Genzō sorrise a quel fiume di parole che lo aveva travolto. - Dai, su, vieni a giocare, così mi racconti. -
Mikami gli lanciò uno sguardo ammonitore, sottintendendo alla forzata immobilità in cui avrebbe dovuto tenere la mano infortunata, ma immediatamente lo anticipò - Non ti agitare, qui solitamente il mio ruolo è di trequartista o, al massimo, seconda punta, no? - Strizzò l'occhio al suo amichetto, che approvò enfaticamente - Scusa eh, ma è ovvissimo: se ti metti in porta tu, noi ce ne possiamo andare tutti a casa! -
- Come vedi, dovrò usare solo i piedi... - L'allenatore sorrise rassegnato, scuotendo la testa, divertito da quel piccolo ciclone di ragazzino, e costatando che Genzō non ci riusciva proprio a stare lontano dal calcio, nemmeno per un paio d'ore. Mentre si allontanavano verso l'improvvisato campo da gioco, il bambino, che avrà avuto cinque, massimo sei, anni di età, riprese a sparare domande a raffica al portiere, come una mitraglietta: - Beh, allora, raccontami della partita. Ehi, sono proprio contento che sei arrivato, finalmente! Sai, il nostro allenatore dice che siamo tutti migliorati da quando giochiamo la domenica assieme a te... Uh, ma che ti sei fatto alla mano? -
Mikami allora si sedette sull'erba, rilassandosi mentalmente e accantonando in parte tutte le ombre che lo avevano turbato fino a poco prima: guardare quei ragazzini, così giovani ed entusiasti, in una semplice partita senza alcuna pretesa agonistica, gli fece ricordare quando a Nankatsu, solo pochi anni fa, per fare contento Genzō bastavano due calci ad un pallone in giardino; erano tempi decisamente più facili, rifletté.
Il suo occhio attento di allenatore gli fece notare quanto il portiere, rispetto all'anno scorso, avesse acquisito ancor più senso del gioco in campo. Certo, il suo dribbling era lento e un po' scoordinato, e nei tackle i bambini lo saltavano come grilli, ma era una cosa normale per un estremo difensore; nella marcatura a uomo, però, era efficace, e i suoi assist davvero precisi, indirizzandoli, ogni volta, all'attaccante che si trovava nella posizione più favorevole. Evidentemente, l'allenamento che aveva fatto durante quelle due settimane con Karl-Heinz Schneider era servito parecchio.
Si guardò attorno distrattamente, mentre si riprometteva di fare più di attenzione anche a tutto il resto di quello che riguardava Genzō, non solo il lato sportivo, e notò una ragazzina, che doveva avere circa la sua stessa età, e una bambina sedute poco distanti da lui; la più grande era intenta a leggere e la piccola a disegnare. La bimba incrociò il suo sguardo e sorrise, poi disse qualcosa alla sorella (così presunse Mikami) maggiore, che lanciò un'occhiata verso il campetto di calcio e dopo si alzò chiamando a gran voce - Arne! Adesso non hai più scuse, andiamo a casa! -
- Ma no, dai, uffa! Abbiamo appena cominciato! - le urlò di rimando proprio il piccolo amico del portiere. - Ti ho accontentato a restare finché non arrivava il tuo Genzō, e adesso è qui, perciò approfittane, riempiti della sua presenza: toccalo, abbraccialo, annusalo... Strappagli una ciocca di capelli o lembo di maglietta da portarti via come souvenir, perché ora si torna a casa senza discutere. Primo, Arie ed io abbiamo fame; secondo, io devo studiare, oggi, non so già tutto come qualcuno di mia conoscenza. - E rivolse apposta uno sguardo contrariato proprio a Genzō.
Mikami sorrise vedendo il ragazzino che metteva il broncio, seccato, e il portiere che provava diplomaticamente a convincerlo ad assecondare la ragazza; la bimba lo scrutò di nuovo, ridacchiando, poi strattonò la manica della sorella, che si accorse della sua presenza. Dal lieve rossore che apparve sulle sue guance, sembrò rendersi conto di avere fatto una figuraccia, ma si riprese istantaneamente - Senta, Herr Wakabayashi: potrei chiederle un grandissimo favore, davvero enorme? - Tatsuo esitò - Sì... Ma... -
Stava per correggere la ragazza sulla presunta paternità, ma, poiché gli altri due li avevano ormai raggiunti, preferì evitare, perché non voleva mettere in difficoltà Genzō, che, sapeva perfettamente, non amava rivelare troppo di sé a persone che conosceva da poco, e lui non sapeva che livello di confidenza ci fosse fra loro.
E mentre il portiere esortava l'amichetto ad obbedire, promettendo che la prossima domenica avrebbero giocato un'intera partita, la ragazzina aveva salutato Genzō con un sarcastico - Buongiorno anche a te! Alla buon'ora! - poi si era rivolta di nuovo a lui - Potrebbe regalare una foto del Portiere Numero Uno al suo ammiratore numero uno? Così se la appiccica in cameretta, accanto a quella di Maradona e di Rolf Schneider, e magari, finalmente, la smette di stressare la vita a tutti con: Genzō di qua, S.G.G.K. di là... Non fa altro che parlare di lui - rivolse gli occhi al cielo sbuffando divertita.
- Beh, oddio... - Mikami guardava alternativamente la famigliola: la maggiore adesso fissava il portiere con uno sguardo furbo, se la sua intenzione era stata di metterlo in imbarazzo, allora c'era perfettamente riuscita, dato che l'espressione di Genzō era quella tipica, studiatamente impassibile; la sorellina ridacchiava e il fratellino si stava trattenendo soltanto per non mettere ancora di più in difficoltà il suo amico. E ora che li osservava da vicino, aveva notato che i due più piccoli erano gemelli. Poi, sebbene fosse visibilmente deluso, il miniterremoto acconsentì a tornare a casa; i tre ragazzi si accomiatarono e il portiere sibilò - Il buongiorno è tutto tuo, cara... -
Tatsuo non riuscì a trattenere una risatina, era contento che Genzō si fosse fatto degli amici; lui rispose alla sua muta domanda con un ironico - Fräulein Weiss di solito non è così acida... peggio! - E andò avanti a spiegare, spontaneamente, che la ragazza era la sua compagna di banco part-time insieme a Kaltz e un tale Scooter.
Probabilmente glielo doveva aver anche già raccontato, e di nuovo si rammaricò che, ultimamente, erano state davvero poche le volte in cui avevano trascorso un po' di tempo assieme semplicemente a parlare come una volta. Ma il portiere non gli aveva mai fatto pesare le sue frequenti assenze.
Mentre tornavano a casa, poiché anche loro due avevano cominciato a sentire i morsi della fame, e augurandosi scherzosamente che Karen non avesse avvelenato il pranzo, proseguirono nelle chiacchiere; o meglio, Genzō aveva raccontato qualche divertente aneddoto di scuola, come la "Lotta di Classe in Laboratorio" o le "Prodezze del Maestro delle Caccole". Proponendo, infine, di includere, nel loro giro turistico, la fumetteria di Sasel, tanto per fargli vedere che c'era un piccolo angolo di Giappone anche lì in terra straniera, e, magari, fargli conoscere gli amici otaku.
Perché no, per una volta poteva concedersi una piccola pausa anche lui. Una volta raggiunto il cancello, prima di entrare, Genzō si fece serio e gli disse che non doveva preoccuparsi, che le ‘cazzate' che aveva ‘sparato' prima Niko lui sapeva perfettamente non essere vere. E Mikami, sospirando, si ripromise non solo di concedersi più tempo per seguire, come si deve, il portiere, ma di fare in modo che non accadessero più spiacevoli diverbi tra due ragazzi che facevano parte della sua famiglia.
* * *
Dopo pranzo, in cui Niko non si fece vedere nemmeno in cartolina, squillò il telefono e Karen lo chiamò in disparte. Dalla sua faccia capì subito: Yūta. Per quale dannato motivo chiamava di domenica a quell'ora così inconsueta? Guai in vista. Incominciò a fargli il solito resoconto, a cui però sembrava prestare nessuna attenzione, infatti, lo interruppe quasi subito e piuttosto seccamente. - Se lo scriteriato ti crea problemi, ho ripetuto mille volte che devi dirmelo, mi urta venire a sapere le cose dalla Holtzmann, come oggi. Se pensa di poter dire o fare il cazzo che gli pare... -
- Ma, suvvia... - provò ad inserirsi nel suo monologo. - No ‘suvvia'; anche se la cosa non ti piace e urta il tuo animo sensibile, Niko è un pessimo elemento che ha bisogno di una bella regolata. Ed io lo sento che ti stai facendo di nuovo prendere dall'eroico proposito di aggiustare sempre tutto con le buone, Tatsuo. -
- Yū-chan... - lo interruppe usando di proposito quel nomignolo che, sapeva benissimo, detestare a morte, perché dava rilievo al fatto che era lui il più giovane, e sogghignò, mentre si immaginava l'espressione incazzosissima che doveva sicuramente avere in quel momento. Infatti, ottenne l'effetto sperato, ovvero che si zittisse.
- Sì, Senpai? - sibilò con tono sinistro. Tatsuo non si trattenne più e scoppiò a ridere. - Ecco, ora che ti sei calmato... Se permetti, certe cose mi fanno stridere i pensieri. Ed io, prima di condannarlo al patibolo, vorrei capire il perché Niko continui a covare tutto quest'astio verso suo padre; eppure di tempo ne è passato... -
- Appunto, tu vuoi capire le cose anche quando sono lampanti come il sole. E, rilassati, che l'astio che cova adesso, il degenerato, lo sta conservando tutto per me, ed io non vedo l'ora di sguazzarci dentro, fosse la volta buona che si rende conto di quanto sta rischiando grosso... Tu hai il brutto vizio di essere sempre leale verso chiunque, ma cosa ti entra in tasca a riaggiustare i cocci altrui, eh? E poi, tanto, stavolta ti devi fare da parte, volente o nolente, perché Yoshio ha dato a me carta bianca. -
- E perché, comunque, io non sarei in grado - intervenne Mikami. - Esatto. Limitati a fare quello che sai: io non sarei mai stato in grado di dare a Genzō il sostegno dal lato pratico e "tecnico" che invece tu gli puoi offrire. Il suo dannato sogno è di diventare un portiere di calcio come te? Ha, ben venga. Ma che almeno abbia un esempio solido da cui capire che per ottenere qualcosa non basta pretendere ma bisogna farsi il culo tanto. E qui tu hai carta bianca. - Fece una pausa in cui sospirò rassegnato.
- Per tutto il resto... Il compito di salvare l'anima di mio nipote dall'inferno lascialo a Karen, e quello di essere la carogna da odiare a me, che mi riesce tanto bene. E, mi ripeto: se il signorino dovesse dare di nuovo filo da torcere, io salto subito sul primo aereo, all'occorrenza... Non esiste che ti possa trattare a quella maniera e restare impunito - concluse con tono fermo ma solidale.
Tatsuo non replicò, accettando, perciò, implicitamente, di farsi da parte, anche se non condivideva del tutto come aveva deciso di affrontare il "problema Niko"; non credeva, come Yūta, che le maniere forti risolvessero sempre tutto, ma, in fin dei conti, Yoshio non si era rivolto al lui ma al cognato, erano, pertanto, affari di famiglia.
Così, rimasero in silenzio qualche istante, riappropriandosi ognuno del proprio ruolo, poi presero a conversare di argomenti più leggeri e, in alcuni casi, riguardanti Genzō. - Ah, piuttosto, - disse Yūta dopo un po', - quell'aggeggio che ha chiesto dovrebbe arrivare in settimana con il corriere, ma, magari, è preferibile che non lo veda fino al giorno del suo compleanno, giusto per ricordargli che non sempre si ottiene tutto ciò che si desidera, e, soprattutto, tutto e subito. -
- Non sia mai... - rispose Tatsuo, e insieme sghignazzarono. Dopodiché si salutarono augurandosi di risentirsi in occasioni più piacevoli. E Mikami si trovò, suo malgrado, a ricordare gli eventi del passato che avevano portato prima a separare una famiglia e poi a riunire i due cugini in quella maniera assurda.
* * *
Genzō se lo sentiva sottopelle che in quella misteriosa telefonata a sorpresa c'entrava sicuramente il despota, l'istinto suggeriva sempre bene. Perché, se non c'era nulla di sospetto, andare a parlare in privato? E poi Mikami era tornato senza dire una parola e, soprattutto, non gli aveva passato il cordless. ~ Ma che bella novità, adesso non gli interessa nemmeno più fare l'interrogatorio? ~ Però Tatsuo sembrava più contento di prima, e questo, per adesso, era più che sufficiente.
Una seconda telefonata, dopo pochi minuti, gli portò via anche la speranza di poter trascorrere il pomeriggio con il suo allenatore, poiché dalla Federazione reclamarono urgentemente la sua presenza. ~ Ma che cazzo dovranno mai fare di domenica... ~ Così, si arrese del tutto a una giornata storta e prese a caso un libro dalla libreria, sistemandosi su una sdraio al sole in giardino.
Magari si poteva finalmente godere un po' di pace e relax; ma era inutile, rimuginare era più forte di lui. E la Harley di Niko era proprio lì, sotto la tettoia, al riparo dagli agenti atmosferici, linda e lucida come sempre: il nero della carena sembrava rifuggire ogni singolo bruscolino di polvere, e le cromature di marmitta, cerchioni, manubrio e specchietti brillavano sebbene fosse posteggiata all'ombra. Pareva che, per suo cugino, quella fosse l'unica cosa a cui tenesse davvero, quando, invece, per il resto delle ‘cose materiali' manifestava una palese indifferenza. Non acquistava mai né vestiario di marca né accessori troppo costosi, persino la sua nutrita discoteca era composta principalmente di vecchi vinile consunti e recuperati in qualche mercatino delle pulci.
E come se fosse stato evocato dai suoi pensieri, l'animale apparve. Genzō era ancora parecchio incazzato per il bisticcio della mattina, così distolse rapidamente lo sguardo, riportandolo sulle tre righe del capitolo che aveva ormai riletto una dozzina di volte. Quando Niko accese la moto, lui si ritrovò, suo malgrado, ad osservare attentamente i movimenti del cugino che regolava meticolosamente il carburatore, mentre sgasava piano ma ripetutamente sull'acceleratore, finché il suo orecchio sensibile non decise che il rumore era perfetto e alla fine la spense sorridendo soddisfatto.
Anche il portiere, in effetti, trovava che il rombo profondo della Harley fosse piacevole da ascoltare, in un certo senso persino invitante ed eccitante, perché dava soltanto un assaggio delle vibrazioni che doveva invece trasmettere quel tipo di moto quando la... "si teneva sotto di sé", come diceva sempre Niko, paragonandola infatti ad una donna, e potendo soltanto immaginarsi qualcosa che finora non aveva mai provato dal vero.
~ Chissà come sarebbe ~ pensò curiosamente. Il cuginastro, come se gli avesse letto nel pensiero, incrociò il suo sguardo e incominciò - Ehi, microbo! Ti va un giretto sulla mia bellezza? - con un tono assolutamente allegro, come se prima non fosse successo proprio niente. Genzō fece spallucce continuando a tenere l'inutile libro sul grembo. Niko rise - Ma chi vuoi prendere per il culo, microbo! L'hai guardata così tanto che, se fosse una ragazza, l'avresti già spogliata! -
Il portiere suo malgrado sorrise, e, anche se non avrebbe mai mostrato apertamente il suo interesse al cugino, l'idea del suo primo giro in moto lo esaltava. - Uhm, perché no - rispose con un tono il più incolore possibile. - Va' su a casa mia: sul comò c'è un integrale nero. E mettiti un giaccone pesante, che siamo quasi a dicembre... -
Quando Genzō tornò, vide che Niko aveva già portato la Harley fuori dal cancello; si avvicinò e lui gli rise sonoramente in faccia - Non pretenderai mica di metterti il casco con quel coso in testa! - Il portiere sgranò gli occhi ~ Già, che stupido ~ era talmente abituato ad averlo calcato che si era dimenticato di lasciarlo in camera sua.
Esitò: era scontato che, se fosse ritornato indietro, il cuginastro irrequieto si sarebbe sicuramente scocciato di aspettarlo, magari cambiando idea, e decidere, quindi, di non volerlo più portare.
Ma Niko risolse all'istante la sua indecisione alla sua maniera rozza, strappandoglielo, letteralmente, via dalla testa per poi buttarlo nel sellino. Genzō ringhiò contrariato per il trattamento subito dal suo... Ma non fece nemmeno in tempo a finire di pensare la frase che, sempre con molta malagrazia, gli tolse il casco di mano per metterglielo su prepotentemente; poi gli mosse il cranio nelle varie direzioni, sincerandosi che gli calzasse ben aderente, finché, soddisfatto, ghignò - Questo di solito lo usano le mie galline... Si vede che anche tu hai una testolina piccolina. - Il portiere provò di nuovo a protestare ma lui, più svelto, gli tirò giù la visiera per zittirlo.
Poi, invece, con insolita delicatezza gli regolò l'allacciatura sotto il mento, continuando comunque a blaterare - E noi non vogliamo mica che il cucciolotto, oltre alla zampina, si faccia male anche alla sua testina di cazzino... - E, con un ultimo colpetto al casco, concluse - A posto. Ora sei collaudato. - Indossò il suo, sempre nero totale ma con una ghignante morte cicca aerografata sulla sommità, accese la moto, portandola avanti per disinserire il cavalletto, e lo incalzò - Dai, sali. E reggiti. -
* * *
Mentre percorrevano a velocità sostenuta la Poppenbüttler Hauptstraße, in direzione Nord, strada che seguiva parallela l'Alster, Niko rallentò un po' e, sollevando la visiera, si voltò appena verso il cuginetto - Paura, microbo? -
- Non direi proprio. - Anzi, era davvero una bella sensazione: velocità percepita come aria pungente, che sferzava il suo giaccone, e asfalto, che scorreva sotto le ruote. - E allora perché mi stai aggrappato come una piccola scimmia? - ridacchiò il cugino. Così si scostò un po' imbarazzato, continuando, però, a rimanere saldamente ancorato ai suoi fianchi. - Ed io che ne so che non ti metti a fare le corse... - provò a giustificarsi.
- Beh, microbo, passi che non sei mai salito su una due ruote, prima d'ora, ma questa non è mica una "moto GP": più di tanto, veloce non va, sai! - Sghignazzò, di nuovo, evidentemente ben contento di poter ancora prendere in giro il cucciolo.
Genzō non raccolse la provocazione e si limitò ad osservare il paesaggio che sfrecciava, comunque, abbastanza rapidamente, e si faceva sempre più isolato e boscoso. Aveva lasciato quasi subito la strada principale continuando a seguire il tortuoso percorso del fiume, prendendo vie secondarie e poco trafficate. ~ Dove diavolo stiamo andando? ~ Ancora qualche chilometro e si sarebbero ritrovati in Schleswig-Holstein.
Improvvisamente, Niko rallentò e si fermò in un grande spiazzo: erano arrivati fino al capolinea dell'autobus che prendeva tutte le mattine per andare a scuola. Sollevò la visiera, poi, altrettanto inaspettatamente, lanciò l'idea - Vuoi provare tu, microbo? -
Genzō balbettò - Cosa? Ma... Io, non... - Il cuginastro, sempre più contento di poter mettere in difficoltà il microbo, lo stuzzicò - Guarda che non ci vuole mica una scienza a mettere le marce, accelerare e frenare. E se fai esattamente come ti dico io, vedrai che impari alla svelta. Che c'è, piuttosto, hai paura? Guarda che io non ti lascio mica andare da solo: ci tengo all'incolumità della mia bellezza, e un po' anche alla tua. -
Il pensiero di poter davvero provare a portare la moto lo galvanizzò, anche se aveva una discreta fifa, in effetti, ma non lo avrebbe mai ammesso apertamente con Niko, così tergiversò - Ok, scienza, ma se ci beccano i vigili? - Nel frattempo lui spense il motore e mise la Harley sul cavalletto. - Ma, scusa, a te che importa? Tanto, la multa la fanno a me, cucciolo. - Il portiere scese e si tolse il casco, l'altro fece lo stesso ma rimase seduto, anzi, si stravaccò sul sellino continuando a fissarlo sornione.
Pensò che, probabilmente, quella del cugino fosse soltanto l'ennesima provocazione: lo stava sfidando per vedere se avrebbe avuto il coraggio di dire di sì, ma, alla fine, lo avrebbe sicuramente soltanto preso in giro; così accettò - Allora, cosa devo fare? -
Invece no, l'intenzione di Niko era reale, perché si raddrizzò, posò il casco a terra e si spostò indietro sulla sella. - Intanto, ti metti qui davanti a me. - Genzō fu preso da un filo di panico ed esitò. - Ullallà, se sapevo che te la saresti fatta sotto, ti avrei detto di mettere su il pannolino, oltre che il giaccone... - ghignò il cuginastro. Allora, il portiere, piccato nell'orgoglio, si difese energicamente - Certo che la fanno a te, la multa... Ma, se fermano un minore alla guida di un mezzo, non credi che magari poi vanno anche a fare rapporto ai familiari? Dopodiché Mikami trascriverà la tua multa sul mio culo! - Lo fissò per sfidarlo a contestare la sua argomentazione assolutamente logica.
- Ma che palle, Genzō. Ma tu, sei capace di decidere qualcosa per conto tuo, che non sia quello che ti dice di fare il pupazzo, i cui fili vengono tirati dal burattinaio pazzo? - Curioso, stavolta Niko non lo aveva chiamato con i consueti appellativi faunistici...
Non raccolse di proposito la sua palese offesa verso Tatsuo, ma l'allusione all'essere ritenuto anche lui indirettamente sottomesso al despota gli fece ritrovare un pizzico di sana arroganza. - No, quando ne ho voglia, anch'io faccio i cazzi che mi pare; non è una prerogativa soltanto tua. - Suo cugino, ora, sorrideva compiaciuto: stuzzicandolo con quelle parole, evidentemente, aveva voluto ottenere proprio quella reazione.
Così, con una sicurezza ben lungi dall'essere provata veramente, Genzō risalì sulla Harley, stavolta mettendosi al "posto di guida".
Il cuginastro, con insolita calma e pazienza, gli spiegò con precisione tutto quello che riteneva dovesse imparare, facendogli, prima, ripetere parecchie volte i gesti da fermi, perché li memorizzasse a dovere, col cavalletto inserito; poi, quando ritenne che fosse giunto il momento di andare a provare sulla strada, recuperò i caschi da terra, e, una volta indossati, lo tolse. Genzō indugiò, aveva il cuore che gli pulsava decisamente forte nel petto, ora sentendo, distintamente, sia le vibrazioni, che il motore gli stava trasmettendo in tutto il corpo, sia il peso della moto, infatti, per un istante, aveva creduto che si sarebbe inclinata di lato perché non era abbastanza forte da reggerla.
Ma i piedi di Niko erano ben piantati per terra, e sicuramente più saldamente dei suoi, infatti, la Harley rimase perfettamente dritta. E allora il portiere si sentì più sicuro, ora era certo che tutto sarebbe filato liscio, per quanto azzardata fosse la trovata di farlo guidare davvero, perché il suo assurdo cuginastro era seduto proprio dietro di lui: se si fosse trovato in difficoltà, non sarebbe stato da solo.
E per una volta tanto poteva persino concedersi di non pensare troppo perché stavolta qualcun altro lo avrebbe fatto al suo posto, e quella riflessione gli fece decidere di affidarsi completamente al cugino.
- Quando ti senti pronto a partire, metti la prima e accelera lentamente, come ti ho insegnato; poi, tutti e due assieme, tiriamo su i piedi dall'asfalto e ci leviamo di qui - disse con un tono di voce insolitamente non sarcastico, non cattivo, non di scherno; poi distese le braccia, mettendole in linea con le sue e afferrando anche lui il manubrio. Ora Genzō, oltre che al sicuro, si sentiva in un certo senso anche protetto.
Avevano percorso giusto un chilometro o due, quando Niko lo invitò ad accostare in uno slargo laterale. Al portiere, però, quei pochi minuti erano bastati a fargli provare una scarica di adrenalina forte come mai prima; l'aria fredda si era di nuovo insinuata sotto il mento, nel colletto del giaccone, e gli aveva solleticato le mani nude, sebbene l'andatura fosse ridotta di molto rispetto a prima, infatti, ciò che era andato parecchio veloce era stato invece il battito del cuore nel suo petto e il sangue nelle sue vene.
E aveva assaporato una sensazione incredibile, di libertà e potere allo stesso tempo: anche se non del tutto, era stato comunque lui a dominare la strada grigia con la moto nera e cromata, e aveva finalmente capito cosa significasse sentirla sotto di sé.
Ora comprendeva appieno perché suo cugino la adorasse così tanto, e quindi, a suo tempo, avesse perentoriamente rifiutato quando il despota gli aveva proposto l'auto, pur avendo entrambe le patenti. Sicuramente, in parte, il motivo era stato dargli contro a prescindere, ma adesso conveniva decisamente: era parecchio più divertente che stare rinchiuso in un angusto abitacolo.
Genzō scese, sentendo il suo corpo vibrare ancora, si tolse il casco e respirò a pieni polmoni, cercando comunque di mantenere una specie di contegno, sebbene stavolta la sua espressione rivelasse completamente tutte le sue emozioni.
Niko, da dietro la visiera sollevata, sogghignò ammiccando, posteggiò la sua bellezza, scese e, morte cicca sottobraccio, si incamminò per una sottospecie di sentiero che si inoltrava in un boschetto; il portiere tentennò, ricordandosi improvvisamente del suo cappellino - poverino - infilato nel sellino.
Ma dovette forzatamente rinunciare alla sua "protezione", stavolta, perché quell'altro continuava ad allontanarsi senza nemmeno accertarsi che lo stesse seguendo, così si affrettò a rincorrerlo: nella sua riacquisita stronzaggine era anche capace di lasciarlo lì da solo come uno scemo.
Credits e Note:
Ur Life | Ur Life [Single CD] - No hide no run [Album], Marusha - 1997,1998 | © Logic Records
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Postmessa
Questo sottocapitolo è decisamente anomalo come lunghezza, infatti, doveva essere un capitolo a se stante; però sono subentrati fattori per cui ho dovuto (e voluto) riscrivere molti pezzi, poi ho deciso che doveva essere l'epilogo del terzo, e quindi è diventato più lungo di quanto immaginassi, grazie soprattutto alla mia logorrea. Allora l'ho suddiviso in tre parti, rientrando nelle solite 4.000 parole circa, e avendola rielaborata in gran parte, perché era stata scritta in maniera troppo "infantile", rispetto a certi argomenti trattati, questa sarà forse l'unica parte della mia storia in cui troverete molto più della me stessa di ora rispetto a quella di allora. Perciò, se trovate distacco stilistico o narrativo, forse qui troppo "adulto", beh, il motivo ve l'ho detto.
Poi, dato che è come se fosse un capitolo unico, cercherò di non far trascorrere troppi giorni tra le tre parti, per non farvi perdere tempo e, soprattutto, memoria. ^_^