- Numero Capitoli: 26
- Ultimo capitolo: Rivali, guerre, amici.
- Serie: Captain Tsubasa
- Personaggi: Genzo Wakabayashi/Benjamin Price, Hermann Kaltz, Karl Heinz Schneider, Taro Misaki/Tom Becker, Personaggio originale femminile, Personaggio originale maschile
- Genere: Introspettivo, Romantico, Sportivo
- Avvertimenti: Lemon
- Rating: SS
- Conclusa: No
- Round Robin: No
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Capitolo 1 - Parte 1
Amburgo 1985 - settembre
- Scheiße! [1] - imprecò Dite fra i denti, mentre attraversava, correndo, gli ultimi metri del cortile che separava il cancello dall'entrata principale della scuola. - E anche stavolta - mormorò tenendo stretta la borsa perché non le scivolasse dalla spalla - ho fatto appena in... - si bloccò guardando verso il portone, che stava per essere chiuso, inesorabilmente, dal bidello. ~ Che cavolo stai facendo, Willis? Guarda che mancano ancora due minuti alle otto! ~ si limitò soltanto a pensare, per non sprecare ulteriore inutile fiato, mentre sbirciava le lancette del grande orologio di ghisa che si trovava poco sopra. L'uomo, però, sembrava non aver notato l'ultima ritardataria e, invitando un gruppo di ragazzi ad affrettarsi, con una pedata sul posteriore per ognuno, stava per lasciarla irrimediabilmente fuori.
Le regole disciplinari erano molto severe e precise, riguardo all'orario di entrata: il portone chiudeva alle otto spaccate, e quelli che non arrivavano in tempo dovevano attendere l'ora successiva portando una giustificazione scritta. O, in via eccezionale, e se il ritardo era una casualità non ricorrente, si poteva supplicare il bidello di avvisare il Vicepreside, che poi, secondo la propria magnanimità personale e giornaliera, avrebbe deciso se mandare ugualmente in classe il ritardatario o meno, che avrebbe comunque subito un richiamo ufficiale. Decisamente non sarebbe stato un bell'inizio, no, anzi, un vero e proprio record, essere sbattuta in punizione il primo giorno di scuola; già l'anno scorso ci era finita dopo solo una settimana.
~ Maledizione, sono sempre in ritardo! ~ Eppure puntava la sveglia sempre con largo anticipo, peccato però che quello stesso tempo lo passasse poi a poltrire finché Alain, dalla cucina, le abbaiava di alzarsi dal letto se non voleva che venisse a tirarla fuori di peso. Così, in un rituale ormai consolidato durante gli anni, anche quella mattina si era infilata la divisa scolastica mentre contemporaneamente si lavava, aveva trangugiato una tazza di latte al cioccolato e cereali mentre si legava i capelli nella stretta lunga treccia e mentre lui, per ottimizzare, tirava fuori l'auto dal garage, lei pensava a chiudere casa. Tant'è che anche stavolta erano usciti giusto a pelo.
~ C'est la merde! Oggi è anche peggio del solito... ~ imprecò silenziosamente Alain guardando l'ora; addirittura erano già le otto meno dieci passate, ma per raggiungere la scuola, in una situazione normale, ci volevano quasi quindici minuti.
Perciò, pigiando sull'acceleratore, aveva concesso più volte qualche infrazioncina al codice della strada; aveva guidato "sportivo" un po' oltre il limite di velocità, tagliato qualche curva e raggiunto il dannato Grundschule Schulbus [2], che ogni benedetta mattina, come una grossa lumaca gialla, creava una lunga scia di macchine dietro di sé, che dovevano per forza adeguare la propria andatura alla sua esasperante lentezza. E proprio quella mattina che erano in mostruoso ritardo, sembrava che si stesse fermando, apposta, a ogni singola casa; così, mormorando una richiesta d'aiuto divino, aveva infine azzardato il sorpasso: col pedale premuto a tavoletta, aveva superato le quattro macchine in coda davanti alla sua e poi lo scuolabus stesso, rientrando nella corsia giusto qualche secondo prima che, levato il freno a mano, ricominciasse la sua marcia infinita.
L'autista aveva pesantemente strombazzato e probabilmente lanciato una profusione di maledizioni, che prima o poi avrebbe dovuto scontare, ma alla fine erano arrivati, giusto a pelo. La sua scimmietta gli aveva schioccato il solito bacio, consuetudine a cui, anche se fossero stati sul bordo dell'inferno, non avrebbero mai rinunciato, ed era poi scesa velocemente dall'auto. Rimase ad osservarla correre verso il portone finché non venne fagocitata all'interno del rinomato istituto privato che suo padre aveva scelto per lei; poi ripartì sgommando, o anche lui rischiava di arrivare tardi.
- Aspetti, la prego! - urlò Dite; arrivata ai piedi della corta scalinata, salì in due passi i quattro gradini che ancora la separavano dall'ingresso imponente. Il bidello la guardò e intimandole - Los! Los! [3] - tenne aperto ancora un piccolo spiraglio, giusto per il tempo di riuscire a scivolare dentro; poi i battenti vennero richiusi pesantemente alle sue spalle. Aprì bocca per ringraziarlo ma l'uomo la anticipò con un'occhiata di palese disapprovazione - Muoviti, ragazzina, che è già l'ora di suonare la campanella, e tu dovresti essere già in classe! - E meno male che a lei la pedata l'aveva risparmiata. Diede una rapida occhiata in bacheca, per capire dove si sarebbe dovuta dirigere, e infilò, di nuovo correndo, il corridoio alla sua destra, ormai totalmente deserto.
Genzō aprì gli occhi, come al solito, ben prima che suonasse la sveglia, che spense meccanicamente senza nemmeno voltarsi; il profumo invitante di brioches calde era già penetrato nella sua stanza. Si alzò stiracchiandosi pigramente, andò in bagno, si vestì con tutta calma e si diresse in cucina. In tavola trovò la consueta abbondante colazione alla tedesca: panini, biscotti, succo di frutta, vari tipi di marmellata.
- Guten Morgen! - lo salutò allegra Karen dai fornelli. - Morgen - rispose addentando una brioche fragrante. - Ne faccio un po' anche per te? - chiese riferendosi alle uova e pancetta che stava cucinando. - No, grazie - prese un panino, lo imburrò e lo riempì di marmellata. - Oggi devi fare una bella colazione, perché è il primo giorno di liceo e devi essere in forma - gli sorrise amabilmente. - Io sono sempre in perfetta forma... - sottolineò indicando la divisa scolastica che gli calzava a pennello. Per tutta risposta, Karen gli scoccò una divertita occhiata di ammirazione che lo fece involontariamente sorridere; poi servì le uova in un piatto e chiamò a gran voce - Niko, è pronto! - Il posto di fronte era già vuoto e ciò significava che Mikami aveva già mangiato e stava per uscire. Fece capolino dal corridoio - Buongiorno. Ti do un passaggio in macchina, Genzō? - domandò. - Non serve, sono solo le 7.15. -
- Beh, visto che oggi è il tuo primo giorno di scuola, pensavo che... - esitò. - No, non importa, figurati; va' pure, tranquillo, io me la cavo - rispose indifferente. - Ottimo, allora ci vediamo stasera - fece Tatsuo di rimando, ormai con un piede già sulla porta. ~ Sì, però hai dimenticato di aggiungere tardi ~ pensò fra sé attaccando un secondo panino burro e marmellata; rifletté e stabilì che era meglio il tè al caffelatte, cosicché quel pizzico di nervosismo che lo aveva preso al risveglio non venisse ulteriormente stimolato. Nonostante l'apparente distacco manifestato esteriormente per quello che aveva ormai ribattezzato il "giorno", una certa tensione non riusciva a scrollarsela di dosso. Se la sarebbe davvero cavata?
- Niko, si fredda! - lo fece trasalire la voce potente di Karen, strappandolo a quelle pigre riflessioni. Ed ecco che il deficiente fece la sua comparsa in cucina non prima di aver fatto sbattere pesantemente la porta. Prese posto scavalcando lo schienale della sedia, senza rivolgere nemmeno un cenno di saluto, e spazzolò, a tempo di record, il piatto abbondante di uova e pancetta, per poi letteralmente avventarsi, come una belva, su pane burro e marmellata. Lo guardò, disgustato, divorare il terzo panino alla velocità di un tritatutto; il ragazzo, sentendosi osservato, lo fissò a sua volta con sufficienza, come sempre, e si mise a masticare appositamente a bocca aperta; poi, dopo essersi scolato una tazzona di caffè nero bollente senza, ahimè, ustionarsi, espresse la sua "opinione" in merito con un sonoro rutto.
- Salute al Re! - esclamò Karen. - Che il Signore ti conservi la vista perché l'appetito davvero non ti manca! - lo "benedisse", e Niko rise sguaiatamente. Genzō scosse appena la testa: che razza di personaggio assurdo e maleducato aveva come cugino. - Ah, ora sto proprio meglio - dichiarò poi stravaccandosi sulla sedia e osservando famelico l'ultima brioche. ~ Ma, ha anche il coraggio di mangiare ancora? ~ si stupì il portiere; tempo prima gli aveva domandato come riuscisse a fagocitare in quel modo animale, eppure lui stesso era una buona forchetta, ma il suo livello era di molto superiore. Il maggiore, nel tipico e consueto atteggiamento di superiorità e nonnismo, gli aveva risposto qualcosa di vago a proposito di fame canina, aggiungendo, serafico, che, se ora non riusciva a coglierne del tutto il significato, lo avrebbe sicuramente scoperto da sé fra qualche anno.
- Beh, allora, microbo? Che cazzo hai da fissare? Hai qualche problema? Piuttosto, ti sei ricordato di mettere il pannolino sotto la divisa? Dato che oggi è il "giorno" fatidico, magari eviti di fartela addosso dalla fifa! - ghignò Niko con la più che evidente intenzione di provocare una reazione nel cuginetto. Genzō, ormai abituato al suo volgare e fastidioso modo di fare, sfottò compresi, non si scompose minimamente: si alzò da tavola, ripose le stoviglie sporche nel lavandino, prese il suo pranzo e fece per uscire dalla stanza; invece poi, all'ultimo momento, appoggiato allo stipite, si girò di scatto e, restituendogli il ghigno strafottente, rispose - Casomai, se mi scappa, ti chiamo e vieni a baciarmi il culo! - Gli tese il dito medio e andò a finire di prepararsi.
Sorrise fra sé sentendo il cugino che ridacchiava e immaginando Karen che alzava gli occhi al cielo scuotendo la testa rassegnata. Dopotutto Niko, con quelle parole, aveva colpito proprio nel segno; aveva intuito quel senso di inquietudine che lui invece aveva cercato di dissimulare, ma il veloce battibecco gli aveva fornito la scarica di adrenalina necessaria a scacciarlo. Gli sovvenne il neanche tanto vago sospetto che il cuginastro potesse aver voluto suscitare questo tipo di reazione intenzionalmente e sogghignò di nuovo, mentre si dava un'ultima occhiata generale allo specchio, calcandosi il fidato berretto rosso in testa.
Dopo più di tre mesi, ormai, non era ancora riuscito a capire se lo detestasse sul serio a causa di suo padre, oppure se anche lui indossasse una sua personale versione del cappellino protettivo: nel suo caso composta da piercing, orecchini, tatuaggi e ciocche di capelli ossigenati; forse chissà, col tempo, avrebbero anche potuto instaurare un qualche tipo di rapporto fatto non solo di forzata convivenza parentale. Ad ogni modo, ora, si sentiva decisamente più rilassato e, anche se era discretamente in anticipo, decise di avviarsi ugualmente a scuola; aveva bisogno di muoversi, se avesse atteso rimanendo in casa si sarebbe nuovamente innervosito.
Karen stava osservando la scenetta divertita, ormai aveva fatto il callo a battutacce e rispostacce con parolacce annesse; d'altronde erano soltanto due ragazzi, ognuno col proprio bagaglio di problemi adolescenziali e non, e nel conto doveva metterci pure Tatsuo Mikami, che pretendeva di fare il General-Severo e poi si auto colpevolizzava inutilmente. Anzi, pensava che fosse fin troppa la responsabilità che si era accollato, e lei era perfettamente cosciente di quanto dovesse essere pesante reggere il confronto con cotanto genitore.
L'estate ad Amburgo era appena trascorsa, i sessanta giorni di prova anche, e adesso doveva stabilire cosa fare; no, bugia, ormai aveva preso quella decisione e già da tempo, ma le scadenze dovevano essere rispettate alla lettera. Così, dopo che Niko fu uscito, con lo stesso turbine con cui era entrato, finì di riassettare la cucina, prese il telefono e compose il numero internazionale che sapeva praticamente a memoria. Guardando l'orologio considerò che a Londra sarebbero state soltanto le 6.30; poco male, tanto sapeva che doveva essere, comunque, già alzato da un pezzo. E se invece, proprio oggi, lo avesse svegliato? - Magari! - malignò mentre attendeva la linea, poi arrivò il segnale di libero e, infine, qualcuno le rispose in inglese - Hello? - Chiese sbrigativa - Mr. Wakabayashi, please? It's Katharina Holtzmann speaking. -
- Hold on, please. - Sentì i click che indicavano il trasferimento della chiamata e poi la nota voce maschile profonda che la interpellò direttamente in tedesco; dopo qualche breve convenevole di rito le fece la domanda secca che si aspettava e a cui Karen rispose ugualmente secca - Accetto, Herr. - Dopo una breve pausa, in cui lo sentì sorridere attraverso la linea telefonica, replicò - Ne ero sicuro. Bene, rimane tutto come accordato a suo tempo. - Di riflesso sorrise a sua volta valutando che, anche se Herr Wakabayashi non doveva essere abituato a ricevere un NO come risposta, stamattina non aveva proprio voglia di spiegargli cordialmente che non era di sicuro per fare contento lui che diceva di sì. - Farò sistemare le scartoffie entro stasera - continuò asciutto. Poi, un poco più affabile - Devo ringraziarla, Fräulein, sul serio. -
- Non è necessario - tagliò corto. Dopo un'ulteriore pausa, lui cambiò discorso - Niko, problemi? - Rispose piatta - Al solito... - ma preparandosi spiritualmente. - Genzō? - la incalzò. - È già uscito... - attese; silenzio; sospirando mentalmente proseguì - Oggi è... - La interruppe bruscamente ed evidentemente piccato - Il primo giorno al liceo, lo so, ma non è ancora presto? - Karen ora sorrideva di nuovo, per quella piccola vittoria, e, ignorando volutamente l'inutile domanda, riprovò - Però stasera, magari, se riuscisse a dare un colpo di telefono... - attese ancora una volta; di nuovo silenzio; fece un altro sospiro mentale perché stavolta lo aveva sentito accigliarsi. - E fingere di tollerare la sua più che palese indisponenza? -
Ormai aveva aizzato il lupo con il fuoco, non poteva più tornare indietro. - Almeno provi a fare un tentativo, Herr - e, mordendosi le labbra, si trattenne dallo spiegargli il suo personale significato di quel vocabolo. Dopo un lungo silenzio concluse - E sia... - stavolta, però, sospirò davvero - Facciamo questo tentativo, Fräulein. - Poi chiuse la comunicazione senza nemmeno congedarsi. - Auf Wiedersehen, razza di cafone! - abbaiò inviperita all'apparecchio telefonico, ormai muto. Per fortuna le occasioni in cui avrebbe dovuto aver a che fare direttamente con quell'uomo esasperante sarebbero state sporadiche, considerò posando il cordless sul tavolo e massaggiandosi le tempie.
Salutò Karen, prese sia lo zaino che il borsone sportivo e uscì; quel pomeriggio, infatti, avrebbero avuto inizio anche gli allenamenti della squadra di calcio di cui, ricordò a se stesso con una smorfia, era soltanto il secondo portiere, per ora. Mentre scendeva le scale, non poté non sentire la porta di casa che sbatteva e i passi pesanti di qualcuno che si precipitava giù dal pianerottolo. - Levati dai piedi e fammi passare, microbo - lo apostrofò sgarbatamente Niko, calcando, appositamente, l'inevitabile contatto fisico fra loro. - Tu, sta' attento, che potresti cadere dalle scale, pagliaccio! - replicò Genzō spintonandolo a sua volta. - Ullallà, ma allora il cucciolotto sa anche mostrare i dentini e ringhiare! - lo canzonò. - Ma vaffanculo! -
- Bravo microbo, così devi essere oggi: cattivo, se vuoi sopravvivere! - Gli strizzò l'occhio e, tanto per non perdere le sane vecchie abitudini, fece un altro rutto. Mentre l'animale usciva in giardino e andava ad accendere la moto, aprì il cancello e si diresse verso la fermata, ma si rese conto che, essendo solo le sette e trenta, avrebbe dovuto aspettare l'autobus per altri dieci minuti. Sbuffò mentalmente; doveva assolutamente conservare lo spirito giusto, cattivo, perciò decise di avviarsi a piedi.
Sentì avvicinarsi il caratteristico rombo della Harley che sgasava; Niko gli sfrecciò accanto, così vicino al marciapiede, che sarebbe bastato allungare il braccio a uno dei due per toccarsi. Fissando la moto allontanarsi fino a sparire dietro la prima curva, pensò che lui, perlomeno, aveva potuto scegliere di trasferirsi, pur sottostando alle condizioni del despota; mentre suo cugino era stato letteralmente trascinato di peso per un orecchio, quindi non poteva di certo biasimarlo se era perennemente incazzoso.
Scacciò quei discorsi molesti dalla mente, tanto non è che potesse cambiare l'attuale stato delle cose, e si concentrò sul problema più importante: l'obiettivo che si era prefissato, terminati gli allenamenti al campo estivo con la squadra ed essere stato relegato nelle riserve, era quello di entrare nella rosa dei titolari almeno entro la fine dell'anno e dimostrare, una volta per tutte, ai Tedeschi, chi fosse l'S.G.G.K. Dopodiché avrebbero anche smesso di chiamarlo spregiativamente giapponese.
Un moto di insofferenza lo colse, che cazzo, fino all'anno scorso era uno che eccelleva sempre in tutto, alla Shutetsu si classificava tra i primi tre nelle graduatorie degli esami e i suoi voti erano molto al di sopra della media. Era il riverito capitano della squadra di calcio che aveva vinto più volte il campionato nazionale delle elementari, anche prima che, all'ultimo anno, formassero la squadra unica, con tutti che gli scodinzolavano dietro, dato che farsi vedere in giro assieme a Wakabayashi-san voleva dire diventare immediatamente popolare in tutta Nankatsu.
Ora, invece, doveva fare la riserva di uno che, ogni volta, per giustificare una rete, inventava scuse improponibili, come che il tiro era troppo angolato o troppo retto, o, forse, era proprio Hans che era soltanto troppo incapace. Persino il generalmente modesto Morisaki avrebbe riconosciuto di essergli parecchio superiore, perché, intanto, aveva il fegato di provare a buttarsi su ogni palla, e durante quell'ultimo campionato lo aveva sostituito più che egregiamente, lasciandogli la gloria della finale con l'umiltà che lo caratterizzava. Oltretutto, alla fine del campo estivo aveva concluso di stare sul cazzo praticamente a tutti, o quasi, i membri della squadra.
Inoltre, contemporaneamente ai duri allenamenti, aveva dovuto anche passare tutti quei mesi a studiare come un matto per imparare la lingua e recuperare il programma degli anni scorsi: qualsiasi cosa pur di non ritrovarsi, oggi, in classe con i primini ma poter entrare in terza con i suoi coetanei. Era stato soltanto grazie a Karen, che lo aveva subito obbligato ad abituarsi persino a pensare in Tedesco, che oggi lo parlava perfettamente ed era riuscito ad acquisire uno scritto più che buono per uno straniero. Per di più aveva dovuto riprendere a studiare daccapo materie che già conosceva nella sua lingua, rifiutandosi categoricamente di prendere ripetizioni; vita nuova, nuove abitudini, si era detto: avrebbe dimostrato che sapeva cavarsela da solo e che sarebbe riuscito a conseguire dei risultati, come aveva fatto finora, sia nel calcio che nello studio, proprio come pretendeva il despota.
Immerso in questi pensieri, mentre procedeva con il suo tipico passo lungo e svelto, si rese conto che era già arrivato a un terzo del tragitto e controllò l'ora; erano le 7.44, se voleva veramente andare a piedi (o magari di corsa) in futuro, sarebbe dovuto uscire prima. Così raggiunse la fermata vicina, dove alcuni ragazzi erano intenti a chiacchierare; si scambiarono un'occhiata reciprocamente incuriosita e, poco dopo, un pesante sferragliare preannunciò l'arrivo dell'autobus. Salirono mostrando la tessera scolastica all'autista, che rivolse loro un cenno distratto e ripartì, e, se il gruppetto si sedette, riprendendo a conversare, Genzō si diresse in fondo alla vettura, restando in piedi, appoggiato alla parete, braccia conserte e visiera calata.
Osservò distrattamente gli altri passeggeri; data l'ora della corsa, la maggior parte erano studenti, riconoscibili dall'uniforme che riportava lo stemma della prestigiosa scuola privata a cui il despota lo aveva iscritto. Contrariamente ai suoi più funesti timori, aveva acconsentito che seguisse Mikami nella sua trasferta in Germania Ovest, a condizione irremovibile che ~ Quel passatempo non precludesse la possibilità di costruirsi un vero futuro ~ citò mentalmente le parole di suo padre.
* * *
Scese dall'autobus e si guardò cautamente attorno; erano le 7.52, qualcuno stava già entrando nell'austero edificio ma la maggior parte si attardava nel cortile antistante. Le matricole si riconoscevano dall'aria spaesata mentre gli altri, ritrovandosi tra compagni di classe, amici, oppure soltanto conoscenti, si salutavano e si riunivano a gruppetti scambiandosi aneddoti estivi o previsioni sul nuovo anno. Attraversando la folla, vide alcuni dei membri della squadra, che, come immaginava, lo riconobbero a loro volta ma, volutamente, lo ignorarono.
Con Herri non erano esattamente rimasti che si sarebbero aspettati e dove, ma lo individuò immediatamente: era appoggiato al muretto vicino all'entrata e parlava con un ragazzo girato di spalle; così si diresse verso di loro. Hermann guardò casualmente nella sua direzione, lo vide e fece un cenno col mento al suo interlocutore, che si voltò, e sebbene lo avesse incontrato solo una volta, di persona, lo riconobbe all'istante: era Karl-Heinz Schneider, il Kaiser, il Capitano. - Ehilà! - lo chiamò Kaltz. - Ciao Herri, come va? - Questi scrollò le spalle rivolgendosi a Schneider, che continuava a fissarlo intensamente con un'espressione indecifrabile - Te l'avevo detto! -
- Hm. Wakabashi - disse sbagliando anche la pronuncia. - Genzō. - Gli tese la mano. - Bene, Genzō: così sei tu l'incubo di Hans - replicò calmo ricambiando la sua stretta. Incubo? Kaltz sghignazzò e un lampo divertito passò nelle iridi incredibilmente azzurre del Kaiser. Comprese, poi, alzando le spalle con sufficienza, commentò - Magari posso consigliarli un ottimo rimedio contro l'insonnia. - Schneider lo fissò ancora, in silenzio, poi ammiccò in direzione dell'amico - Stavolta potrei anche darti ragione. -
- Te l'avevo detto - ripeté lui ridacchiando e girando lo stecchino con la lingua. Genzō non aveva colto granché dello scambio di cui era stato oggetto, però non gli era parso negativo; si avviarono insieme all'interno e, non sapendo quale fosse la sua classe, guardò in bacheca come gli era stato spiegato. Herri lo anticipò - Noi siamo nella "B", bello, e questa è la buona notizia. Purtroppo però, ogni buona notizia si accompagna solitamente a una cattiva, anzi, questa è proprio pessima: l'anno per noi non poteva iniziare peggio - e fece una pausa ad effetto per rinforzare l'ultima frase. - Prime due ore di "Tiranna" - finì con tono grave.
- Condoglianze - commentò, beffardo, l'altro. - Ridi, ridi, fortunello... Di', piuttosto, tu quanto hai pagato l'altranno per non finire nella sua sezione, eh? - Schneider assunse un'aria vagamente infastidita. - Paraculo! - insistette Kaltz, mentre l'amico scacciò un invisibile insetto molesto con un gesto della mano. Genzō accennò un sorriso divertito a quel piccolo battibecco, che sottolineava la grande familiarità presente fra loro; poi i tre ragazzi si salutarono entrando nelle rispettive aule.
La "Jenisch-Schule Privates Gymnasium" o, come più semplicemente veniva chiamata, "La Jenisch", consisteva di un edificio principale a tre piani circondato da un grande cortile. A destra, un edificio più basso a due piani fungeva da dormitorio, a sinistra, un altro, più largo ma a un piano solo, che conteneva la mensa, la biblioteca e un grande salone, utilizzato come Aula Magna per riunire il corpo studentesco in assemblee o seminari, come sala proiezioni, teatro, e per le celebrazioni scolastiche.
I tre piani, nel corso degli anni, erano stati ribattezzati inferno, purgatorio e paradiso come nella Divina Commedia di Dante Alighieri. Questo perché le classi dalla 5ª alla 8ª erano situate al pianterreno, insieme agli uffici del Rettore, del Vicepreside, la Segreteria, l'Aula Ricevimento Parenti e l'Aula Docenti; inoltre c'era anche lo stanzino dei bidelli, perciò tirava sempre aria di Gestapo. Al secondo piano, poi, si trovavano le classi dalla 9ª alla 12ª, non c'erano uffici e la sorveglianza del personale era ridotta. Infine il terzo piano era "riservato" alle classi dell'ultimo anno, i cui alunni di 13ª, raggiungendo la maggiore età, acquisivano ulteriori privilegi.
Essendo le iscrizioni a numero chiuso, ogni anno si formavano soltanto quattro sezioni, composte, al massimo, da venticinque studenti per ognuna. La consuetudine della numerazione degli anni scolastici a partire dalla 5ª invece che dalla 1ª era dovuta al fatto che "La Jenisch" comprendeva anche la Grundschule, il cui edificio era situato poco distante, e, anche se avevano accessi e zone ricreative separate, rimanevano comunque parzialmente comunicanti. Quindi, complessivamente, venivano conteggiati anche i primi quattro anni di scuola elementare.
Il primo giorno venivano affissi, in una grande bacheca di legno rettangolare appesa al muro del corridoio principale, di fronte alla Segreteria, gli elenchi delle classi con le relative materie previste; in più, una piantina riportava la dislocazione delle varie aule, segnalandole con la relativa sigla alfanumerica che associava anno e sezione. Poi, presumendo che gli allievi avessero ormai memorizzato, questi venivano sostituiti dal calendario scolastico delle vacanze.
Durante il corso dell'anno, però, la bacheca sembrava animarsi man mano di vita propria; oltre ad avvisi ufficiali e comunicazioni didattiche su stages e seminari, trovavano spazio anche richieste di adesione a gruppi di studio o di partecipazione ad eventi di vario genere. E ancora: richieste di scambi di appunti, libri o ripetizioni, di oggetti smarriti e ritrovati, o messaggi, a volte così strambi, che forse solo mittente e destinatario avrebbero saputo decodificare. Così, l'austero tabellone di legno si trasformava, progressivamente, in un bizzarro patchwork cartaceo multicolore, che rifletteva la frenetica e impegnativa vita accademica degli studenti. Infatti, erano previste anche molte attività extra-scolastiche e club sia di natura intellettuale che sportiva, a cui i ragazzi venivano incoraggiati a partecipare.
Inoltre, nel corso degli anni, erano emersi molti talenti in diverse discipline, i cui numerosi premi e titoli vinti erano esposti in una serie di armadi a vetrina lungo il corridoio principale. In particolar modo, venivano riconosciuti ed esaltati gli importanti risultati ottenuti dalla squadra di calcio sia a livello regionale che nazionale; risultati che poi, una volta svezzati i campioncini, andavano tutti a favore della squadra cittadina: in pratica, la gloriosa HSV [4] coltivava i suoi futuri assi nel fertile vivaio della "Jenisch-Schule". E siccome la selezione giovanile dell'Amburgo veniva comunemente chiamata J-HSV, quella "J", anche se in realtà abbreviava la parola Jünger [5], era, ugualmente, ragione di orgoglio e vanto.
[1] Merda
[2] Scuola Elementare - Scuolabus
[3] Esortazione: forza, su!
[4] Hamburger Sports-Verein
[5] Sinonimo di Junior
Credits e Note:
Adattamento della tipica frase che Arnold rivolgeva al fratello maggiore Willis,
"Wha'choo talkin' 'bout?" ovvero "Che cavolo stai dicendo?" nella versione italiana.
Diff'rent Strokes [Harlem contro Manhattan/Il mio amico Arnold] | Jeff Harris, Bernie Kukoff | © NBC