Manga
holly
  • Numero Capitoli: 25
  • Ultimo capitolo: Intese, aiuti, gruppi.
  • Serie: Captain Tsubasa
  • Personaggi: Genzo Wakabayashi/Benjamin Price, Hermann Kaltz, Karl Heinz Schneider, Taro Misaki/Tom Becker, Personaggio originale femminile, Personaggio originale maschile
  • Genere: Introspettivo, Romantico, Sportivo
  • Avvertimenti: Lemon
  • Rating: SS
  • Conclusa: No
  • Round Robin: No
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Media: 4.9/5 (110 Voti)

Capitolo 3 - Parte 4

 

Quel sabato, gli avversari del FC Schalke 04 erano anche più aggressivi e combattivi del Bayer Leverkusen, essendo, in classifica, proprio un passo dietro la Jünger HSV. E dovevano aver studiato gli schemi di attacco con particolare precisione, poiché Kaltz, puntualmente, veniva pesantemente ostacolato ad ogni tentativo di creare un'azione.

Hermann non aveva la fantasia di Tsubasa, e non era dotato in raffinatezze tecniche, come Misugi, ma, non a caso, era soprannominato lo Shigotoshi, ovvero "l'Artigiano di Amburgo", o, ancora meglio: lo "sgobbone". Era soltanto grazie al culo immane che si stava facendo ovunque, non solamente a centrocampo, che il vantaggio avversario era ancora di due sole reti, infatti, a causa di troppi problemi in difesa, il risultato, già al ventesimo minuto del primo tempo, schiacciava la "J" in uno scomodo 1-3.

Poi Schneider ci mise una pezza, e al trentesimo recuperarono di una lunghezza. E allora il Mister fece un paio di sostituzioni strategiche, passando di proposito ad un modulo più strettamente difensivo, ma affiancando al Kaiser l'alto attaccante Yara, sperando, così, in qualche favorevole azione di testa; poi, un po' a sorpresa, esortò Wakabayashi a riscaldarsi. Mentre eseguiva qualche allungamento, il portiere infilò velocemente in bocca un'aspirina, ingoiandola senza nemmeno accompagnarla con un sorso d'acqua; meglio tenersi sempre pronto ad ogni evenienza.

Di grazia, dopo altri dieci minuti circa, riuscirono nell'insperato pareggio. Conoscendo Coach Bähr, allora era prevedibile che per il secondo tempo avrebbe chiuso la squadra ancora di più in difesa, tentando di salvare il salvabile con quel 3-3, poiché, in quella maniera, la classifica sarebbe rimasta invariata. Non condivideva affatto quella scelta rinunciataria, perché, se avesse invece rafforzato il centrocampo, lasciando al Kaiser il ruolo di unica punta, e al FireShot il compito di bruciare la difesa avversaria... Ma, l'allenatore non era lui, oppure Mikami, e oggi in campo non c'era Tsubasa, o Hyūga: nessuno avrebbe, eccetto, forse, soltanto il Capitano, mai disobbedito agli ordini.

Un ennesimo minaccioso contropiede fu miracolosamente sventato da Hermann, che, dopo aver rincorso il numero nove dello Schalke come se avesse avuto le ruote sotto gli scarpini, lo annientò letteralmente con un intervento a gamba tesa, bello tosto, che, infatti, l'arbitro fischiò come punizione. Poi, intanto che il tizio si decideva a rialzarsi, dopo essersi rotolato parecchio sull'erba, in preda, pareva, alle convulsioni, frustrato ed evidentemente esausto, era andato a sputar veleno addosso a Gongers, Hannes e il povero Lintz (reo soltanto di non aver potuto marcare contemporaneamente due avversari); oltre che il suo stecchino...

Quello era il segnale che Kaltz aveva innescato la ‘modalità schiacciasassi', e chiunque si fosse trovato sotto i suoi tacchetti ne sarebbe uscito parecchio malconcio. In questo gli ricordava un altro centrocampista che, purtroppo, anche a causa dell'infortunio alla gamba, non aveva affrontato direttamente durante l'ultimo campionato in Giappone, ma in cui, comunque, aveva riconosciuto molte qualità, che ora riteneva analoghe alle sue. Anche Matsuyama aveva quel tipo di carattere sempre piuttosto mite, ma che, se si ‘attivava', come Herri, poi non lo riusciva a buttare giù più nessuno, nemmeno la Tigre; pur essendo il suo gioco decisamente meno aggressivo, aveva la stessa grinta, determinazione e costanza del suo biondo amico sgobbone.

Ma oggi il destino non stava per niente aiutando, perché, a pochi secondi dalla fine del primo tempo, l'ennesimo pasticcio dei difensori, completato egregiamente da uno dei soliti buchi di EmmentHans, fece fischiare all'arbitro il 3-4 e poi la fine di quei penosi e interminabili quarantacinque minuti. Durante l'intervallo, dopo aver ancora una volta imposto alla squadra di chiudersi completamente in difesa, chiedendo mentalmente, forse, un ennesimo miracolo al Kaiser, Coach Bähr annunciò la sostituzione di Hans.

Genzō non fece in tempo nemmeno ad aprire del tutto la zip della tuta che Schneider intervenne - Oggi non mi sembra proprio il caso di mettere in campo Wakabayashi, Mister. - Tutti si voltarono verso di lui, alcuni sorpresi, altri soddisfatti. Indubbiamente il più stupefatto di tutti era proprio il portiere nipponico, mentre il più malignamente compiaciuto lo stesso estremo difensore tedesco, che, supponeva, evidentemente ma erroneamente, di avere il Capitano dalla sua parte contro il giapponese.

- Non è saggio farlo giocare in una partita come questa con una mano ridotta male. - E si voltò verso di lui, sfidandolo implicitamente a negare l'evidenza di ciò che, fino ad ora, avevano saputo soltanto loro due. Coach Bähr lo guardò corrucciato e gli intimò di togliersi i guantoni; esaminò la fasciatura con aria contrita e convenne col Capitano - No, infatti... - poi aggiunse qualche parola di biasimo - Non mi piace dover scoprire le condizioni fisiche dei miei giocatori per caso e all'ultimo momento, Wakabayashi - che non rispose e si limitò a fissare trucemente Schneider.

- Ora non c'è tempo per recriminare, ma dopo ne riparliamo; stanne certo - concluse secco l'allenatore, che poi rivolse l'attenzione al resto della squadra concordando le ultime direttive per il secondo tempo; rimarcando alla difesa e, in particolare, ad Hans di fare più attenzione, raccomandando al centrocampo di smarcare Karl-Heinz soltanto se strettamente necessario, per tentare, così, di arginare il più possibile i danni del contropiede avversario. Anzi, lui stesso sarebbe dovuto arretrare in caso di difficoltà.

Il coach, scontato come la ormai prevedibile sconfitta, forzando la squadra ad un gioco prettamente difensivo, aveva perciò stabilito di rinunciare a lottare a prescindere. Ma il Kaiser era, ahimè, soltanto l'Imperatore, e non il Mago, del Calcio, ed anche l'umore generale, ormai inesorabilmente sotto i tacchetti, contribuì ad ulteriori errori e sviste clamorose, che permisero allo Schalke 04 di dominare totalmente il centrocampo, e alla partita di finire infelicemente con una "sudata" sconfitta: 3-5, facendo pertanto retrocedere la J-HSV proprio sotto i diretti antagonisti odierni.

Il portiere si era chiuso in un muro di silenzio, continuando, comunque, a rimuginare, ora non più sulla maledetta sfiga, ma dalla delusione che provava, poiché proprio colui in cui aveva riposto le sue speranze lo aveva letteralmente "gambizzato", facendo crollare il suo castello di buoni propositi che era riuscito finora a tenere faticosamente in piedi. Evidentemente il Kaiser amichevole e disponibile era solo una farsa; avrebbe dovuto, d'ora in poi, ricominciare a cavarsela da solo, potendo perciò contare soltanto sull'unica persona che meritasse davvero: se stesso.

* * *

Negli spogliatoi, stavolta, altro che vento gelido del Reno, c'era proprio il deserto: quasi ci si sarebbe aspettato di vedere i caratteristici cumuli di polvere rotolare in una tipica città fantasma del Far West. Genzō era talmente amareggiato dalla "spiata" del Capitano, che era rimasto seduto da solo su una panchina, a testa bassa, per tutto il tempo della prevedibile quanto ormai inutile strigliata di Coach Bähr, senza nemmeno fare finta di ascoltare le sue parole; tanto a che serviva fare il cazzettone, ora, quando la responsabilità della sconfitta era stata causata anche dalle sue scelte tattiche.

Si era accorto che ormai erano usciti proprio tutti soltanto quando l'amico Hermann lo aveva riscosso poggiandogli una mano solidale sulla spalla, anche lui piuttosto avvilito. Ma, evidentemente, anche qualcun altro aveva approfittato della totale solitudine dello spogliatoio per assicurarsi rapidamente che nessuno stesse tornando, per aver magari dimenticato qualcosa, e poi richiudere la porta alle proprie spalle.

Schneider si appoggiò allo stipite, incrociando le braccia al petto, e fissò il portiere, ma non con la sua solita aria impassibile, anzi, sembrava piuttosto adirato. Lo sguardo azzurro-ghiaccio del Kaiser del Calcio e quello nero-fuoco del portiere giapponese si intrecciarono silenziosamente per un lunghissimo istante. ~ Così, è lui, l'incazzato? E magari addirittura con il sottoscritto... ~ Così, in un moto di sfida e ribellione, Genzō si alzò dalla panca e si diresse verso il Capitano, parandosi davanti a lui ed ergendosi appositamente in tutti i suoi centimetri in più di altezza, esortandolo minacciosamente a spostarsi per lasciarlo passare. Ma questi, repentinamente, reagì afferrandolo per il colletto e sbattendolo pesantemente contro la porta, ribaltando, quindi, le posizioni.

- È inutile che mi guardi con quella faccetta incazzosa, Wakabayashi. - Kaltz si augurò mentalmente che non scoppiasse la terza guerra mondiale e si avvicinò ai due in un tentativo di frapporsi, ma venne "gentilmente" invitato da entrambi all'unisono a non intromettersi - Stanne fuori, Hermann. - Così alzò le mani in segno di incondizionata resa, senza proferire, stranamente, parola, e andandosi a sedere sulla panchina più lontana, limitandosi a succhiare meticolosamente un nuovo stecchino.

Genzō masticò una discreta quantità di amaro fiele e sibilò - Non sono qui per mettere in discussione la decisione del Mister, anche se il suggerimento del Capitano è stato per me totalmente deleterio. - Hermann, giusto un paio d'ore prima, aveva desiderato che i suoi amici si confrontassero, ma certamente non così. Ma non poteva intervenire, perché gli avevano proibito di conciliare, la cosa che sapeva far meglio; così si limitò soltanto a sperare che, una volta tanto, uno dei due ingoiasse un po' di orgoglio e l'altro ritrovasse il suo "lato umano". E, una volta tanto, lui rimase in disparte.

- Mi pareva di averti detto, proprio ieri, che io non faccio mai nulla senza una buona ragione, portiere. Se... ho ‘fatto la spia', diciamo, è perché tu sei sicuramente più utile quando sei in perfette condizioni; se oggi avessi giocato con quella mano, sicuramente non saresti riuscito a mantenere la porta inviolata come l'altra volta, soprattutto se gli "effequattro" avessero apportato il solito indubbio contributo. Sono talmente immaturi ed egoisti, vigliacchi e bastardi, che non dubito neanche di una virgola che, nemmeno se fossimo stati sotto di cinque, non di un goal soltanto, non ti avrebbero dato una mano in difesa. Anzi, ti avrebbero sicuramente messo in difficoltà, facendo quindi colare a picco l'intera squadra. E chi ci avrebbe, oltretutto, rimesso più di tutti, saresti stato proprio tu, Genzō. Mi stupisce che non ci arrivi da solo: ti credevo più sveglio. -

Non lo aveva chiamato semplicemente ‘portiere' come al solito, o per cognome, come faceva con tutti (eccetto Hermann, ovviamente); per la prima volta si era rivolto a lui per nome, rifletté stupito. E realizzò che con la sua ‘spiata' lo aveva invece voluto, in un certo senso, "proteggere" dalla pessima figura che, indubbiamente, avrebbe fatto, giocando in un contesto come quello appena descritto, rischiando, quindi, di perdere la fiducia finora guadagnata con il Mister, anche se era sicuro che, tacendo l'infortunio, l'avesse comunque ormai inevitabilmente già compromessa.

Dovette ammettere che il Capitano aveva indiscutibilmente ragione su tutta la linea, ed espresse il suo assenso con un cenno, socchiudendo le labbra per rispondere. Ma Schneider lo bloccò, mollando improvvisamente il bavero della sua felpa e parandogli davanti alla faccia il palmo della mano, facendogli intendere che la ramanzina non era ancora mica finita. - E pensavi davvero che non mi fossi accorto di quanto ieri, al campetto, soffrissi per il dolore? Essendo un portiere, credevo che fossi consapevole che le tue mani sono i tuoi strumenti di lavoro, e, se non ne tieni da conto, rischi di vanificare tutti i progressi che hai fatto finora, oltre che la tua stessa salute. -

Anche in questo aveva dannatamente ragione. Richiuse la bocca e abbassò lo sguardo, chinando il capo in segno di resa incondizionata: il lupo solitario e riottoso aveva infine riconosciuto ed accettato Karl-Heinz Schneider come il suo capobranco. Istintivamente guardò alle spalle del Kaiser, dove, dalla panca, Kaltz annuiva energicamente in senso di approvazione del sermone del capitano predicatore, ma sfoggiava anche un franco sorriso solidale rivolto al suo amico portiere ostinato.

Schneider lo sospinse di lato e schiuse l'uscio; fece per uscire ma poi si voltò appena, per congedarlo con un ulteriore sacramento - Salta gli allenamenti per qualche giorno, parlo io con Coach Bähr; tu pensa solo a curarti quella ferita. Soltanto quando sarai di nuovo tornato ad essere il mio solito portiere, fatti vedere al campetto, tanto io lì praticamente ci vivo: manca solo una branda per dormire e una doccia! - sogghignò leggermente - E se ti viene l'istinto di fare qualche stupidaggine, ricorda che sabato prossimo vengono a suonare i "musicanti". A buon intenditor... - E se ne andò.

Genzō emise un sospiro rassegnato; stavolta, a voler sempre strafare, l'aveva proprio combinata grossa. Ma era lo stesso piacevolmente colpito: sebbene prima lo avesse letteralmente annientato, per poi rimproverarlo aspramente, non solo il Kaiser aveva rinnovato verbalmente quel legame silenzioso che si era creato recentemente fra loro, evidenziando che tenesse a lui come avversario, compagno di squadra, persona, ma, magari, anche come potenziale amico, essendosi preoccupato, inoltre, della sua salute. E si concesse la speranza che, in quell'ultima metafora, avesse voluto implicitamente alludere ad una sua eventuale presenza durante la prossima partita, la più difficile di tutto il campionato; dimostrando, quindi, ancora una volta, che, dopotutto, il Capitano non aveva mai archiviato la stima e la fiducia che aveva riposto in lui.

Nonostante non fosse riuscito, stavolta, a vincere la sfida, e anche se la sua reazione avrebbe fatto perdere la pazienza persino a San Mikami; perciò la sua considerazione era ormai, complessivamente, oggettivamente positiva. Così, ritrattò mentalmente le pessime cose che aveva pensato prima in panchina, e rinnovò, al contempo, anche lui positivamente, la sua stima, fiducia e rispetto nei confronti di Karl-Heinz Schneider, riaprendo quella porta che aveva creduto di dover chiudere ancora una volta.

Herri lo guardò un po' sornione e lo raggiunse, posandogli di nuovo una mano sulla spalla, stringendo leggermente - Fa' più attenzione quando vai a pattinare... - Strizzò l'occhio e poi uscì anche lui, lasciandolo definitivamente solo col suo stupore. Ora sì che era del tutto sbalordito; ma, neanche più di tanto, se ci ragionava: era ovvio che quella scimmia curiosa di Kaltz fosse venuta in qualche modo a sapere dell'hockey. Più che altro era meravigliato che finora non gli avesse domandato nulla, soprattutto a proposito del suo infortunio, e che, oltretutto, avesse coperto il suo "piccolo segreto" con Schneider, che gli aveva dimostrato, sia ieri al campetto, sia ora negli spogliatoi, di esserne all'oscuro, visto che nel suo sermone non aveva fatto riferimenti specifici.

Finalmente si decise a raggiungere il resto della squadra sul pullman, dove si rintanò ben lontano da tutti e calcò per bene sugli occhi la visiera del cappellino. Una volta tornati a Poppenbüttel, Coach Bähr gli fece una lunga lavata di capo, sebbene non sembrasse troppo arrabbiato, a dir la verità; più che altro lo riprese per aver taciuto l'infortunio e poter così entrare lo stesso in campo, rischiando di compromettere la sua salute, inficiando i risultati ottenuti finora, bla, bla, bla. Insomma, la stessa identica predica che gli aveva fatto il Capitano, immersa soltanto in un discorso più da adulto. Ma, stranamente, non prese provvedimenti, e Genzō si trovò a domandarsi se fosse stato proprio lui a intercedere, perché forse era già stato punito a sufficienza dagli eventi odierni. O, forse, dallo stesso imparziale destino...

* * *

Una volta a casa era comunque parecchio giù di corda; non gli restava altro che il conforto del suo allenatore, che, evidentemente, anche lui aveva preso il numero per partecipare alla nuova attività ludica "Fare la paternale a Wakabayashi", perché lo rimproverò per aver voluto fare, come sempre, di testa sua, eccetera, rimarcando che Schneider aveva agito più che saggiamente impedendogli di giocare... Peggio di così non si poteva sentire. Ma poi invece alla fine lo confortò come quando era più piccolo, ricordandogli che erano proprio le situazioni più difficili che aiutavano a crescere.

Dopo una lauta cenetta, preparata apposta da Karen per gli umori avviliti, qualche coccola di Tatsuo, sul divano in salotto davanti alla tv, fece il resto; così, finalmente, il povero malconcio portiere poté infine andare a dormire più sereno e caricato di un nuovo ottimismo. Ora, i suoi prossimi immediati obiettivi erano, nell'ordine: prima, aspettare che guarisse la ferita, poi, riuscire a parare i FireShot, e, per finire, magari, giocare contro il Werder Bremen e, perché no, fare la differenza in campo.

L'indomani mattina Genzō si concesse un lungo sonno ristoratore fino a tardi, sarebbe potuto andare a correre anche nel pomeriggio, o magari invece no; doveva riposarsi? E allora lo avrebbe fatto davvero, stavolta. Così si ritrovò a far colazione che ormai era quasi ora di pranzo. Che importava, tanto non avrebbe di certo perso l'appetito.

Mentre Mikami gli stava controllando la medicazione, si presentò in cucina un'orribile apparizione di Niko in mutande, con i capelli completamente arruffati in un cespuglio, che camminava come un morto vivente e aveva gli occhi ancora incrostati di sonno. Il sabato sera era solito tirare fino a notte fonda in qualche strano locale di musica metallara o in discoteca, senza tralasciare, non sia mai, la caccia alle galline. Per lui il buongiorno era sempre un optional, ma, quando, dall'unico occhio che aveva aperto per mangiare, vide il cuginetto ed il suo tutore che armeggiavano con disinfettanti e bende, si risvegliò dal coma: - Toh, il cucciolo si è ferito a una zampina... -

- Sai, mentre si dorme, è difficile farsi male... - rispose Genzō con lo stesso tono del cuginastro. - Ha! Che spirito combattivo, il microbo! Peccato che io non mi rovinerò mai, comunque, volontariamente, la domenica né tantomeno la vita, per inseguire uno stupido pallone. - Il portiere aveva ormai capito che Niko aveva una particolare forte avversione per il calcio, tanto che, quando loro guardavano le partite di Bundesliga in tv, se ne andava sempre con particolare scazzo. Anche lui dipendeva da Karen per i pasti e le faccende domestiche, ma, quando non era fuori, passava praticamente tutto il suo tempo nell'appartamento che il despota gli aveva messo a disposizione, tranne in qualche rara serata o domenica in cui li degnava della sua ingombrante presenza.

Oggi, però, lo ‘spirito combattivo del microbo' ancora sonnecchiava e sembrava non dare segnali di volersi svegliare tanto presto, si vede che aveva deciso di riposare anche lui; così, si limitò a scrollare le spalle indifferente. Ma Tatsuo ebbe, invece, un insolito moto di fastidio - A non fare niente di produttivo, è altrettanto più facile non rischiare nulla. - Niko rise beffardo - Ha! Ma da che inutile pulpito arriva la predica: e tu, invece, cosa fai di produttivo, eh? Oh, già, a parte il tuo ‘utile' ruolo di Wärter [1] del microbo e subalterno del sommo Bulle [2]; naturalmente quello non conta, poiché torna utile a te... - Genzō immediatamente prese le difese del suo allenatore - Noi, però, siamo qui per scelta, non agli arresti domiciliari. -

Mikami era repentinamente tornato ad essere il solito tollerante Tatsuo che preferiva evitare le discussioni accese, infatti, si limitò ad un conciliante - Niko, ognuno ha la sua personale scala di valori, che non sempre gli altri condividono, proprio come le scelte; ma non vuol dire che siano sempre assolutamente giuste, o sbagliate. -

Il ragazzo era presumibilmente stato punto sul vivo dai commenti, poiché assunse la consueta espressione di malevolo sarcasmo, rispondendo - Io sarò anche rinchiuso qui senza possibilità di scelta, che grande verità, - guardò distrattamente il cuginetto, per poi fissare eloquentemente Mikami, - ma, perlomeno, non sono né il burattino né il leccapiedi di qualcun altro. - Il cugino stava evidentemente sottolineando, alla sua maniera insolente e villana, l'atteggiamento, secondo la sua opinione, di sottomissione incondizionata di Tatsuo nei confronti di suo padre.

Al portiere dava sempre parecchio fastidio quando Niko si permetteva di rivolgersi in quella maniera; a lui era stato insegnato a portare rispetto e, comunque, riteneva che, nemmeno nel più "emancipato" occidente, quello potesse essere un comportamento ammissibile da tenere con un uomo adulto. Schiuse la bocca con l'evidente intenzione di replicare qualcosa di altrettanto tagliente, ma scorse Mikami che, pur limitandosi a fissare Niko con aria seria, strinse le labbra sottili impercettibilmente, e capì che lo stava invitando implicitamente a trattenersi; così si costrinse a mordersi la lingua, facendo davvero uno sforzo enorme.

Il cugino si alzò da tavola lasciando tutto in disordine, senza preoccuparsi di rimettere a posto i resti della sua colazione selvaggia, concludendo la sua sequela di cattiverie in giapponese. - Hai, Mikami-san, ma se sono costretto ad obbedire allo sbirro, è perché purtroppo, mio malgrado, e se potessi lo eviterei più che volentieri, io faccio parte della famiglia. Tu, invece, per quanto ti sforzi di entrarci dentro, rimarrai, sempre e comunque, un estraneo; per quanto ti sia illuso nel considerare il microbo come tuo figlioccio, lui sarà, sempre e comunque, un Wakabayashi. -

Tatsuo, all'apparenza, non mutò espressione ma Genzō, conoscendolo molto meglio di chiunque altro, vide un'ombra triste passare dietro le lenti fumé. Niko lo aveva colpito, ferendolo, apposta, in quello che lui considerava più sacrosanto: il rapporto di amicizia fraterna con suo padre e l'affetto quasi paterno nei suoi confronti, che non era dovuto a doppi fini come poteva insinuare il cuginastro, ma era sincero e dettato dal cuore.

Perciò, stavolta, col cazzo che il microbo se ne sarebbe stato zitto... E i due cugini ci misero esattamente trenta secondi per arrivare a litigare pesantemente. Uno ricordò all'altro di come lui stesso non fosse esattamente un esempio di rettitudine e lealtà, e che, per la frustrazione di essere stato allontanato dalla sua stessa famiglia, poteva soltanto prendersela con se stesso. Per finire, sottolineò che, in ogni caso, nemmeno a loro due era gradita la sua presenza in quella, cosiddetta, non-famiglia composta da allenatore e portiere, o meglio, da ‘guardia e microbo'.

Ma quell'altro non era di certo il tipo che avrebbe permesso ad un bambinetto viziato e perbenino di potergli insegnare a stare al mondo; lui - la vita - aveva imparato ad affrontarla sulla strada, da solo, senza nessuno che gli pulisse sempre il moccio. Il litigio da pesante si trasformò, così, in un alterco al limite della rissa, che si concluse con il maggiore che vinse su tutta la linea, poiché il più piccolo era ancora troppo immaturo e ingenuo per riuscire a sostenere la sua dialettica spietatamente affilata, e con un Mikami ora completamente grigio in volto, un tutt'uno con il colore delle lenti.

Niko, evidentemente soddisfatto di sé, ma, forse, ancora non completamente, fece per andarsene definitivamente dalla cucina con aria tronfia, ma prima volle esternare un ultimo "gradito" consiglio - Scopa un po' di più Mikami-san, magari così riesci a farti una famiglia tua. - A quel punto, però, si ritrovò con un battipanni che incombeva pericolosamente davanti alla faccia, brandito come una paletta di Stop, di quelle in dotazione ai vigili, da una alquanto inviperita Karen, che abbaiò, e in giapponese.

- Ed io dico che, qui dentro, ognuno debba pensare un po' di più ai fatti propri senza permettersi di sindacare su quelli altrui. E se sento, di nuovo, certe frasi, come quelle che ho udito poco fa', da chiunque di voi... - includendo anche Genzō nel suo sguardo minatorio - Questo aggeggio lo uso per togliere la polvere dalle vostre lingue troppo lunghe e male abituate. - E impugnò il battipanni con entrambe le mani come se fosse stata una spada o una mazza da baseball. Non volò più una mosca.

Apparentemente soddisfatta del risultato ottenuto, concluse - Adesso, in due minuti, vi voglio tutti quanti fuori di qui, ché anch'io ho necessità di scopare... il pavimento. - Attesero che uscisse dalla stanza sempre in un totale e religioso, riverito, silenzio, persino Mikami sembrava un po' impaurito dalla donnona tedesca. Niko, non prima di aver rivolto un'ultima occhiata di disprezzo al mondo, se ne andò a rinchiudersi a casa sua. Genzō e Tatsuo iniziarono a riordinare la cucina dallo scempio, per poi decidere, con una saggia mutua occhiata, che era meglio fuggire prima che Karen tornasse. E alla fine uscirono per una salutare boccata d'aria fresca.

* * *

Katharina Holtzmann assaporò la quiete che adesso regnava nell'appartamento ormai deserto, entrando in cucina ‘armata' di scopa, paletta e occorrente per lavare. Grazie a Dio, avevano preso tutti sul serio la sua ‘richiesta' di levarsi dalla sua, ora alquanto indisposta, presenza. Altrimenti, non era sicura che sarebbe riuscita, un'altra volta, a sopprimere efficacemente la tentazione, provata poc'anzi, di battere energicamente quei sederini cugini e lavare per bene le loro boccacce col sapone.

~ Sant'Iddio, che nervoso ~ le avevano fatto venire quei due... Perciò decise, anche se lo aveva già fatto abbondantemente prima, mentre ascoltava quello sproloquio di cagate, di mettere di nuovo sullo stenditoio tutti i tappeti e coperte di casa, sfogando su di loro il suo inequivocabile forte desiderio di inculcare, in quelle due teste calde, un po' di: buon senso, disciplina, rispetto, educazione, umiltà; non necessariamente in quell'ordine, ma, decisamente, tutte assieme. Altrimenti, oggi avrebbe probabilmente trasceso il suo ruolo di "governante". Certo che, se lo metteva a confronto con il suo stipendio, tutti i soldi di Herr Wakabayashi non sarebbero bastati ancora per molto.

La vecchia del pianterreno la guardò arcigna, come al solito, visibilmente seccata dal rumore che stava facendo col battipanni, ma, stavolta, evidentemente, dovette essersi resa conto, dall'espressione ricevuta in risposta, ancora più torva della sua, che sarebbe stato meglio non stuzzicare il cane, sebbene non dormisse affatto. Il mestiere, a lei più consono, di ‘consulente dello spirito', lo avrebbe, comunque, fatto addirittura gratis, e più che volentieri, per questa rappezzata e bizzarra famiglia allargata, nei cui componenti riconosceva, come era nella sua indole ottimista e fiduciosa nel prossimo, buone potenzialità di crescita e aggregazione. Ma, diamine, non si rendeva conto, il sommo (come lo aveva definito prima il nipote) Wakabayashi-san, che, in questa maniera, aveva messo in seria difficoltà Mikami? Che diavolo di concezione di amicizia e fiducia aveva quel... Si morse la lingua e chiese perdono per la brutta parola giapponese che le era venuta improvvisamente in mente.

Genzō era, sì, una testa calda, ma ancora una testina dal carattere per adesso ancora malleabile; data la sua giovane età, col tempo, gli spigoli sarebbero stati smussati; Nicolaus, però, era una mina vagante ancora inesplosa, troppo per il temperamento mite e, soprattutto, la totale inesperienza come genitore di Tatsuo, poco adatto a fare il cane da guardia. E intanto, lui se ne stava a guardare dalla lontana Londra, mentre la responsabilità del nipote avrebbe dovuto essere solo e soltanto sua. ~ Pedalati la tua bicicletta... ~ D'accordo che le sue intenzioni erano potenzialmente meritevoli, altrimenti non avrebbe mai preso in considerazione l'idea di trasformare radicalmente le sue abitudini, nemmeno per tutto l'oro del mondo. Ben prima che "Sensei" venisse al mondo, aveva scelto di diventare una devota cristiana.

Ma oggi il concetto di tolleranza era sceso, di parecchio oltre, il limite consentito dalla sua enorme pazienza. Non era comunque una santa, benché ne portasse il nome, e prima si era chiesta, più volte, retoricamente, se Giobbe e Tatsuo si potessero scrivere con gli stessi kanji. ~ Stavolta non te la mando di certo a dire, neppure in Tedesco! ~ considerò, alla fine, più calma, mentre, prima, dava un'occhiata generale alle stanze di casa Mikami - Wakabayashi, ora, perfettamente linde e profumate, che Tokugawa se ne stesse pure a sguazzare nel suo porcile... Dopo, sfilando il cordless dal supporto, e infischiandosene altamente dell'eventualità di distogliere il "despota" dai suoi affari.

[1]     Guardia
[2]     Sbirro


Credits e Note:
Citazione ed esplicito riferimento a "I musicanti di Brema" nota fiaba dei Fratelli Grimm.

* * *

Lo so, lo so, che finora c'è stato troppo calcio e poco miele... ^_^'

Ma, intanto, con questa parte il cerchio fra i nostri tre amici calciatori, o meglio, chiamiamolo triangolo, si chiude, e d'ora in poi il loro rapporto diventerà sempre più saldo, come quello di una famiglia. Soltanto che anche nelle migliori famiglie si litiga e si dicono cose brutte, che spesso non si pensano veramente, e l'SGGK avrà modo di confrontarsi con il suo cuginastro e rivedere alcune delle sue incrollabili certezze. Le prossime tre parti, infatti, sono tutte dedicate a loro.

 
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