Manga
holly
  • Numero Capitoli: 26
  • Ultimo capitolo: Rivali, guerre, amici.
  • Serie: Captain Tsubasa
  • Personaggi: Genzo Wakabayashi/Benjamin Price, Hermann Kaltz, Karl Heinz Schneider, Taro Misaki/Tom Becker, Personaggio originale femminile, Personaggio originale maschile
  • Genere: Introspettivo, Romantico, Sportivo
  • Avvertimenti: Lemon
  • Rating: SS
  • Conclusa: No
  • Round Robin: No
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Capitolo 3 - Parte 3

 

Genzō, nonostante tutti gli altri impegni che non riguardavano lo sport, ma la scuola e lo studio, continuò con gli allenamenti quotidiani, prima alla "J" e poi al campetto, poi, ancora, in pista tre volte a settimana; mantenne, perciò, la promessa fatta a Mikami: non tollerava l'idea di deluderlo nuovamente e voleva dimostrargli che non era più il moccioso viziato e prepotente di Nankatsu.

Allora era convinto che la cosa più importante fosse restare semplicemente imbattuto, mantenere inviolata la sua porta ad ogni costo, lasciando che centrocampo e attacco se la cavassero da soli, e abbaiando rimproveri ai difensori per ogni minimo errore o imperfezione. Le lavate di capo del - ormai ex - Capitano Wakabayashi erano leggendarie negli spogliatoi della Shutetsu: certe volte aveva strigliato i ragazzi così duramente che, nonostante la vittoria schiacciante, avevano tutti l'aria di un cane bastonato. Ma a lui importava molto relativamente, così come gli interessava proprio poco che, a causa di quel suo modo di fare, fosse rispettato soltanto perché temuto.

Invece ora capiva quanto il gioco di squadra fosse importante. La verità rivelata gli era piombata addosso, come un mattone dal cielo, quando aveva dovuto riconoscere, oggettivamente, l'incredibile miglioramento di quelle mezze calzette, allora ancora capitanate dall'imbranato Ishizaki, che avevano tenuto in scacco, per tutto il primo tempo, la gloriosa squadra campione uscente del torneo delle scuole... E poi, proprio quando stava per tirare un sospiro di reale sollievo, quel barattolo di Ōzora aveva segnato in rovesciata. Ripensandoci, ora, lo faceva sorridere, come se l'era presa a male per un unico goal, ma, in quel momento, il suo ego di portiere paratutto imbattuto aveva fatto un bel tonfo dall'ultimo piano.

Aveva realizzato, inoltre, che in quell'incontro i suoi compagni di squadra lo avevano comunque assecondato, nonostante, a causa della tensione per la sfida con Tsubasa, li avesse trattati anche peggio del solito. E alla fine dei giochi, si era reso conto che tutti lo avevano sempre tenuto in grande considerazione, si erano sempre spontaneamente affidati, non per terrore od opportunismo, pur avendoli sempre reputati a malapena come gregari in campo e come semplici conoscenti al di fuori. Il ricordo del congedo da quelli che alla fine erano diventati amici, quando gli avevano riempito di firme il suo adorato cappellino, gli strappò uno dei suoi rari sorrisi veri.

* * *

Un'altra settimana era così iniziata, e quel lunedì, mentre si stavano massacrando al solito campetto, di nuovo, il Capitano gli aveva lanciato una sfida. Certo che la sua nuova vita stava diventando ripetitiva, aveva riflettuto filosoficamente Kaltziano, e piuttosto "monotona"; ma in modo decisamente esaltante e stimolante.

- Senti un po', Wakabayashi: sarai stufo, ormai, di startene lì, in porta, a parare dei tiri così banali, giusto? - Banali? ~ Non è esattamente l'aggettivo che avrei usato io per definirli, ma... ~ rispose ugualmente - Cos'hai in mente, Capitano? - Siccome per affrontare le prossime partite di campionato, che stava entrando nella fase centrale e quindi man mano anche più dura, stava cercando, da un po' di tempo, di mettere a punto un nuovo tiro, il cosiddetto FireShot; quindi aveva giusto bisogno di qualcuno che gli fornisse perfetti assist in area. - Certo, Capitano, per me non c'è problema; anche se credo che allo scopo sarebbe più adatto Hermann. -

- Sì, ma per concentrarmi ho bisogno di pace e tranquillità, e il continuo cicaleccio di Kaltz non è esattamente quello che intendo io come silenzio. - Il portiere ridacchiò e il Kaiser scrollò le spalle, sogghignando - A parte che, poi, come minimo ogni mezz'ora, mi stresserebbe a morte con la sua necessità impellente di fare la pausa spuntino, e lamentandosi, oltretutto, perché qui non c'è lo stramaledetto succo di frutta... -

- Già. Herri e Dite, con la loro dipendenza da succhino, sono indubbiamente i migliori clienti della Rauch - convenne divertito, ma l'altro non fece nemmeno un accenno di sorriso, rimanendo freddo ed incalzandolo a cominciare con l'allenamento; ecco, di nuovo, la sensazione di ostilità nei confronti della ragazza era riapparsa. Beh, tanto, comunque, non erano fatti suoi, così evitò di replicare. Per un pezzo andarono avanti così, con il Capitano che lo esortava ad imprimere tutta la sua potenza nei passaggi, pur esigendo, al contempo, che fossero precisi al millimetro e al millesimo.

L'inusuale esercizio gli stava tornando comunque utile, perché in questo modo riusciva a capire la differente angolazione di un tiro a seconda della postura che il Kaiser assumeva con piedi, gambe e anche il resto del corpo, potendo studiarne, ogni volta, anche la più piccola variazione da un punto di vista completamente opposto al solito, in cui si trovava di fronte all'avversario. Poi avrebbe potuto sfruttare quanto imparato mettendolo in pratica tra i pali, e i suoi interventi sarebbero diventati sicuramente più efficaci, potendo basarsi non solo sull'intuito ma su dettagli oggettivi, e avrebbe pertanto anche migliorato i tempi di anticipo delle uscite sui tiri dentro l'area di rigore.

Dopo una breve pausa a base di semplice acqua fresca e silenzio, Schneider lo scrutò riflettendo per qualche istante, poi domandò - Pensi di essere pronto per provare a parare, portiere? - Le iridi scure si infiammarono come tizzoni - Sono nato pronto, Capitano. - Aggiustò la visiera e corse subito a mettersi in posizione. Genzō ci mise tutto il suo impegno e determinazione, ma il nuovo tiro era ancora più potente dei soliti shots, non per niente lo aveva ribattezzato FireShot: eccome se bruciava!

Ma, l'istinto del lupo è come il vizio: non si perde. E ad ogni tiro, Wakabayashi andava sempre più vicino a riuscire a toccare la palla. ~ Ed io che credevo di usarlo sabato come arma segreta... di 'sto cazzo! Mi sa che ci devo lavorare ancora un po' su. ~ Si bloccò proprio un istante prima di calciare l'ennesimo e sogghignò, vedendo il portiere sbilanciarsi in avanti per poi guardarlo con aria interrogativa. - Stavolta credo proprio che per vedere il 50% devi andare prendere il libro di algebra! - A dire il vero aveva dei seri dubbi anche di riuscire a vedere proprio il pallone, ma gli rispose lo stesso con tono strafottente - Potrei anche decidere di smentirti, Capitano. -

- Facciamo un cosiddetto scambio equo? Tu mi aiuti a fare in modo che il FireShot sia imparabile, eccetto che da un unico portiere, ed io intanto ti alleno per essere in grado di pararlo. Ed entrambi ci sveliamo i barba-trucchi e i punti deboli dell'altro. Come la vedi? - Non poteva essere più soddisfatto, in quell'istante, ma non si mise ad esultare - Comandi, Capitano. Però forse sarebbe meglio cominciare subito, invece di perderci in chiacchiere... - In risposta, uno shot gli sfrecciò sibilando pericolosamente vicino al volto, insaccandosi in rete. - Attento a ciò che desideri, portiere: potresti ottenerlo... -

Per tutto il resto del pomeriggio e poi dei giorni a seguire, sfruttarono entrambi, e reciprocamente, quell'allenamento ambivalente, fatto prima di passaggi in area e dopo di tiri in porta. Genzō per ora si doveva accontentare di arrivarci quasi, ma sempre più vicino, e intanto Schneider aveva chiesto il suo aiuto; poi, i suoi consigli tecnici erano davvero preziosi. Ma, soprattutto, era lo stesso Kaiser a chiedere a lui suggerimenti e correzioni, e questo lo faceva sentire, finalmente, anche da questo lato, sempre più vicino al suo obiettivo: eguagliare il Capitano.

* * *

Il prossimo sabato avrebbero giocato fuori-casa contro il FC Schalke 04, squadra piuttosto pericolosa perché quarta in classifica, e quindi seriamente intenzionata a guadagnare i punti necessari a scavalcare la diretta rivale J-HSV. Il perfezionamento del nuovo tiro era arrivato a buon punto, Genzō era convinto di poter riuscire a pararlo in breve tempo, magari proprio entro la fine della settimana, ma, intanto, il portiere della squadra avversaria non avrebbe avuto scampo.

A metà settimana, in una di quelle partite di campionato in pista in cui Jiří gli cedeva il posto, perché così, come abitualmente ripeteva, potesse "divertirsi" un po' anche lui, purtroppo si era seriamente infortunato, perché, durante un'azione concitata in area, un avversario aveva pattinato sopra la sua mano destra.

Il cosiddetto "cameratismo da conigliera" lo aveva sorpreso piacevolmente perché, addirittura, il Capitano ufficiale di partita e i due Assistenti gemelli erano platealmente intervenuti, in maniera aggressiva, contro l'attaccante che aveva commesso apposta il brutto fallo. Horst e Stein, appunto, erano persino quasi arrivati a menare le mani, come era nella loro indole, per difenderlo, mentre tutti gli altri avevano fatto cerchio attorno per assicurarsi delle sue condizioni; cosa che non sarebbe mai successa sul campo da calcio. E il riguardo dimostrato nei suoi confronti dai compagni/leprotti in quel frangente gli aveva dato indubbia conferma di aver preso la decisione giusta nel voler rimanere ancora alla "HHH". Perché anche sul ghiaccio stava continuando ad imparare, sia dal lato del gioco che da quello dell'attitudine personale; così, ringraziò mentalmente Mikami, ancora una volta, per avergli permesso di capirlo arrivandoci da solo, senza imposizioni repressive.

Era uscito dalla pista con un taglio alla mano ma anche con l'assoluta convinzione che sarebbe potuto partire proprio da lui l'approccio per familiarizzare con i compagni di squadra alla "J", magari cominciando prima a conoscere meglio quei pochi che non lo intralciavano così platealmente, ma mantenevano un atteggiamento prevalentemente indifferente. Una volta riuscito a conquistare la loro fiducia e rispetto, poi, forse, anche ottenerne l'appoggio, avrebbe avuto qualche arma in più con cui potersi opporre agli "effequattro"; non sperava in un risultato in tempi brevi, ma era sempre meglio che da solo contro tutti. Era ovvio che con il rivale Hans sarebbe stata un'impresa inutile, oltre che impossibile: era comprensibilmente logico che odiasse chi gli voleva soffiare il posto; ma, se avesse ottenuto almeno di far capire ad uno che l'interesse di tutti era più importante delle singole rivalse, sarebbe stato già un grosso passo avanti.

Il Kaiser del Calcio poteva permettersi di essere algido e scostante, ma lui doveva cominciare a cambiare, almeno un po'; non poteva più limitarsi a lavorare nell'ombra, continuando a voler migliorare solo il lato della tecnica o della potenza. Fra le cose che aveva assimilato da Tsubasa, c'era proprio la totale consapevolezza che, persino per un portiere, che in teoria giocava da solo, era comunque fondamentale il supporto del resto della squadra, e oggi le Lepri glielo avevano ampiamente confermato. Doveva aprirsi anche nella maniera in cui si rapportava con i compagni in campo: non poteva pretendere che la difesa gli obbedisse ciecamente, non era più alla Shutetsu.

E anche se poi, al di fuori del rettangolo verde, i membri della J-HSV avrebbero, lo stesso, mantenuto le distanze, non gli importava più di tanto: continuava ad essere convinto di non aver bisogno di stuoli di amiconi adoranti (che, invece, spesso, dietro risultavano avere opinione opposta). E, se il suo rapporto con Kaltz era piacevolmente sempre uguale, con Karl-Heinz Schneider la conoscenza reciproca stava progredendo, ed era sufficiente così. Dopotutto Genzō stava bene anche con se stesso.

* * *

L'indomani, anche se la mano gli faceva un male cane, andò ugualmente al campetto dal Kaiser; dato che il giorno precedente, per ravvivare un po' i soliti, e troppo banali, allenamenti, aveva, ancora una volta, rinnovato i termini del loro mutuo accordo. Trasformandoli, di nuovo, in una vera e propria sfida: se fosse riuscito, entro la fine della settimana, a bloccare anche un solo FireShot, come la volta precedente, avrebbe messo una buona parola sulla decisione del Mister per la formazione da schierare in campo a Gelsenkirchen contro lo Schalke 04.

Il portiere era rimasto un po' disorientato da tutta quell'inconsueta disponibilità nei suoi confronti da parte del Capitano, così, con una leggera diffidenza, gli aveva chiesto cosa sarebbe entrato a lui in tasca nel favorirlo. Schneider, per una volta che aveva cercato di essere altruista con qualcuno, si irritò, rispondendo seccamente - Portiere, io non faccio mai niente per niente, senza una buona ragione. - Poi si mise a pensare velocemente, per trovare una spiegazione sufficientemente plausibile da dare a quegli occhi parzialmente nascosti dalla visiera del suo stronzissimo cappellino.

- Ormai ritengo che il FireShot abbia raggiunto il livello che volevo, per l'incontro di sabato. Siccome so per certo che il portiere avversario non ha nemmeno un terzo dei tuoi riflessi, voglio avere già ora un riscontro oggettivo, diciamo una... previsione matematica, di quante reti potrei segnare in partita. Perciò, se tu ne pari almeno uno, dovrò accontentarmi di una tripletta; se, invece, come immagino, non ci riesci, allora io farò piovere goal, anche se le previsioni hanno detto sereno per il fine-settimana. - Genzō era rimasto in silenzio qualche istante, considerando che Schneider avesse un approccio decisamente originale con i calcoli; poi aveva accettato la sfida, perché, orgogliosamente, non avrebbe mai tollerato la "carità", neanche dal Kaiser in persona: il posto in squadra se lo sarebbe perciò guadagnato con ogni singolo tiro in porta.

Quindi oggi, essendo di nuovo venerdì, gli restava solo quell'ultima possibilità, cui non avrebbe rinunciato per niente al mondo, anche se non era proprio in condizioni fisiche ottimali, e sperava che le aspirine continuassero a fare il loro dovere analgesico. Dopo una serie di tentativi andati a vuoto, si buttò su un tiro diretto all'angolo in basso a sinistra, esultando mentalmente, perché, stavolta, il suo tempo di uscita era stato perfetto; stava quasi per toccare la sfera, che però era troppo veloce per pensare di bloccarla con una sola mano, quindi tese il braccio destro, poi un colpo di reni... Ecco, ci stava riuscendo: ora sarebbe bastato fermare la palla a terra con entrambe le mani.

Ma la potenza del FireShot era enorme, e la ferita gli provocò una fitta dolorosa, tanto che non riuscì a stringere sufficientemente sul pallone, che così finì in rete; furioso per il fallimento, tentò di rialzarsi per affrontare il prossimo, poiché assolutamente certo di poterci arrivare. Ma una nuova fitta, ancora più forte, gli mozzò il fiato in gola, e si accasciò. - C'eri quasi; peccato, portiere. Dai, riproviamo - lo incalzò il Kaiser. Genzō sentiva la mano intorpidita; si rialzò a fatica e si rimise in posizione. Schneider calciò di nuovo, ma il dolore pulsava forte annebbiandogli la vista, tanto che stavolta nemmeno riuscì a muoversi. L'altro lo squadrò perplesso - Allora? - Ansando rispose - Dammi un minuto, Capitano. - Mentre provava a sfilarsi il guanto, Karl-Heinz, avendo notato la smorfia di sofferenza, trattenuta a stento, che contraeva il volto del portiere, si diresse verso di lui un po' allarmato. - Tutto bene, Wakabayashi? -

- Sì, sì, ti ho chiesto soltanto un minuto... - ringhiò; poi, però, tentò di scherzare, per evitare che si avvicinasse ulteriormente. - Il tuo FireShot è davvero micidiale, ma non perdiamo altro tempo, su! - Ma ormai il Kaiser lo aveva raggiunto e non poteva non accorgersi della fasciatura che stava incominciando a tingersi di rosso vivo. - Che hai combinato a quella mano, portiere? - Genzō provò, di nuovo, a tergiversare - È il tuo tiro che... - Fu interrotto bruscamente - Non dire cazzate: quello è un taglio, non una banale escoriazione. E se sei già fasciato, mi sa tanto che te lo sei procurato da qualche altra parte, non certo qui, perché fino a ieri non avevi niente. -

Il portiere rimase in silenzio, ragionando velocemente su cosa potesse inventare per giustificarsi, ma l'altro proseguì impassibile - Mi pareva che non potessi essere così tanto peggiorato, tutto di colpo, in un solo giorno: ti ho visto fin da subito che oggi avevi qualche cosa di strano. Che ti sei fatto alla mano? -

- Non è nulla. Davvero, Capitano, andiamo avanti lo stesso: voglio giocare domani... - Provò a rinfilarsi il guantone, ma non riuscì perché le fitte si susseguivano implacabili. - Non c'è bisogno di fare l'eroe, portiere. È fin troppo evidente che ormai ti fa male solo a muoverla, quella mano, figurarsi a parare. Per oggi l'allenamento è terminato - concluse, sbrigativo, rivolgendogli uno sguardo indagatore, a cui Genzō restituì la sua miglior faccia da Spock mai riuscita. Rimasero qualche minuto senza proferir verbo ma continuando a guardarsi, forse in un tentativo di "mentalismo" reciproco.

Il Capitano stava aspettando spiegazioni? Il portiere non riteneva di dovergliene dare: quello che faceva nella sua vita privata erano fatti suoi. Per una frazione di secondo, il suo istinto gli suggerì di aprirsi; non era quello che desiderava? Poi, invece, il suo lato guardingo gli spiegò che, forse, il non dedicarsi completamente solo al calcio avrebbe fatto pensare a un minor interesse e quindi a poca serietà. E, infine, il solito diavoletto maligno e malfidato obiettò che, magari, fare comunella con i ‘nemici' dell'Hockey non sarebbe stata cosa gradita dal Kaiser del Calcio.

Wakabayashi era forse stato oggetto di ritorsioni da parte degli "effequattro" perché la scorsa settimana gli era stato concesso un trattamento differente rispetto al loro? Stavolta avevano davvero oltrepassato il limite: non avrebbe tollerato né che venisse messa in discussione una sua pretesa, comunque approvata dal Mister, né tantomeno che a farne le spese fosse una terza persona. Se erano così vigliacchi da non rivolgersi direttamente a lui, per le loro futili recriminazioni, allora, per una volta tanto, avrebbe fatto ripetizioni di disciplina gratis, anche a domicilio. Ma, non poteva mica andare a suonare citofoni a casaccio; se non fosse stato lo stesso portiere a fare i nomi, non avrebbe potuto prendere posizione.

Ma, evidentemente, la mutua aspettativa al dialogo si smarrì in quel troppo prolisso machiavellare, perché Genzō si morse le labbra, mentre Karl aveva appena dischiuso le sue, ormai intenzionato a chiedere, poi si era rapidamente chinato per raccogliere il suo maledetto cappellino. E l'occasione era svanita in un soffio, che nessuno dei due si rese conto di aver esalato contemporaneamente all'altro. Così, se ne andarono nel più totale silenzio, e Schneider non fece più domande poiché voleva rispettare l'orgoglio e la cocciutaggine del portiere, anche se la curiosità era davvero forte stavolta. Lui non avrebbe mai rischiato di peggiorare una brutta ferita come la sua per ostinazione... O, forse, invece sì?

* * *

Karl-Heinz si chiese cosa avesse mai combinato Wakabayashi, per stare così a pezzi; proprio perché, solitamente, non si lamentava mai, era giunto alla conclusione che doveva trattarsi di una cosa seria. Chissà che s'inventava di folle, per allenarsi ancora; oppure, una volta a casa, come stava facendo lui adesso, continuava a fare rimbalzare un pallone contro un muretto rimuginando su come perfezionarsi ulteriormente. Uhm, certo che i giapponesi erano proprio strani, pensò distrattamente.

~ Scusa, Kaiser: sbaglio, o pure per te gli allenamenti non avrebbero mai una fine? ~ gli rispose la sfera bianca e nera attraverso la voce della coscienza. E avrebbe pensato di sentire davvero le "voci in testa", se non fosse stato per quella di sua madre che gli sbraitò dalla finestra di mollare quel maledetto pallone e rientrare per la cena. Così, a tavola, dopo un po' che cincischiava la forchetta nel piatto mentre rifletteva, avvertì il suo sguardo accigliato - Karl, mangia! - Ingoiò un boccone per evitare la predica, poi le domandò, senza una ragione precisa - Ma', secondo te io sono fissato? -

Lo scrutò un istante con un sopracciglio teso all'insù - Sì, Karl; purtroppo hai preso da tuo padre. Ora mangia... - Come al solito non poteva limitarsi ad una risposta neutra, doveva sempre metterci in mezzo papà, come se tutte le colpe fossero sempre le sue. Vedendo che Marie, a sentire nominare il padre, si era intristita, per farla distrarre, le rigirò la curiosa domanda, e lei, nella sua genuinità di bimba, rispose convinta - Certo, fratellone! Tu sei il Kaiser. E Oma dice che tutti gli imperatori sono... un po' matti! -

~ Viva la sincerità! ~ sogghignò; perfino mamma ora sorrideva, mentre lei continuava nella sua spiegazione assolutamente logica. - Dice, che è perché stanno sempre sopra tutti gli altri e devono prendere tante decisioni difficili pensando ai sudditi; quindi, per forza, devono sempre fare le cose perfette, oppure li decapitano come in Francia. - Quell'ultima frase strappò una sonora risata spontanea ad entrambi, e anche se sua madre rivolse lo sguardo al soffitto, ripromettendosi di fare, presto, un discorsetto alla suocera, la pesante atmosfera di poc'anzi si era rasserenata. E l'affermazione bislacca della sua adorabile sorellina aveva acceso in Karl una luminosa verità.

Oltre che "il Kaiser", era anche il Capitano, ma finora, di decisioni, non ne aveva presa nemmeno mezza, e forse, invece, era arrivato il momento della prima: voleva sapere che cazzo combinava il suo portiere; nel senso che, Wakabayashi, sebbene il branco potesse averlo isolato, faceva parte della sua "J" e quindi, come tutti, avrebbe dovuto rispondere a lui di quello che faceva, soprattutto se precludeva, con un infortunio, la possibilità di poterlo schierare in campo. E non perché lo trovasse piacevole e volesse dargli una mano, ma perché, banalmente e oggettivamente, era più bravo di Hans, e domani contro lo Schalke 04 avrebbe potuto fare di nuovo la differenza in difesa.

E, in qualità di Capitano, aveva il sacrosanto diritto di pretendere di sapere se, come e quando poter contare su un membro della sua squadra. ~ Disporre di vita o morte, come un imperatore... ~ sogghignò, guardando il suo riflesso, mentre, per raggiungere il telefono, passava davanti allo specchio del corridoio, mettendosi rigido ed impettito come Franz Joseph nelle classiche foto dell'epoca. Aveva deciso di aggirare la grande riservatezza del nipponico andando, invece, ad attingere dalla miglior fonte di nozioni che aveva a disposizione, la pettegola per eccellenza: Kaltz, che sicuramente qualche cosa doveva sapere, perché lui era sempre al corrente di qualunque dannato evento succedesse alla "Jenisch" o, addirittura, in tutta Poppenbüttel.

E, mentre componeva il numero e attendeva che qualcuno si decidesse a rispondere, si trovò a riflettere che ora, assurdamente, anche lui voleva essere informato. Oggi, al campetto, si era scoperto spontaneamente preoccupato per Genzō, e davvero avrebbe voluto dargli quel supporto tanto raccomandato dal grillo parlante, ma era, ahimè, ben consapevole che, con i suoi modi bruschi, aveva soltanto ottenuto di farlo rinchiudere, ancora di più, nel suo guscio duro.

Hermann sostenne di essere assolutamente all'oscuro, confermando che il portiere era più riservato di un prete in confessionale; ma non riuscì, comunque, a convincere del tutto Karl, che, conoscendolo meglio delle sue tasche, dal tono di voce percepì che, per tenergli segreto qualcosa, l'amico si era sicuramente morsicato più volte la lingua. Per il momento archiviò il "caso Wakabayashi", ma stabilì che domani mattina avrebbe investigato a dovere.

* * *

Quella sera Genzō era incazzato all'ennesima potenza: a causa di quel dannato fallo, in quell'inutile partita di hockey, oggi non era riuscito a vincere la sfida come l'ultima volta, quindi, non potendo contare sull'influenza del Capitano, si rassegnò alla solita amara permanenza in panchina. ~ Maledetta sfortuna, se non fosse stato per il dolore, sarei riuscito a parare il FireShot ~ imprecò mentalmente.

Mikami gli aveva cambiato la medicazione e poi aveva suggerito di prendersi qualche giorno di riposo; ma lui, ostinatamente, aveva replicato che avrebbe sopportato, che era una cosa da nulla, e sarebbe andato comunque in pista perché aveva bisogno di sfogare tensione e frustrazione. Così, Tatsuo, ormai rassegnato alla testardaggine del portiere, gli diede, stavolta, una confezione intera di aspirine, augurandosi che non facesse qualche sciocchezza mettendo a repentaglio la salute.

Ma, evidentemente, anche Jiří aveva un discreto occhio lungo. Non aveva esonerato Wakabayashi dall'allenamento, nonostante l'infortunio, poiché, in un cosiddetto ‘giorno qualunque', l'armatura sarebbe stata sufficiente a proteggere una ferita da pattino, che non avrebbe assolutamente creato problemi; era capitato spesso anche a lui. Ben presto, però, durante la consueta partitella, si era reso conto che anche qualcos'altro doveva aver contribuito alla pessima prestazione che stava producendo quella sera. Perciò gli abbaiò di levarsi dai piedi, mandandolo a casa prima della fine; va beh che i giapponesi avevano un enorme senso del sacrificio, ma così rischiava di farsi male seriamente: non solo era evidente la difficoltà nei suoi movimenti, era lampante che non fosse lucido e razionale come al solito ma parecchio nervoso. E la conigliera non aveva proprio bisogno di un maschio in calore... - Torna soltanto quando sei di nuovo capace a stare sui pattini! -

Naturalmente Genzō prese il suggerimento molto male, come un'ulteriore nuvola nera che aveva offuscato la giornata, e tornò a casa, se possibile, ancora più deluso del pomeriggio. L'umore che aveva caratterizzato positivamente le ultime tre settimane era quindi, ahimè, inesorabilmente affondato nell'autocommiserazione e nel più truce catastrofismo. Il moccioso che ancora sonnecchiava dentro di lui, in queste occasioni, era ben felice di dare sfogo a tutto il suo "sé". Sarebbe inutile raccontare che quella notte, per il portiere, trascorse quasi insonne; aveva rimuginato sulla dannata sfiga finché non era crollato esausto e, probabilmente, persino in sogno aveva maledetto energicamente quello sport che non era il suo, che gli aveva inevitabilmente precluso un'occasione d'oro per giocare in campo, e lo aveva, così, costretto anche ad arrestare il suo duro percorso di risalita.

* * *

La mattina dopo, anche se era decisamente più a pezzi, rispetto a quel giorno del suo primo allenamento in pista, stavolta non si lasciò prendere dall'apatia o lo sconforto; anche il sole brillante quel giorno non lo infastidì ma lo caricò ulteriormente. L'intenzione di lottare per il posto di titolare non lo aveva assolutamente abbandonato, doveva solo rimandarla di un po'. Stavolta non avrebbe permesso a qualcosa che non coincideva con le sue aspettative di farlo tornare indietro rispetto ai progressi ottenuti finora: oggi non si sarebbe lamentato, né arrabbiato, ma avrebbe soltanto affrontato il sabato come un qualunque altro giorno. Così, badando di infilare immediatamente i guantoni, cosicché nessuno si potesse accorgere della fasciatura, andò, normalmente, a fare il solito allenamento di riscaldamento pre-partita con le altre riserve.

Dal suo imperiale scranno, il Kaiser osservava attentamente, rilevando la difficoltà, peraltro abilmente celata, dei movimenti insolitamente cauti di Wakabayashi in porta. Poi si rivolse, studiatamente incolore, a Kaltz, con una frase in apparenza neutra: - La sua ferita sembra guarita. - L'amico spalancò la bocca dalla sorpresa - Ferita? Chi? -

Uhm. Hermann sembrava davvero attonito; allora, forse, stavolta sul serio non sapeva proprio tutto, o, magari, era stato sincero solo in parte. Così, provò a stuzzicare la sua curiosità innata, come quella di un gatto, sventolandogli davanti un topino, e raccontò quanto era successo ieri al campetto. E, nonostante avesse semplicemente ribadito, a parole, che non era al corrente di nulla, dal modo in cui succhiava nervosamente il suo stecchino, girandolo ripetutamente in bocca, Karl-Heinz aveva capito che, comunque, stava perseverando a nascondergli qualcosa. ~ Bene, d'accordo. Vorrà dire che al portiere il supporto glielo darò, eccome, ma alla maniera del Kaiser... ~

Herri stava facendo fare i salti mortali a quello stecchino, per non spiattellare anche quel poco che era riuscito a sapere degli allenamenti di Genzō alla "HHH"; non capiva, ma poco importava: per lui l'amico aveva tutto il diritto di farsi i fatti propri in santa pace. Poi, oltretutto, con lui faceva sempre una fatica immane a tirargli fuori qualcosa che non fosse calcio o scuola. Se non lo avesse rivelato, per puro caso, proprio Karl, probabilmente lui non si sarebbe neppure accorto dell'infortunio alla mano: sembrava proprio sempre il solito portiere, anche se a dire il vero aveva l'aria un po' sbattuta.

Finalmente il Kaiser aveva deciso che l'inquisizione era finita; allora chiuse gli occhi sbuffando mentalmente e riflettendo che il suo ruolo era decisamente il più complicato, benché fosse il più appagante, però, alla fine, era anche il più faticoso: gli attaccanti segnano i goal, i portieri li parano, mentre il centrocampista deve essere un ponte tra attacco e difesa. Da un lato si rendeva conto che Genzō voleva essere lasciato vivere nel suo strano mondo fatto di silenzio e ostinazione, dall'altro era la prima volta che il suo amico d'infanzia, dopo un lungo periodo, si stava eccezionalmente ‘scongelando', dimostrando un sincero interesse per qualcuno oltre a lui.

Finita la partita, avrebbe preso entrambi costringendoli a parlarsi, di cosa non aveva importanza, purché non dovesse più mantenere segreti con nessuno, oppure sarebbe ammattito. ~ E comunque, il mio ruolo non consiste soltanto nello stare sempre al centro di tutto, ma anche nella... mediazione. ~


Credits e Note:
RAUCH Fruchtsäfte Gesellschaft m.b.H. & Co, Austria.

Non è pubblicità occulta, ma, quando ancora gli hard discount tedeschi erano anonimi magazzini, i succhi 'Bravo' spopolavano, quindi questo è soltanto un piccolo omaggio mescolato a ricordi al gusto di frutta.

 
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