• 10 Commenti

New Life

New Life

Avevo sempre vissuto a Forks. Fin dalla mia nascita quella piccola cittadina era stata la mia casa, anche se una casa vista solo di notte e mai in presenza di esseri umani che potessero vedermi. Come mai? Be’ la velocità con cui tendevo a cambiare aspetto ed età non avrebbe contribuito a non far nascere sospetti negli umani che mi stavano intorno.
Per questo, nonostante avessi sempre vissuto a Forks, quella mattina mi stavo preparando ad affrontare il mio primo giorno di scuola. Sarei stata la nuova arrivata, quella che viene da un posto lontano… Talmente lontano che nessuno si sarebbe realmente messo ad indagare sulle mie origini. Nessuno doveva sapere dove avevo passato i miei lunghi sette anni di vita, e avrei dovuto fingere di non conoscere nessun ragazzo della mia scuola, mentre invece sapevo a memoria i volti e i nomi della maggior parte di loro. Nella mia mente c’era abbastanza spazio per questo e per molto altro.
Ufficialmente sarei stata la dolce figlia del defunto fratello di Edward Cullen: il figlio del dottore e il marito di Isabella Swan, la figlia del capo della polizia.
In realtà invece ero Renesmee Carlie Cullen, detta Nessie, unica figlia di Edward e Bella Cullen.
Perché allora inventare una storia così assurda, se in realtà ero davvero figlia loro? La risposta è molto semplice. I miei genitori, come tutti i Cullen, erano vampiri. Io non ero come loro perché in realtà i vampiri non potrebbero avere figli tra loro, qualcosa che a che fare con il cambiamento del corpo della donna in gravidanza che in una vampira non poteva avvenire, ma è inutile fissarsi su cose così tecniche.
Allora come posso essere la figlia di Edward e Bella se loro sono entrambi vampiri? E’ una storia lunga, già raccontata che porterebbe via migliaia di pagine. Semplicemente mia madre rimase incinta di mio padre quando era ancora umana e alla fine sono venuta fuori io. Una mezza vampira. Né umana né vampira. Un ibrido che ha caratteristiche e anche gusti alimentari di entrambe le razze. Già, amo i pancake ma l’odore del sangue umano mi fa bruciare comunque la gola e mi fa venir voglia di mordere le persone.
Però la mia parte umana mi ha fornito un grande autocontrollo per questo mio piccolo inconveniente perciò non ho problemi a stare con la gente.
Ma nonostante questo fino ai sette anni non mi sono mai potuta avventurare fuori di casa o fuori dai confini di La Push, la riserva indiana dove viveva il migliore amico, Jacob Black.
Adesso che avevo raggiunto questa tappa, neanche fossi diventata maggiorenne, i miei avevano pensato che mi avrebbe fatto bene frequentare un paio d’anni di liceo e magari anche il college. Perché adesso non sarei più cambiata, sarei sembrata una ragazza di al massimo vent’anni per tutto il resto della mia vita. Il sogno segreto di ogni donna.
Avevo sempre studiato a casa, quindi passare al liceo sarebbe stata una vera novità per me. Anche farmi delle amiche o provare ad avere un ragazzo… Era tutto così nuovo e tremendamente eccitante, in più c’era anche il vantaggio di essere lasciata un po’ in pace dalla mia iperprotettiva famiglia di vampiri. Tutti- anche se forse zia Alice era quella che mi lasciava un po’ di spazio- erano sempre costantemente perennemente preoccupati per la mia salute e il mio benessere, senza rendersi conto che con i loro atteggiamenti mi mantenevano viva e forte ma intaccavano la mia sanità mentale.
In più in casa Cullen non c’era un minimo di privacy. Tra mio padre che mi leggeva nel pensiero ventiquattr’ore su ventiquattro e mia madre che mi spiava mentre dormivo aspettando che cominciassi a confessare chissà che cosa- come se mio padre non le raccontasse già tutto quello che pensavo- la mia vita era a dir poco soffocante.
Solo nei giorni in cui andavo da nonno Charlie o a La Push da Jacob -lì i miei non potevano neanche mettere piede- mi sentivo libera di poter pensare e dire quello che volevo.
Ero in macchina, la mia macchina, quella che mio padre mi aveva regalato per i miei sette anni. Non ero mai stata un’amante delle auto, mi piaceva andare veloce ma potevo farlo anche correndo con le mie gambe perciò le auto veloci non mi erano mai interessate più tanto. Un’eresia per il resto della mia famiglia e soprattutto per Jacob, l’unica che mi dava ragione e non mi prendeva per una miscredente era mia madre: neanche a lei importava quanti cavalli avesse la sua auto, nonostante la sua fosse una vera Ferrari.
Mio padre mi conosceva perciò c’era andato leggero, per quanto potesse andarci leggero uno come lui. Per questa ragione avevo sotto le mie mani una macchina che per molti possedere sarebbe costato un occhio della testa ma che per la mia famiglia era una spesuccia da niente, come se mi avessero regalato solo il portachiavi e non una Smart Fortwo Cabrio Pure di un rosso acceso, fatta arrivare direttamente dall’Europa.
Non che a Forks- la capitale della pioggia per antonomasia- convenisse avere una cabrio però la mia non era così scomoda, infondo il tettuccio si alzava con un solo pulsante.
Nella mia famiglia le auto europee andavano per la maggiore, nonostante io non capissi cosa ci fosse di sbagliato in quelle americane. Eppure il mio senso patriottico non venne preso in considerazione e adesso me ne andavo in giro su un’auto troppo vistosa, troppo europea, e troppo tutto…
Immaginavo già gli sguardi che avrebbero lanciato i ragazzi della scuola alla mia auto. Avrebbero cercato di scassinarla con gli occhi per poterla guidare almeno una volta, ma dubitavo che ci avrebbero provato sul serio. Anche se dovevo ammettere che non mi sarebbe dispiaciuto se l’avessero rubata. Una scusa come un’altra per chiedere una macchina di altro genere.
Inoltre avevo lo strano presentimento che la scelta di quella macchina non fosse dovuta solo ad un fattore di passione per i motori. Jacob sarebbe riuscito ad entrare nella mia Smart esattamente come un bue in una casetta per gli uccelli. Sembrava che mio padre lo avesse fatto di proposito in modo che non mi passasse neanche per l’anticamera del cervello di invitare Jake a fare un giro con me. Non che mio padre odiasse Jacob, anzi erano piuttosto amici però era sempre alquanto restio a lasciarmi sola con lui. Il perché ancora non lo capivo visto che Jacob era una specie di enorme fratellone per me… Ma il giorno in cui avrei capito mio padre probabilmente avrei anche visto uno gnomo in groppa ad un Unicorno.
Arrivata nei pressi della scuola stavo già cominciando a sperare di diventare improvvisamente invisibile. Tutti, ma proprio tutti, si erano voltati a fissarmi o meglio a fissare la mia auto. Lo sapevo che sarebbe stato imbarazzante, quella non era un’auto per poter andare a scuola in santa pace.
Parcheggiai il più lontano possibile dalle altre macchine e scesi in fretta dalla mia. Non la chiusi a chiave sempre con la segreta speranza che qualcuno decidesse di rubarmela.
Avevo fatto appena pochi passi quando una voce mi fermò.
-Ehi, tu.-
Mi voltai e vidi uno strano ragazzo venirmi incontro. Era alto, almeno credo -quando hai per amici licantropi alti tutti due metri e più alla fine la tua concezione di altezza comincia ad alterarsi- aveva capelli neri e scompigliati e profondi occhi grigi. Poteva risultare affascinante per una che non aveva vissuto per tutta la vita circondata da vampiri bellissimi ed eterei.
-Tu sei la nuova arrivata, vero?- chiese porgendomi la mano. -Renesmee Cullen… la nipote del dottore.-
Già, era quello che sarei stata per tutti “la nipote del dottore”, quanto detestavo le etichette.
Lui doveva aver notato il mio disappunto e si era affrettato ad aggiungere.
-Mi sa che l’ultima frase potevo evitarla- disse sorridendo. Aveva un bel sorriso, molto piacevole.
-In effetti… Non è simpatico essere chiamata Renesmee “la nipote del dottore” Cullen- risposi cercando di non risultare scortese.
-Perdonami, allora… Renesmee?- chiese esitante porgendomi nuovamente la mano.
-Sbagliato di nuovo… Chiamami semplicemente Nessie- strinsi la sua mano. -Niente commenti sul mostro di Lock Ness, anche su quello sono abbastanza suscettibile.-
-Ricevuto, Nessie- mi sorrise ancora lui lasciandomi la mano. -Io sono Richard Christopher Custer, ma gli amici mi chiamano Richard.-
-Be’ allora Richard Christopher Custer, ti posso chiamare Richard anch’io oppure devo segnarmi il tuo nome da qualche parte per evitare di dimenticarlo?-
Balla. Mi sarei ricordata il suo intero albero genealogico se solo avessi voluto.
-Certo, chiamami pure Richard- rispose lui contento. -Ehm… Sai, anch’io sono una specie di nuovo arrivato. Io e mio padre ci siamo trasferiti qui a maggio scorso, quindi ho frequentato qui solo due mesi di scuola.-
Mi sentii tremendamente sollevata, ero felice che il primo ragazzo che incontravo non fosse uno di quegli stupidi provinciali di Forks, che erano nati a Forks e che per loro fare un viaggio significava arrivare fino a Seattle e ritorno. Avevo proprio bisogno di qualcuno che fosse totalmente fuori dal mio mondo, in tutti i sensi.
-Che anno frequenti?- chiesi curiosa.
-Il terzo.-
-Come me- risposi sorridendo.
La campanella suonò e tutti i ragazzi che erano rimasti in cortile cominciarono ad entrare nell’edificio. Parlare con Richard era piacevole, non mi ero neanche resa conto che fosse passato tutto quel tempo. Era bello chiacchierare con qualcuno che non sapesse chi fossi in realtà e che non aveva paura che mi potessi rompere da un momento all’altro.
-Io vado in classe altrimenti il professor… mi farà una delle sue ramanzine. Sai raggiungere la segreteria da sola?-
-Sì, non credo che dovrei avere problemi- risposi trattenendomi dal ridere. Mio padre mi aveva portata a scuola nelle notti precedenti e mi aveva mostrato tutte le aule e gli edifici, praticamente la conoscevo meglio di casa mia.
-Ci vediamo, allora- dissi io con un gesto della mano e cominciando a camminare.
-Nessie- mi chiamò lui.
Mi voltai curiosa e lui mi stava sorridendo appoggiato alla mia macchina mentre posava una mano sulla maniglia dello sportello e lo apriva.
-Per quanto Forks possa essere tranquilla come cittadina, faresti meglio a chiuderla a chiave.-
Accidenti! Addio al mio brillante piano per liberarmi di quell’impiccio di auto.
Mia madre mi aveva parlato della segretaria la signora Cope, ma sinceramente non me l’ero mai immaginata così strana. Appena mi vide per poco non cadde in adorazione, nonostante non fossi una vampira vera sembrava un’umana piuttosto soggetta alla razza della mia famiglia.
-Signorina Cullen- disse lei con voce squillante ed eccitata. -Ti stavamo aspettando tutti.-
Annuii stupita mentre quella donna mi porgeva il mio orario.
-Fai firmare questo foglio da tutti i professori che hai oggi e poi riportamelo alla fine delle lezioni- la sua voce era sempre più ammirata, cominciava a darmi seriamente sui nervi.
-Certo- risposi un po’ seccata.
-E’ davvero incredibile quanto somigli a tuo zio Edward, però gli occhi sembrano quelli di…-
-Ho gli occhi di mia madre- risposi in fretta.
-Sì, certo… Avrei dovuto capirlo.-
Uscii dalla segreteria il più velocemente possibile. Sapevo cosa stava pensando quella donna: che avevo gli stessi occhi di Isabella Swan, ma questo non avrebbe potuto essere vero perché io e Bella non avremmo dovuto essere parenti. Ecco perché avrei sempre dovuto rispondere che avevo gli occhi di mia madre- che poi non era una bugia-, nessuno l’aveva mai vista quindi era possibile che gli occhi di mia madre fossero simili a quelli di Bella.
Guardai l’orario. Alla prima ora avevo biologia.
Sorrisi a quel pensiero. La materia coatta, la colpevole di tutto. Era stata durante un’ora di biologia tenuta in quella scuola e dallo stesso professore che c’era adesso che aveva consentito ai miei genitori di conoscersi meglio e di innamorarsi, anche se io ero del parere che i miei si sarebbero innamorati comunque, quei due erano peggio di una calamita con una lastra di ferro, non riuscivano a stare lontani un secondo. A volte il loro comportamento tendeva ad essere proprio imbarazzante, non che mi infastidisse, ma ogni tanto potevano darsela una regolata. Ormai cercavo di passare quanto più tempo possibile a casa di nonno Carlisle per lasciare i miei soli, mi sentivo sfrattata da casa mia.
Cominciavo a pensare che volessero battere il record di zio Em e zia Rose, infondo sette anni li avevano raggiunti senza problemi, ne mancavano solo altri tre… Però avevo la sensazione che per loro sarebbero stati molto più di dieci anni, checché ne dicesse lo zio Emmet.
Arrivata davanti all’aula di biologia bussai timorosa, il cuore mi batteva forte. Avevo paura di come sarebbero andati quei due anni al liceo, ma avevo ancora più paura di fare qualche casino facendo scoprire a tutti chi ero, e costringendo la mia famiglia a fuggire il più lontano possibile.
Okay, stavo cominciando ad esagerare. Non potevo permettere al mio solito pessimismo di avere la meglio, accidenti ai geni disfattisti di mia madre! Ma da umana non poteva essere un po’ meno imbranata e sfortunata?
Qualcuno da dentro mi invitò ad entrare. Aprii la porta e fissai subito il mio sguardo sul professore, avevo troppa paura di guardare gli altri.
-Ah, tu devi essere Renesmee Cullen…- disse il professor Banner con un sorriso.
-Nessie- risposi annuendo.
-La stessa puntigliosità di tua zia Bella nel precisare i nomi a quanto vedo.-
E ti pareva che mia madre non si dovesse far riconoscere sempre. Chissà quante storie aveva fatto quando era appena arrivata e tutti la chiamavano Isabella invece di Bella.
“Probabilmente le stesse che sto facendo io”, pensai divertita.
Porsi il foglio da firmare al professore e quando me lo restituì disse:
-Bene, puoi sederti accanto al signor Custer.-
Spalancai gli occhi nel sentire quel nome. Richard.
Mi voltai di scatto verso i banchi e lo vidi. Era l’unico seduto da solo e mi sorrideva contento, lo stesso sorriso amichevole che aveva sfoderato nel parcheggio. Quel ragazzo cominciava a starmi davvero simpatico.
Gli sorrisi di rimando e con calma andai a sedermi al suo fianco.
-Che strana cosa…- disse il professore guardando nella nostra direzione. -Voi due mi date una bizzarra sensazione di déjà vù.-
Ma va? E che cosa mai gli staremo ricordando?
-I tuoi zii si sono conosciuti nello stesso identico modo, signorina Cullen- concluse il professore con sguardo divertito.
Non l’avrei mai pensato che in quella faccenda c’entrassero i miei… Okay, pensiero ironico. Sapevo perfettamente come si erano conosciuti i miei genitori e sapevo altrettanto bene che la situazione che stavo vivendo ricordava in modo impressionante quel momento. Ma… Mi voltai a guardare Richard che mi sorrise di nuovo. No… Ricordavo come mia madre aveva descritto i sentimenti che aveva provato per mio padre non appena lo aveva visto e Richard non scatenava niente del genere in me, ma solo simpatia e amicizia. Infondo il destino non agiva mai due volte nello stesso modo.
Poi una ventata improvvisa arrivò da una delle finestre che non era stata chiusa bene e l’odore di Richard mi investì. Fu una sensazione strana e completamente nuova quella che provai. Il suo odore era umano ma aveva un qualcosa di diverso, di dolce e familiare come se lo avessi già sentito e il mio cervello ne avesse registrato il ricordo. Non era odore di cibo come quello degli altri umani, ma non era neanche simile a quello dei vampiri e dei licantropi. Era diverso, ma piacevole.
-Pretende i libri, oggi parleremo delle proteine- il professor Banner aveva cominciato la lezione e iniziai a far finta di prendere appunti mentre il pensiero dell’odore di Richard scivolava via dalla mia mente, infondo era solo un umano che odorava in modo diverso, niente di cui preoccuparsi.
Conoscevo le proteine così bene che per poco non mi misi a parlare io al posto del professore.
Mio padre mi aveva avvertito che le lezioni sarebbero state noiose per una come me che sapeva già tutto quello che si poteva imparare in un normale liceo e forse anche in un college, ma non pensavo che la noia sarebbe stata così pesante.
Ad un tratto sentii il mignolo di Richard picchiettare sul mio braccio mentre mi infilava un foglio sotto la mano. Lo presi e lo lessi, aveva una grafia molto ordinata, quasi quanto la mia.

Ti va una partita a tris?^_-

Aggrottai la fronte. Mi sarebbe piaciuto lasciar perdere quella lezione noiosa, ma non potevo permettere che Richard fosse così negligente. Scrissi la risposta.

Il professore sta spiegando, dovremmo stare attenti

Lui lesse, scrisse velocemente qualcosa e mi ripasso il foglio.

Queste cose le so già, e anche tu a giudicare da quello che hai scritto sui tuoi appunti. Banner sta spiegando ancora la struttura secondaria.^-^

Sussultai e guardai il foglio dove fino a poco prima stavo fingendo di prendere appunti. Senza accorgermene ero arrivata alla struttura quaternaria con tanto di struttura dell’emoglobina.
Mi voltai verso Richard e lui mi sorrise ancora. Era un sorriso che non avevo mai visto di lui, sembrava furbo e birichino come quello di bimbo che non vede l’ora di infrangere le regole. Per una volta qualcuno mi stava chiedendo di infrangere le regole e io volevo seguirlo.
Così i successivi venti minuti li passammo a giocare a tris. Avevamo fatto diverse partite e io ero in vantaggio di due.
A un certo punto il professor Banner mi fece anche una domanda, ma il mio cervello era abbastanza grande per seguire la lezione e per giocare a tris contemporaneamente, così non mi fu difficile rispondere.
L’ora successiva avevo inglese e quella dopo matematica. In nessuno di questi due corsi c’era Richard perciò cominciai a conoscere anche altra gente. Due ragazzi per la precisione. Ad inglese mi ero seduta accanto a Sophia Jefferson, una ragazza molto simpatica ma non troppo esuberante. Scoprimmo di avere molte cose in comune come l’amore per la letteratura e i libri, ma soprattutto la voglia di viaggiare e visitare posti nuovi. Era la classica ragazza per bene che prestava il suo aiuto non appena ne aveva l’occasione. Diventammo subito amiche.
Durante l’ora di matematica, invece, conobbi Lance Norton. Un ragazzo tranquillo e riservato, forse anche troppo. Con un viso dolcissimo che ricordava quello di un bambino. Anche lui era simpatico infondo e ci trovammo in sintonia senza bisogno di troppe parole.
A pranzo, mi diressi verso la mensa insieme a Richard. Gli raccontai dei ragazzi con cui avevo fatto amicizia e lui mi disse che erano anche suoi amici Arrivati nella grande sala vidi Sophia e Lance seduti allo stesso tavolo, mi venne spontaneo andare da loro. Poi mi sorse una domanda.
-Toglimi una curiosità- dissi a Richard. -Quei due stanno insieme?-
-Sophia e Lance?-
Annuii curiosa.
-Ufficialmente no- rispose lui sorridendo. -Ma sono amici da quando erano piccoli, abitano affianco e stanno sempre insieme. Se non sono innamorati l’uno dell’altra ci manca davvero poco. Per quanto ho capito o si metteranno insieme oppure si uccideranno a vicenda.-
Non capii cosa aveva voluto dire con quell’ultima frase, ma dovevo ammettere che insieme erano proprio carini.
Richard ed io ci sedemmo al loro tavolo e cominciammo a chiacchierare. Era incredibile come era stato facile inserirsi, e trovare degli amici.
-Allora, Nessie- disse Sophia. -Da dove vieni?-
-Non lo sapete già?- chiesi divertita. -Credevo che Forks fosse famosa per la velocità con cui viaggiano le notizie.-
Sophia rise.
-In genere è così, ma su di te le voci sono discordanti.-
-In che senso?-
Fu Richard a rispondere.
-Alcune dicono che vieni da Seattle, altra da New York, altra ancora dall’Alaska…-
Non avevo mai sentito niente di così assurdo.
-Non ne avete azzeccata una- risposi sorridendo. -Vengo da Denver.-
Città molto simile per il clima a Forks anche se non pioveva così tanto, perciò il mio pallore poteva essere largamente giustificato.
-Ah, lo stato del Colorado- disse Richard. -Fa freddo quanto qui a Denver?-
-Più o meno. Però credo che qui sia più umido.-
-Com’era la tua vecchia scuola? Avevi molti amici?- mi chiese Sophia curiosa.
-Oh… be’…- Questa era la domanda che temevo più di tutte. Non ero mai stata in un’altra scuola e non avevo mai avuto altri amici oltre alla mia famiglia e ai licantropi, perciò dovevo mentire, tanto per cambiare.
-La scuola era come questa solo più grande e non è che avessi degli amici là. Più che altro conoscenti.-
-Davvero?- chiese Sophia sorpresa. -Eppure sei una ragazza così bella, non sai che occhiate ti hanno lanciato i giocatori della squadra di nuoto, io pagherei per essere guardata così.-
-Ah sì?- era stato Lance a parlare. Era la prima volta che parlava da quando avevamo cominciato ci eravamo messi a conversare.
-Lance, li hai visti? Quelli sono dei ragazzi stratosferici… L’ho detto e lo ripeto: pagherei per essere guardata da loro in quel modo.-
Lance la fissò in modo strano, e capii subito che doveva essere geloso alla follia.
-Fa come ti pare- disse infine riprendendo a bere la sua bibita.
Sophia socchiuse gli occhi e lo guardò irritata, mentre io lanciavo un’occhiata a Richard. Adesso avevo capito cosa voleva dire quando aveva detto che mancava poco perché si mettessero insieme o si uccidessero a vicenda. Gelosi com’erano.
Salutai i miei nuovi amici e mi diressi verso la mia auto con ancora la felicità dentro il cuore. Ero stata davvero fortunata. Richard era simpatico, Sophia meravigliosa, e Lance… discreto. Non avrei potuto desiderare di meglio.
Stavo per entrare in macchina quando sentii qualcuno arrivarmi alle spalle, mi volta di scatto.
Era un ragazzo e stava a pochi centimetri da me. Non mi sembrava di averlo mai visto ma aveva l’aria di uno in cerca di guai.
-Ciao, dolcezza- disse con voce adulatoria.
“Partiamo male, amico” pensai scocciata, non avrei permesso a nessuno di chiamarmi dolcezza con quel tono. Respirai e cercai di mettermi in testa che nel caso avessi dovuto picchiarlo dovevo trattenere la mia forza altrimenti lo avrei fatto fuori senza sforzo.
-Ti serve qualcosa?- chiesi cercando di fulminarlo con lo sguardo.
-Mi chiedevo se mi daresti il tuo numero, sai mi ha colpito molto la tua bellezza- mi sorrise compiaciuto squadrandomi come un puma con la sua preda.
Aggrottai la fronte e mi voltai verso la macchina per aprire lo sportello.
-Mi dispiace ma non sono interessata…- “ai tipi boriosi e tronfi come te” avrei voluto aggiungere, ma mi trattenni.
-Ehi, bella! Io sono il capitano della squadra di nuoto e non accetto che una mocciosetta mi si rivolga in questo modo. Voglio uscire con te, e tu accetterai!-
Mi mise una mano sulla spalla per voltarmi e io stavo per mettermi a gridargli contro qualche frase poco carina quando sentii un’altra voce sostituirsi alla mia.
-A me sembrava che la signorina fosse stata abbastanza chiara: non è interessata.-
Jacob!
Mi voltai e i miei occhi incontrarono quelli caldi e familiari del mio migliore amico. Come al solito dovetti piegare le testa verso l’alto per guardarlo negli occhi, il mio scarso metro e settantacinque non poteva nulla contro i suoi due metri e oltre.
-E tu chi sei? Il suo ragazzo?- chiese il ragazzo borioso con tono di sfida. Anche lui era grosso e ben piazzato ma non era paragonabile a Jacob.
-Io sono quello che ti farà un mazzo così se non ti dilegui all’istante- sibilò con tono irritato, mentre uno strano ringhio gli risuonava in gola.
Il ragazzo borioso doveva aver fiutato il pericolo perché corse via alla velocità della luce.
-Poverino- dissi guardandolo andare via. -Lo avrai spaventato a morte.-
-Se l’è meritato- ribatté lui ancora irritato.
-Solo perché stava apprezzando una splendida e meravigliosa ragazza?- chiesi con voce innocente e divertita.
-No, perché stava apprezzando una ragazza fuori dalla sua portata.-
Alzai un sopracciglio scettica. Avevo la sensazione che sia per Jake che per mio padre io non sarei mai stata alla portata di nessuno.
-Comunque me la potevo vedere da sola.-
-Lo so, è per questo che sono intervenuto. Non sei molto brava a regolare la forza in combattimento, quel poverino ne sarebbe uscito tutto rotto.-
Ci fissammo per un attimo: io fingendomi offesa, e lui arrabbiato. Poi scoppiammo a ridere contenti.
-Così tuo padre ti ha regalato una scatoletta di sardine…- disse indicando la mia Smart.
Arricciai il naso.
-Non ti piace, eh- continuò Jacob capendo al volo.
-La trovo bellissima, ma non adatta alla scuola. Mio padre esagera sempre. Avevo addirittura pensato a un piano per farmela rubare.-
Jacob si mise a ridere.
-Te ne comprerebbe una ancora più appariscente.-
-Dici?- chiesi incrociando le braccia e riflettendoci un attimo su. Sì, mio padre sarebbe stato capace di farlo.
-Vieni a La Push?- chiese Jacob mentre mi riprendevo dalle mie riflessioni. -Oggi il mare è calmo e potremmo fare il bagno. Ci saranno anche Quil e Claire.-
I miei occhi si illuminarono. Adoravo fare il bagno a La Push e adoravo la piccola Claire.
-E me lo chiedi anche… Certo che ci vengo. I miei li chiamo da casa tua.-
-Come al solito- disse Jake divertito.
Risi. Era il mio piano di sempre. Avvisavo i miei genitori che avrei passato qualche ora a La Push quando ero già a La Push così non avrebbero potuto dire di no, e di certo non potevano arrivare all’improvviso e trascinarmi via.
-Andiamo?- dissi entrando in macchina.
-Ti seguo attraverso il bosco- rispose Jake lanciando un’occhiata risentita alla mia scatoletta di sardine.
-A chi arriva prima?- chiesi con sguardo di sfida.
-Certo, tanto guidi come una lumaca- mi istigò lui.
-Vedremo.-
Partimmo verso una nuova avventura, una delle nostre avventure che tanto amavo e che tanto mi avevano donato nella mia breve vita. Cominciavo una nuova vita ma sapevo che le emozioni con Jake non sarebbero mai cambiate.

Ciao Kiss!!!

Francesca

Autore: Scarcy90

Scritto da Scarcy90 il nelle categorie: