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IL CONTE

FERITE PROFONDE

Si coprì il volto affinché i ramoscelli non gli sferzassero il viso.

Sbatté le ali energicamente cercando una maggior velocità.

Qualcosa lo stava inseguendo.

Non erano i suoi servitori.

Poteva distinguere chiaramente un basso ringhio.

Era difficile aumentare la velocità volando così basso nella foresta.

Schivò l’ennesimo ramo che gli si parò davanti.

Quella foresta era tutta uguale.

Poteva giurare di star girando in tondo.

I tagli si rigeneravano, ma il sangue lasciava una chiara traccia del suo passaggio sulla neve.

Non poteva continuare così.

Non riusciva a orientarsi in mezzo a quel bianco.

Doveva rischiare.

Si fermò per dare un poderoso colpo d’ala verso il basso che lo proiettasse verso l’alto, denudando il suolo dalla sua coperta nivea.

Riuscì a scorgere il paese.

Qualcosa sfiorò la sua spalla.

Una freccia.

Era una preda facile lì allo scoperto.

Si rituffò nella foresta.

Creature, appostate come cacciatori, lo atterrarono, azzannando dolorosamente le sue ali e strappandone le bianche e morbide piume.

Sangue caldo macchiò la neve.

Erano ferite che non si cicatrizzano, perché inferte da esseri che non appartenevano a quel mondo.

Esseri ultraterreni, un po’ come lui.

Esseri oscuri, senza pietà.

Esseri affamati che digrignavano i denti in un basso lamento.

Esseri guidati da fili invisibili, senza la minima scelta.

Provò un barlume di pietà per quegli animali.

Lo sguardo gli si appannava.

Strinse forte gli occhi per il dolore, mentre le lacrime cristalline gli rigavano il volto contratto e arrossato.

Un’immagine gli si formò nella mente.

Una bambina dai capelli fulvi che gli sorrideva radiosa.

La bambina per cui aveva ottenuto le ali.

La bambina che gli cambiò la vita.

nii

Un energia che non credeva possedere gli bruciò nel petto.

Strinse forte i pugni e con un grido lacerante e un vigoroso colpo liberò le ali che brillarono di luce facendo indietreggiare le belve.

“Non posso lasciarmi abbattere… io non sono così debole… posso farcela” lasciò che quell’energia sconosciuta gli ardesse ogni fibra del proprio corpo, beandosi di quel potere.

L’aura di luce attorno a lui aumentò sciogliendo la neve attorno e scoprendo la terra nuda su cui cominciarono a crescere verdi fili d’erba.

La sua figura non era più visibile.

Era una gigantesca gemma di luce ed energia vitale.

Le bestie dell’ombra scapparono guaendo.

Una freccia di un materiale ultraterreno lo colpì all’addome inchiodandolo al tronco dietro di lui.

La luce cominciò ad affievolirsi riducendosi a delineare debolmente i contorni dell’angelo.

Guardò davanti a lui e scorse la figura di un uomo che aveva ancora l’arco sollevato.

Lo vide inforcare un’altra freccia.

“E così non ho scelta…”

“Perché?”

“Perché non posso sopravvivere?”

“Perché morire qui abbandonato da tutti?”

“Perché non posso rimanere a camminare su questa terra?”

“Perché mi avete condotto qua, dei?”

“Perché questa coltre bianca e spoglia deve essere la mia fredda tomba?”

“Perché questo morente tronco deve essere la mia lapide?”

“Una lapida su cui non verrà mai scritto nulla… e io giacerò ai suoi piedi, dimenticato” sorrise al suo amaro destino, mentre lacrime calde, a differenza del suo corpo ormai freddo, gli solcavano il volto e scivolavano via dal suo viso.

La freccia vene scoccata.

La guardò arrivare.

Chiuse gli occhi.

***

“Signore” e si inchinò verso lo specchio d’acqua davanti a lui

“Alfred, sai cosa ti sto per ordinare?” chiese una voce bassa

“Di eliminare il ragazzo” rispose

“E’ un pericolo, non deve sopravvivere”

“Non sopravvivrà”

***

Una mano afferrò la freccia prima che si conficcasse nel cuore della preda.

Non sentendo il colpo, Naruto aprì gli occhi.

Fu come se si fosse fermato il tempo, il suo cervello registrò solo quella immagine, che in futuro lo avrebbe tormentato tanto.

Una mano sollevata in aria che fermava l’arma del destino.

Gocce di sangue che scendevano da essa.

Ali con ispide piume nere ancora spiegate.

Neve trasformata in polvere per il turbine d’aria sollevato.

I lembi del vestito e i capelli scuri a mezz’aria per il repentino atterraggio.

Occhi rossi come braci ardenti.

Occhi vivi.

Poi il tempo tornò a riprendere il suo corso.

Con uno schiocco di dita del moro la freccia conficcata nel suo addome sparì, facendolo scivolare a terra.

Il suo sguardo era un po’ appannato, ma riuscì a distinguere abbastanza bene le immagini che seguirono, nonostante non riuscisse più ad afferrare una sola parola, un solo rumore.

Quel viso delicato e pallido, impassibile, che ordinò con voce severa, poteva immaginare, all’uomo di andarsene.

Il servo che se ne andava con un inchino profondo.

Un misto di soddisfazione e compassione si mosse in lui, immaginando il rimprovero che ne fosse seguito successivamente in privato fra il giovane Conte e il servo.

Il moro si voltò verso di lui, guardandolo con un espressione che per lui era indecifrabile.

Forse è arrabbiato?

Cercò di rialzarsi, ma non un solo muscolo era deciso a soddisfarlo.

Affianco al moro si portò un lupo dal folto pelo bianco.

Una mano ne accarezzo gentilmente il pelo e gli sussurrò qualcosa che lui non sentì.

Sasuke tornò a concentrare la sua attenzione sul biondino di fronte a lui, le cui ali si erano ritirate.

Aveva uno sguardo appannato.

Sembrava un infreddolito cucciolo ferito.

Poteva distinguere chiaramente sia l’odore del sangue che stava macchiando la terra sotto il suo addome che il colore rubino che ne impregnava i vestiti sulla schiena.

Si inginocchiò davanti a lui.

Accarezzò con dolcezza la guancia da cui proveniva l’odore salato delle lacrime versate.

Naruto si beò di quel contatto.

Il moro lo voltò e controllò la ferita sul suo addome.

Si tolse il cappotto e ricoprì il ragazzo.

Per lui non era un problema sopportare il freddo.

Sollevò da terra il corpo e lo strinse forte al petto.

Sussurrando qualcosa all’orecchio di Naruto che non riuscì ad afferrare.

Era stanco, la testa gli doleva e gli occhi si opposero alla sua tenacia di mantenerli aperti.

Si addormentò cullato da quella forti braccia.

***

“Avanti”

“Padrone, mi avete fatto chiamare?”

“Sì, Alfred” rispose una rilassata e tranquilla voce.

Il servo non si lasciò impressionare da quell’insolita calma, sicuro che la furia che fra poco si sarebbe riversata su di lui, era dietro quella maschera di calcolata compostezza.

“Vi chiedo perdono per aver agito senza il vostro consenso e aver…” cominciò

“Non mi interessa” lo interruppe senza variare il tono di voce “Confido nel fatto che non si ripeterà”.

Minaccia, chiara e semplice, senza giri di parole, intimidazione.

“Ovviamente” si affrettò a rispondere, sorpreso.

“Per quale motivo mi ha chiamato, allora?” pensò confuso.

Alzò lo sguardo per vedere l’espressione pensierosa e distante del Conte.

Per poco non gli cedette il cuore.

Quello sguardo non era del ferreo padrone.

Era… era di quel insicuro e fragile bambino che ancora da qualche parte sopravviveva dietro quella scorza dura.

Quel bambino che tante volte si era aggrappato alle sue gambe per chiedere protezione dalla sicura sfuriata del padre per aver combinato qualche piccolo guaio.

Quel bambino che molte volte lo seguiva come un’ombra per non rimanere da solo.

Quel cucciolo che correva da lui per far vedere i suoi piccoli progressi per avere un po’ d’approvazione.

Quell’approvazione che nessuno in casa voleva concedergli.

A parte lui.

E’ vero erano giochetti infantili, richieste immature.

Ma era solo un bambino.

Un bambino che cercava di crescere velocemente per essere all’altezza delle aspettative del padre o del fratello.

Un bambino che cercava disperatamente qualcuno per aggrapparsi e sopravvivere in quel clima di freddezza.

Si ricordò delle volte che imbronciato stringeva le braccine al petto e si sfogava con lui per la perenne mancanza d’attenzione del padre o di quando a notte fonda lo scopriva seduto sugli scalini con l’orsacchiotto stretto e lo aspettava, sapendo che lui passava sempre di lì facendo la ronda e sorridendo gli chiedeva

“Al, mi fai un po’ di coccoline?” e lui non resisteva a quel tono che rasentava la supplica e quel musetto che si tingeva di rosso, vergognandosi di aver bisogno di calore.

Poi qualcosa cambiò.

Una promessa segreta si era fatto Sasuke, che lui non poteva sapere, ma poteva immaginare.

All’improvviso quel bambino scomparve e lasciò al posto ad un adulto con le fattezze di un fanciullo.

Non ci furono più sorrisi, richieste di coccole o attenzioni.

Un cucciolo dal volto impassibile e arido di cuore.

Quel atteggiamento lo notarono tutti, compreso quel inappagabile padre, che confidò a lui la sua frustrazione.

Rimpiangeva quello scricciolo che lo inseguiva e cercava di compiacere, a cui lui non dava mai soddisfazione.

Quel cucciolo che riscaldava con le sue sciocchezze e le sue risate cristalline quella tetra casa.

Quelle manine che si aggrappavano forte ai suoi pantaloni e quella vocina

“Papà, sai cosa ho fatto oggi?” a cui lui cinicamente rispondeva

“Dopo, Sasuke”.

Quel visino deluso e triste che cercava di nascondere dietro uno spento sorriso.

“Devi crescere, piccolo, devi diventare forte. Lo faccio per proteggerti. Il mondo abbatte le persone buone come te” si giustificava mentalmente.

I ricordi furono interrotti bruscamente dalla voce del Conte

“Alfred, secondo te è sbagliato provare, per un demone, compassione?”

“Per un demone sì, per un essere umano no, signore” rispose semplicemente e intuendo i sentimenti del ragazzo aggiunse

“Tuttavia, non mie mai capitato di incontrare un demone che anche solo provasse qualcosa diverso dall’odio”

Sasuke lo guardò triste e abbassò lo sguardo

“E vorrei aggiungere” prendendo sicurezza “che, se come bene ho inteso, voi, signorino, non siete un demone…”

“Come osi?” disse infervorandosi e tornando quello di sempre

“Stavo dicendo…” continuò senza scomporsi.

Sasuke si sbalordì

“Ma cosa succede?” pensò

“Voi non siete” una mano lo afferrò per il collo e lo spinse violentemente contro il muro.

Alfred si liberò della mano e colpì con un violento schiaffo il moro, che lo fissò sconcertato.

Il nonnetto si sistemò il vestito stropicciatosi durante l’urto e disse con tranquillità al giovane

“Sasuke, non mi considerare uno stupido. Ti ho cresciuto io. Per me non è di alcuna difficoltà captare i tuoi sentimenti. Sei cambiato da quando eri piccolo, sei più freddo, tuttavia non ti mostri che più infantile. Questa freddezza e indifferenza di cui ti sei circondato non ti rende più forte, né meno sofferente verso il dolore. Il modo con cui vuoi rovinarti la vita non mi riguarda, ma non starò a guardare mentre continuerai ad affondare. Sei solo un bambino capriccioso, timoroso di scottarsi a provare ad essere felice. La verità è che hai paura di amare e di essere amato. Sono stanco di vederti crogiolare nell’ombra. Se vuoi continuare ad essere così debole e patetico, non voglio più avere a che fare con te. Se, invece, vuoi dimostrare di valere veramente qualcosa, se vuoi essere qualcuno,se vuoi tornare a vivere, io sarò lì pronto ad aspettarti e a sorreggerti e a guidarti finché non sarai capace di reggerti in piedi da solo” e poi sorridendo dolcemente “in fondo è sempre stato così, no? Io, se me ne darai la possibilità, ci sarò sempre per te.” E girandosi verso la porta disse ” Alzati e combatti, un Uchiha non si arrende davanti agli ostacoli. E lo so che tu non sei un debole, dentro di te c’è ancora uno spiraglio di vita, di voglia di riscattarsi. Per questo eri l’orgoglio di tuo padre. Lui sperava con tutto se stesso che avresti imparato ad essere forte senza rinunciare alla tua umanità. Non deluderlo. Hai provato compassione per quel ragazzo? Allora, cosa aspetti? Devi decidere: o ti aggrappi con tutte le tue forze a questo chiaro segno dell’umanità che ancora possiedi o ti lasci trascinare dall’immonda creatura che, TU! Sei voluto diventare” con queste taglianti parole sorpassò la porta ma prima di chiuderla aggiunse

“Tu non sei un demone, sei pur sempre mezzo umano. I demoni non possono camminare sulla terra. Quindi dovresti ringraziare quella forza superiore che ti ha concesso questa irripetibile possibilità di salvare la tua anima dalla maledizione che tu stesso ti sei imposto. ” e girandosi un’ultima volta concluse “Ho fiducia in te, piccolo” e la porta si richiuse.

***

Aprì gli occhi.

Un soffitto sconosciuto.

Era disteso su un comodo letto.

Al caldo.

Si voltò verso la fonte di luce.

Una luna piena illuminava con una luce fredda e tagliente tutto ciò che baciava.

Non era la camera dov’era stato relegato prima della fuga.

La finestra era intatta.

“Finalmente ti sei svegliato” lo sorprese una voce dall’altra parte del letto.

Era Sasuke.

Cercò di alzarsi a sedere ma la fitta all’addome lo fece desistere.

“Non è saggio. Si riaprirebbe la ferita”

“Mh” assentì più a se stesso.

Il moro avvicinò una mano al suo volto, forse per una carezza.

Afferrò il pezzo di stoffa sopra la sua fronte, attento a non sfiorare la pelle coperta, conscio che si sarebbe scottato, e la bagnò nell’acqua fredda del catino sul mobiletto affianco, e gliela risistemò, con la medesima attenzione.

“Mi dispiace” sussurrò, un bisbiglio appena udibile

“Non avercela con Alfred, voleva solo proteggermi” disse con un po’ di amarezza.

Naruto non rispose, continuò solamente a guardare il volto di quel ragazzo che sembrava ora tanto diverso da quello arrogante di prima.

“Dove sono?” chiese incerto

“Sei ancora nella mia villa”

“Questo lo avevo immaginato” sorrise

“Sei nella mia stanza”

“Ah”.

Naruto sollevò appena le coperte per vedere la fasciatura.

La ferita non sarebbe guarita velocemente come al solito.

Quella non era una comune ferita che poteva rimarginare.

“Quando ti sarai ripreso sarai libero di andartene” disse il moro alzandosi dalla poltrona per ravvivare il fuoco in quel camino che da troppo tempo non aveva più svolto il proprio compito.

“Mi lascerai andare?” chiese il biondo stupito

“Tu conosci il mio segreto, ma io conosco il tuo. Se tu rivelassi qualcosa, comprometteresti anche la tua posizione. Credo di non aver nulla da temere”

“E’ vero” non sapeva il perché, ma gli dispiaceva andarsene.

Quel ragazzo sembrava solo e triste e nonostante quello che gli aveva fatto passare non lo odiava poi così tanto.

“Perché dal bosco non sono riuscito ad uscire nessuna delle due volte?”

“E’ un bosco magico. Evita a chiunque riesca ad entrarvi di uscire senza il mio permesso”

“Capisco. Dove vai?” chiese vedendo il moro che si dirigeva verso la porta

“Io sono un demone, almeno in parte. Devo mangiare” disse tristemente

“Allora è vero che sei tu che uccidi tutte quelle persone” disse sussurrando

“Sì” rispose senza voltarsi e richiudendo la porta.

Fissò il punto in cui il Conte era fino ad un attimo prima.

“Mi dispiace”.

***

Qualche rispostina rapida :

- Ali-di-piume : dunque naruto non è scappato prima dalla finestra perché rivelare di essere un angelo a degli sconosciuti, quali erano i giardinieri e i domestici in cortile, non era una scelta saggia, anche se come hai capito l’unica possibile che fa decidere a naru di svolazzare via!! Il tipo sotto casa mia hai detto che si chiama Jack? Ah, ometto simpatico ma sarebbe ancora più simpatico senza mannaia in mano… Bacione

- bury-chan : No, il campo nomadi nooooo!!!!! Stai tranquilla che la fic la finisco… non mi piacciono le cose lasciate a metà! E cambiando discorso, piaciuto il cap di oggi????? XD

- yaoifan : mi fa piacere ti sia piaciuta (piacere…piaciuta…-_-‘) la sasuxorociok e la scena del battibecco!!! Hihihihi

Mi aspetto che continui a commentare, eh??? ^______^

- aannoonniimmoo : grazie e crepi il lupo (poverino ç_ç) !!!!! besos

- krikka86 : vedrò di tenere lontano orociok da sasu e naru… ma è difficile è piuttosto insistente!!!!! XD

Bacionissimi a tutti anche a quelli che leggono soltanto!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Autore: monnie89

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