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IL CONTE

IL CONTE

Burocrazia: “I personaggi sono tutti maggiorenni e non esistiti o esistenti”

(anche se la cosa mi pare abbastanza ovvia…)

Dunque:

- se non vi piace la coppia SasukexNaruto, aria!

- se non vi piacciono le storie di mistero/dark/horror, anda!

- se non gradite leggere di sangue e morte, sciò!

Se, INVECE, siete anemici, questa è la fanfic che fa per voi…

CAPITOLO1.

IL CONTE.

Si sentiva terribilmente stanco e la testa gli girava.

Si mosse leggermente sotto le lenzuola.

Erano appiccicose.

Anzi, no.

Non erano le lenzuola ad essere appiccicose era l’effetto pelle sudata contro stoffa a creare quel risultato.

Girò la testa dall’altra parte, godendo al contatto con la superficie fresca e asciutta del cuscino.

Tirò un profondo respiro, ma non ottenne il risultato sperato.

L’aria sapeva di chiuso e sudore.

Una miscela che appena svegli rischia di farti sboccare.

Cercò di tirarsi a sedere per andare ad aprire le finestre, ma aveva un peso morto sul petto.

Lo guardò.

Una folta capigliatura rossa.

Un volto giovane ed affilato.

Labbra rosse come il sangue.

Si tirò a sedere appoggiandosi alla testiera del letto incurante della sua ospite.

La spinse via sicuro che non si sarebbe svegliata.

Non si poteva svegliare.

Si strinse il nero lenzuolo al corpo e si avviò verso la finestra.

L’aria fresca della notte lo risvegliò.

Si voltò verso la donna.

Ne rimase disgustato.

I capelli rossi che lo avevano tanto colpito la sera precedente sembravano alla luce della luna solo un vecchio ricordo.

Le labbra rosse che ricordavano i rubini erano ora secche e pallide.

La pelle rosea sembrava di un grigio slavato.

In una sola parola: nauseante.

Qualcuno alla porta bussò.

“Avanti” disse stizzito

“Vi chiedo scusa, padrone. Vi è un uomo d’abbasso che chiede di poter parlare direttamente con voi” disse il servo che aveva gli occhi rigorosamente puntati verso terra e il corpo flesso in un rispettoso inchino.

“Non mi interessa. E’ tardi. Ditegli che se ha tutta questa urgenza, da interrompere persino il mio riposo, sarà il primo che riceverò a mattinata giunta. Non è ancora l’alba. Mandatelo via” e fece cenno al servo di andarsene

“Una cosa ancora, padrone” e si prostrò di più

“Cosa c’è?”

“Quel uomo ha detto che è stato incaricato di indagare sulle morti misteriose avvenute nei villaggi qui vicino.

E che non uscirà da questa casa finché non lo riceverete. Padrone! Lui sospetta di voi!! Ne sono sicuro!” disse il servo inginocchiandosi, preoccupato.

Il servo era molto devoto al suo padrone, non perchè questo lo trattasse umanamente, ma perchè vi era affezionato.

Serviva da molti anni quella famiglia e il terrore di perderne la protezione per via di un uomo che accusava il suo signore di essere un assassino, lo terrorizzava.

Almeno così la pensava il Conte.

“Smettila di piagnucolare, Al” lo sgridò

“Sì, padrone. Vi chiedo scusa”

“Liberati di quella donna” indicando al servo il proprio letto ” e avverti l’ospite che lo raggiungerò appena presentabile” e licenziò il servo

“Sì, padrone.” e l’uomo prese in braccio il corpo nudo della donna e sparì per i bui corridoi.

***

L’ispettore pestava i piedi irrequieto.

Non gli piaceva questo incarico, aveva sentito troppe cose strane su questa storia.

Ragazze e ragazzi giovani che sparivano dal paese e venivano ritrovati qualche giorno dopo nel bosco, con gli stessi abiti che avevano prima di sparire e con due segni, o meglio due piccoli fori, sul collo.

Queste erano le uniche tracce lasciate dall’assassino: due fori, fatti con chi sa quale arma.

Forse un punteruolo.

Rabbrividì come se invisibili dita di ghiaccio gli avessero tracciato la spina dorsale.

Non avrebbe dovuto accettare questo incarico.

Dare la caccia a un assassino invisibile e diabolico.

Esattamente, sembrava essere stato commesso dal diavolo.

Non era un credulone, di quelli che alla domenica vanno dalla chiromante a farsi predire il futuro o leggere la mano, non era neppure un superstizioso.

Però al diavolo ci credeva.

Il male esiste e di questo ne era certo.

Sua madre glielo ripeteva sempre

“Il male esiste, Jhoann. Il male ha molte forme. Avanza fiero sulla terra e uccide per solo diletto. Guardatene! E ricorda: quando il tuo sguardo incontrerà occhi rossi e ali nere, scappa!”

//Occhi rossi e ali nere…// pensò.

E inconsciamente aveva afferrato all’interno del pesante cappotto l’amuleto che sua madre gli donò

“Portalo sempre con te, Jhoann. Non ti salverà dal male. Solo gli angeli possono aiutarti. Questo, però, ti indicherà l’oscurità prima che questa ti attacchi. Quando la vedrai dovrai scappare. Non guardarti indietro e non indugiare in lei.

Essa è bellissima e sensuale. Ti attirerà come una fiamma attira una falena. E’ affascinante e terribile. Non dovrai indugiare, perchè fra le sue braccia troverai solo morte”.

Strinse più forte l’amuleto e cercò di pensare ad altro.

Si concentrò sul mobilio.

Era riccamente arredata, proprio come si aspettava da una ricca e nobile casata.

Si avvicinò alla poltrona accanto al grosso camino acceso e si sedette, anche se non gli era stato offerto.

In effetti, pensandoci, non erano stati molto cortesi con lui i domestici.

Quello che gli aveva aperto la porta lo aveva aggredito con

“Chi è lei? Che cosa vuole a quest’ora?”.

Quello che lo aveva accompagnato in sala non gli aveva neppure offerto di sedersi.

Quello che accese il camino gli disse stizzito

“Poteva scuotersi gli scarponi all’ingresso, mi ha bagnato la moquette di neve” e se n’era andato sbuffando.

“Il padrone la raggiungerà a momenti” proferì una voce alle sue spalle, impedendogli di rinvangare il passato e facendolo concentrare sull’uomo che aveva davanti lo stesso che lo aveva accompagnato in quella sala.

“L’avverto, il padrone è molto infastidito da una visita così improvvisa e nel cuore della notte. Non si aspetti cortesia” pronunciò queste parole con una tale acidità, che lo indispettì non poco

“Dì al tuo padrone che io sto facendo il mio lavoro”

“Vuole farmi credere che il suo lavoro non poteva aspettare qualche ora?”.

Quell’aria di superiorità lo irritava all’inverosimile

“La giustizia non può aspettare che il tuo padrone faccia il riposino!”

“A quanto pare la giustizia non può neppure aspettare che i propri mandanti abbiano le prove per andare a scomodare persone oneste” lo ferì come una stilettata.

Era una chiara allusione alla sua incapacità.

“Cosa vuoi dire?” abbaiò l’ispettore

“Voglio dire che in città le voci corrono e so che non ha nessun indizio o prova. Ed è venuto qua ad importunare il mio padrone senza né l’uno né l’altro. Ho intuito benissimo che ritiene il mio signore responsabile”

“Io non ritengo nulla. Non ho mai detto questo. Sono venuto solo a fare qualche domanda, è il mio lavoro.”

“Basta, Al” una voce profonda zittì i presenti

“Puoi andare e avverti Dolores di prepararci del tè” e il servo scomparve.

L’ispettore ne rimase affascinato.

Un ragazzo sui vent’anni, alto, snello e fasciato da un elegantissima giacca viola lunga fino ai piedi, allacciata in vita, che doveva coprire una camicia da notte, camminò con passo lento e sicuro fino alla poltrona di fronte alla sua ( per giacca intendo quella specie di accappatoio che si indossa sopra il pigiama o la camicia da notte, che qui ho chiamato così, perchè accappatoio non mi piaceva….è troppo da bagno ndA).

Aveva i capelli lunghi fino alle spalle e neri.

Due occhi grigi ( licenza personale… devo dargli un colore!! ndA) freddi come il ghiaccio lo studiarono attentamente, mentre accavallava le gambe e si portava le mani in grembo, in attesa.

Studiò con attenzione il viso perfetto prima di risvegliarsi

“Perdonatemi per l’ora indecente, Conte. Sono l’ispettore Gore e sto indagando su le strane morti che colpiscono i villaggi di questa contea. Ne avrete sentito parlare” e aspettò una qualsiasi reazione del ragazzo che aveva di fronte, mentre gli allungava la mano.

Il Conte rifiutò la stretta

“Non cerchi di adularmi con l’affabilità. Non può permetterselo. Mi ha svegliato per cose più importanti, spero.

E dubito sia un aggiornamento sugli incidenti che affliggono la mia contea” e si alzò portandosi più vicino al camino per prendere una scatoletta

“Se ha qualcosa di importante da dire, me ne parli ora. Altrimenti se ne vada” e si portò una lunga sigaretta alle labbra con un gesto sensuale, che fece deglutire l’ispettore

“Devo farvi qualche domanda riguardo gli omicidi” e attese.

Il Conte era rivolto verso il camino e i suoi occhi rispecchiavano le braci, apparentemente assorto.

Quando si accorse che l’ospite stava aspettando un suo cenno lo accontentò e tornò a concentrarsi sulle deboli fiamme.

Si leccò le labbra, prese un taccuino rilegato in pelle e cominciò

“Scendete mai in paese, Conte?”

“Ovviamente”

“Posso chiedervi per quali affari?”

“I miei affari mi appartengono” rispose freddamente, cosa che fece rabbrividire l’uomo che però non si scoraggiò

“Questi affari comprendono conoscenze…”

“Non osi, non mi abbasso ai livelli di inutili plebei a cercare compagnia in volgari locande” ogni parola sembrava una lama che si conficcava in lui.

“Perdonatemi, non volevo certo mancarvi di rispetto. Vedete queste vittime erano tutte persone povere e giovani, non è da escludere che possano intrattenere certi affari. Non avete mai sprecato due parole con loro?” si rese conto tardi del verbo errato che usò e si morse le labbra maledicendosi

“No, non SPRECO tempo con persone di quella risma” calcando sul verbo, che fece desiderare all’ispettore di scomparire.

Tic.

Un suono troppo familiare per non riconoscerlo.

Il rumore di una stilla di sangue.

Si girò di scatto verso l’ospite che era concentrato su un anfora dall’altra parte della stanza.

Le labbra.

Un piccolo taglio.

Il colore rosso del sangue.

I suoi occhi divennero fuoco.

Il rubino e il carminio non erano nulla in confronto al rosso vivo delle sue pupille.

La linfa vitale degli esseri umani lo risvegliava sempre.

Deglutì rumorosamente e cominciò ad avvicinarsi alla sua ignara vittima.

I suoi passi erano silenziosi e leggeri.

Si portò dietro la poltrona dell’ispettore senza che questo se ne accorgesse.

Studiò la giugulare che fremeva.

Poteva sentire il rumore del sangue che scorreva.

Due canini bianchissimi scintillarono sulle sue serafiche labbra.

Si avvicinò lentamente.

“Conte, il tè che avete chiesto” interruppe il servo.

Il Conte si spostò repentinamente.

“Posalo” cercando con sforzo la voce più atona che potè trovare

“Sì, padrone” e licenziato se ne andò.

L’ispettore sembrava ignaro del pericolo che aveva appena corso e sorseggiava il tè offertogli, con calma.

Il Conte fece sparire dietro la tazza gli affilati canini, che poi rientrarono.

Gli occhi si rifecero freddi.

“Penso possa bastare. Sono di nuovo mortificato di averla svegliata, Conte” e si alzò per stringergli la mano che questa volta incrociò la sua.

“Spero di rivederla in circostanze più felici, ispettore”

“Anch’io” e si voltò raggiungendo la porta.

Scese in fretta gli scalini innevati per raggiungere la carrozza che gentilmente, o meglio dietro lauta ricompensa, lo aveva aspettato.

Guardò un’ultima volta in cima alle scale scorgendo la figura del Conte che troneggiava su di essa e lo seguiva con lo sguardo.

Inconsciamente sfiorò con le dita l’amuleto che al contatto sembrò ustionargli la mano.

Guardò l’uomo e per un attimo pensò di aver visto degli occhi rossi, ma si convinse di essersi sbagliato.

Si guardò poi le dita e vide una leggera striatura rossa.

L’amuleto lo aveva scottato?!

Impossibile.

Chiuse gli occhi e prese un profondo respiro per ritrovare la calma.

La carrozza lasciò veloce la tetra abitazione del Conte Sasuke Uchiha.

Che ne pensate? eh? eh?

Avverto che siamo appena all’inizio…

Aspetto commenti!!

^____________^ kissotti

Autore: monnie89

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