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Game Over

Ho sempre pensato che la mia vita fosse troppo banale. I giorni proseguivano nella totale monotonia: la scuola, le interrogazioni, gli amici e i club scolastici… nessuna novità… nulla di nulla. Mai avrei pensato che quella routine potesse spezzarsi così improvvisamente.

Questa era la vita di Akira Matsumoto. Ogni giorno andava a scuola, si vedeva con i suoi compagni e partecipava alle attività del club di cui faceva parte. Non aveva talenti particolari, ma si era sempre impegnato in tutto quello che faceva.

Anche quel giorno sarebbe stato così, o almeno era quello che credeva.

-          Accidenti è tardissimo! Non ho sentito la sveglia!

Odio quando le giornate cominciano così di corsa. Possibile che la mamma non si sia accorta che fosse così tardi? E stamattina ho pure il compito di matematica alla prima ora.

Probabilmente aveva staccato la sveglia senza accorgersene, ma stranamente nessuno l’aveva svegliato.

Di solito la madre, non vedendolo scendere all’ora solita, si preoccupava e saliva a chiamarlo. Ma quel giorno non successe. Akira si trovò, così, costretto a vestirsi velocemente e ad uscire di casa senza fare colazione. Avrebbe dovuto percorrere il tragitto da casa sua alla fermata dell’autobus in metà tempo, quindi mangiare era assolutamente impensabile. Si sarebbe accontentato di qualcosa preso nel bar vicino a scuola una volta arrivato.

Arrivò alla fermata dell’autobus giusto in tempo. Il mezzo era già fermo in fermata, ma la grande folla di persone ne aveva ritardato la ripartenza. Perderlo avrebbe significato saltare la prima ora, dato che era impensabile raggiungere la scuola a piedi. Abitava fuori città, quindi parecchio lontano da essa.

Scendendo dall’autobus, si fermò a fare colazione, dopodiché entrò nell’edificio scolastico per raggiungere la sua classe. La campanella sarebbe suonata da lì a poco, quindi doveva sbrigarsi.

Percorse velocemente il grande atrio del suo liceo fino a raggiungere la sua classe, la terza sezione del primo anno. Aprì la porta dell’aula e improvvisamente si sentì come osservato. I suoi compagni lo stavano squadrando in maniera strana, come se stessero vedendo un fantasma. Akira non riusciva a capire cosa stesse succedendo, finché non arrivò l’insegnante. Anche lui lo guardò stranito, quando gli rivolse la parola.

-          Mi scusi, lei è un nuovo studente? Credo che abbia sbagliato classe. Non mi hanno avvisato di nuovi arrivi per oggi. Si è perso per caso?

Cosa? Ma che sta dicendo? Che significa che ho sbagliato classe? Questa è la mia classe e quello è il professor Kato, non c’è dubbio.

-          Professore, ma che sta dicendo? Sono Matsumoto.

-          Non mi piacciono gli spiritosi. Matsumoto-san è quel ragazzo laggiù. È sicuro di star bene?

Akira si girò lentamente e lo vide. Seduto al suo banco, che parlava con i suoi compagni, c’era lui. Un ragazzo identico a lui, in tutto e per tutto. Stessi capelli neri che stavano diventando troppo lunghi per il regolamento scolastico, stessi occhi grigi. Chiacchierava con i suoi amici, come se nulla fosse. Nessuno si era accorto di nulla, per tutti quello era Akira Matsumoto, non c’era dubbio.

E quello chi è? Sono io? No, non può essere. Questo è uno scherzo. Ora esce qualcuno con un cartello e mi dice che è una candid camera.

Ma così non successe. Quella era la realtà. Tutti parlavano con quel ragazzo come se fosse lui, senza accorgersi che fosse un impostore.

-          E tu chi sei? Cosa ci fai al mio posto?

Tutta la classe si voltò verso Akira, quasi spaventata. Si stavano chiedendo chi fosse quella persona che stava attaccando a quel modo quello che, almeno per loro, era Matsumoto-kun.

Il ragazzo misterioso non rispose, ma dimostrava di essere perfettamente consapevole della situazione. Incrociando lo sguardo dell’impostore, infatti, Akira vide un senso di soddisfazione in quella persona. Una soddisfazione che si era ripromesso di togliergli. Si sarebbe ripreso la sua vita, la sua banale vita.

Il professore, prima che potesse dire altro, allontanò Akira dalla classe dicendo di dover fare un compito in classe e chiudendogli la porta in faccia. Dovette perciò attendere l’ora di pranzo.

Le cinque ore che lo separavano dalla possibilità di parlare con il suo doppione sembravano interminabili. Akira non poteva uscire da scuola e non poteva entrare in classe. Era come in una prigione senza sbarre, da cui, però, non poteva andarsene. Era costretto a starsene rinchiuso nei bagni, per evitare di essere visto dal personale della scuola. Rischiava, infatti, che gli chiedessero che ci facesse in giro durante l’orario scolastico e sarebbe stato difficile da spiegare la situazione. Situazione che lui stesso non capiva, tra l’altro.

In quel lasso di tempo, in compenso, si fermò più volte a pensare. Cercava una possibile spiegazione alla faccenda, perché doveva esserci. Era impossibile che fosse successo tutto per caso. Solo che gli sembrava così assurdo. Qualcuno aveva preso il suo posto, questo era ormai appurato, ma perché? Chi mai sarebbe stato interessato a una cosa simile? Non era la vita di una persona famosa che stavano rubando, ma quella di un semplice liceale, neanche troppo dotato nello studio o negli sport.

Arrivata l’ora di pranzo, Akira aspettò l’altro Akira fuori dalla porta della sua classe. Pensava di faticare a parlarci, invece sembrava che anche l’altro ragazzo non vedesse l’ora di potersi confrontare con lui. Salirono sulla terrazza, così che nessuno potesse disturbarli.

-          Ora che siamo soli, vuoi dirmi chi sei?

-          Io sono Akira Matsumoto.

-          Non prendermi in giro! Io sono Akira Matsumoto!

-          Ah, lo so benissimo.

-          Cosa?

Sul volto dell’impostore apparse un sorriso beffardo.

Quindi lo sapeva. Eppure, nonostante questo, ha fatto finta di nulla stamattina. Ma chi è ‘sto tizio?

Notando lo stupore di Akira, il misterioso sosia iniziò un discorso strano.

-          Ti sembra così strano che io sappia chi tu sia? D’altronde, sto vivendo la tua vita.

-          E perché stai facendo una cosa del genere? Chi te l’ha chiesto?

-          Scoprilo da solo. Se capirai il perché è successo tutto questo, ti restituirò la tua vita. Ah, ti avverto. Devi riuscirci entro il suono della campanella dell’ultima ora, dopodiché… Game Over.

Lo strano ragazzo si diresse, così, verso le scale, per raggiungere gli altri compagni e pranzare. Akira, insoddisfatto di quella risposta, lo fermò.

-          Aspetta! Come pensi che possa riuscire a capire il perché se nessuno me lo spiega!

-          Guardati intorno, chiedi informazioni e ripensa a quello che ti ho appena detto. Vedrai che non è così difficile.

Quello che ha detto? Cos’ha detto di così particolare che dovrebbe farmi capire? Mi ha dato un ultimatum, per evitare il Game Over.

-          Aaaaah, non capisco.

-          Ti consiglio di non stare a scervellarti troppo, ma di ragionare con calma. Ci rivediamo qua stasera alle sei. Cerca di trovare la soluzione entro quell’ora.

Con quella frase, il ragazzo si dileguò.

Akira rimase ancora per qualche istante sulla terrazza, ripensando a quanto aveva appena sentito. Si mise ad osservare il paesaggio, ma poco dopo si voltò per tornare all’interno dell’istituto. E fu lì che notò la stranezza. Una specie di flash all’orizzonte, qualcosa di innaturale. Come se l’immagine fosse per un momento saltata e poi riapparsa.

Ma cos’è successo? Possibile che me lo sia immaginato? Eppure adesso sembra tutto normale.

Sembrava un mistero, ma forse era legato a quello che stava succedendo a lui. Akira, dopo essere rimasto ancora un po’ ad osservare l’orizzonte in attesa che riaccadesse quello strano fenomeno, si voltò nuovamente e raggiunse le scale. Raggiunto il piano sottostante, vide da lontano il bidello. Un uomo di mezz’età che adorava il suo lavoro. Mai una lamentela, sempre con il sorriso sulle labbra. Amava i giovani e ci parlava amichevolmente, quasi la differenza d’età fosse nulla. Si teneva al passo con i tempi, ma ogni tanto sapeva anche tirar fuori qualche perla di saggezza, dovuta alla sua età. Tutto ciò che succedeva all’interno della scuola lui la sapeva. Non gli sfuggiva nulla, nemmeno il più piccolo particolare. Non per questo sbandierava in giro ciò che scopriva, ma era sempre disponibile a rispondere alle domande.

Beh, se devo parlare con qualcuno, tanto vale cominciare con lui.

Akira si avvicinò, così, all’uomo e gli rivolse la parola.

-          Salve Honta-san, posso parlarle.

-          Ciao ragazzo, sei nuovo? Non credo di averti mai visto prima. Eppure credevo di conoscere tutti. E non ho neanche sentito parlare di un trasferimento. Comunque chiedi pure. Se posso aiutarti, lo farò con piacere.

Anche lui non mi riconosce, possibile che nessuno si ricordi di me?

-          Sono Akira Matsumoto, non mi riconosci?

-          Akira Matsumoto? Conosco un Akira Matsumoto, ma non sei tu.

-          Guarda che sono proprio io.

-          Sei sicuro di star bene? Non avrai mica la febbre? Forse è meglio se ti accompagno in infermeria.

-          No, sto bene. Veramente, non occorre.

-          Sei strano, sai? Meglio che ti porti subito in infermeria. Per me stai delirando.

Honta prese Akira per un braccio e lo trascinò quasi con la forza in infermeria. Era come se fosse una cosa che doveva fare a tutti i costi. Akira lo notò. Il bidello non avrebbe mai forzato uno studente a fare qualcosa, invece ora lo stava tirando verso una direzione precisa, come se fosse programmato per farlo.

Arrivarono davanti alla porta dell’infermeria ed entrarono senza bussare.

-          Ehi, ci potrebbe essere già qualcuno.

-          Non c’è nessuno, non preoccuparti.

E lui come lo sa? Mica poteva vedere la porta d’ingresso di questa stanza da dov’era prima.

-          Benvenuti, posso aiutarvi?

-          Aikawa-san, questo ragazzo credo stia male. Delira. Dice di essere Akira Matsumoto.

-          Ma lui non è Akira-kun.

-          È quello che gli ho detto e l’ho portato qua.

-          Avanti, sdraiati sul lettino, che ti misuro la febbre.

-          No, io sto bene. Veramente. Non serve che mi visiti.

-          Avanti, non fare storie. Honta-san, me ne occupo io, puoi anche andare ora.

Il bidello lasciò così la stanza e Akira rimase solo con la dottoressa Aikawa. Era una donna giovane, ma non troppo appariscente. Aveva sempre fatto il suo lavoro molto seriamente ed era anche un’ottima consigliera in caso di problemi tra i ragazzi. Per questo, molte volte gli studenti andavano a chiederle consigli personali, anche non inerenti alla scuola. Però ora si comportava in maniera singolare. Voleva curare Akira a tutti i costi, nonostante lui stesse benissimo. Al pari di Honta-san, sembrava fossero movimenti automatici, come decisi in precedenza. Non appena si allontanò, il ragazzo decise di andarsene da lì. Non avrebbe ottenuto nulla rimanendo in quel posto, ma solo perso tempo. Si chiuse la porta alle spalle, ma poi tornò indietro quando si accorse che il bidello lo stava osservando, come se volesse controllare che rimanesse lì dentro.

Rientrato, scoprì una nuova stranezza. Non solo Aikawa-san era seduta alla sua scrivania come se nulla fosse successo, ma quando iniziò a parlare si rese conto che era come se avesse rimosso ciò che era accaduto poco prima.

-          Benvenuto, posso aiutarti?

Ho una specie di dejà-vu. Ma questo non è successo poco fa?

-          Aikawa-san, sono appena uscito. Non ricordi?

-          Non stai bene? Sdraiati sul lettino, che ti misuro la febbre.

-          No, non voglio sdraiarmi, sto bene.

-          Avanti, non fare storie. Ora sdraiati.

Detto ciò, nuovamente si allontanò. La scena era una ripetizione della precedente, a parte l’assenza di Honta-san. Questa volta Akira decise di non andarsene. Voleva capire se per caso poco prima avesse dimenticato di fare qualcosa. Iniziava ad avere dei sospetti sul perché gli stesse succedendo ciò e l’unico modo per provarlo era attendere. Aikawa-san tornò dopo poco con gli strumenti per visitarlo. Lo fece stendere sul lettino e gli misurò la febbre.

-          Perché dici di essere Matsumoto-kun? Sei forse invidioso di lui?

-          No, è che…

-          Non è carino andare in giro dicendo di essere un’altra persona. È irrispettoso per l’altro e ti mette in cattiva luce.

Questa non mi lascia parlare accidenti. Ma tanto credo che sarebbe inutile. Tanto vale assecondarla. Farò finta sia un caso di omonimia, chissà che funzioni.

-          Io non dico di essere Akira Matsumoto, solo che mi chiamo così. È tanto strano che abbia lo stesso nome di quel ragazzo che dice lei?

-          Non sapevo di due studenti con lo stesso nome. Sei sospetto, sai? Comunque non hai la febbre e non ho motivo di trattenerti qui.

-          Allora me ne vado.

Akira si diresse verso la porta, cercando di rallentare il passo. Era come se si aspettasse qualcos’altro, che però non stava accadendo.

Se la mia ipotesi è corretta, dovrebbe fermarmi. Ma perché non lo fa? Possibile che mi stia sbagliando?

Appena sfiorò la porta, Aikawa-san lo fermò.

-          Aspetta, mi fai un favore? Puoi andare in aula professori a portare queste cartelle? Io non posso lasciare l’infermeria.

Ecco, proprio come sospettavo. Ho capito tutto.

-          Certo, dia pure a me. Solo questo?

-          Solo questo.

Akira prese i fogli che gli porse la dottoressa e si diresse verso la sala professori. Ormai aveva capito la situazione e le parole “Game Over”  pronunciate dal suo sosia durante la pausa pranzo non potevano che essere una conferma. Non restava che comunicarlo all’altro Akira. Effettuata la consegna si diresse, così, verso la terrazza, dove dopo pochi minuti sarebbe arrivato colui che aspettava.

-          Vedo che sei già qui. Vuoi forse dirmi che hai capito?

-          Forse. Sai, all’inizio era difficile ragionare perché ero rimasto un attimo sorpreso per quel che stava accadendo, ma poi, con calma, ho iniziato ad avere tutto ben chiaro.

-          Sentiamo, e cosa avresti scoperto?

-          È un gioco, vero? Non è la realtà ma uno stupido gioco di realtà virtuale. Il fotogramma saltato, il bidello e la dottoressa che si comportavano come se fossero “programmati”. Non può essere altro.

I due ragazzi si fissarono per qualche istante, poi l’altro Akira finalmente rispose.

-          Sei stato bravo. Vedo che hai capito perfettamente la situazione. Ora non mi resta che dirti: Livello completato.

-          Ora mi spieghi perché sono qui? Chi ha fatto questo gioco e perché proprio io lo sto usando?

-          Non posso rispondere a queste domande. Chiedilo direttamente a chi l’ha creato, quando uscirai dal gioco. Sappi però che la prossima volta…

-          No, aspetta!

Le immagini attorno al ragazzo iniziarono a svanire, fino a ritrovarsi in una specie di laboratorio, con indosso un visore per la realtà virtuale. Le ultime parole pronunciate dal suo sosia furono incomprensibili. Riuscì a intravedere il labiale ma non ne comprese il significato.

-          Finalmente sei uscito dal gioco, Akira.

-          Ma chi… papà?

-          E chi ti aspettavi che fossi?

-          Quello era uno dei tuoi giochi? Perché mi hai mandato in quel mondo? Credevo di essere impazzito del tutto.

-          Ma come, non ricordi? Te ne ho parlato. Avevo bisogno di qualcuno che provasse il gioco per trovare eventuali errori e tu ti sei offerto. Devo segnarmi questo effetto collaterale e cercare un modo più leggero per far dimenticare i fatti all’ingresso del gioco. Quando uno ne esce deve ricordarsi.

-          Ma che stai dicendo?

Akira ci mise un po’ a ricordare i discorsi fatti con il padre il giorno precedente. Il padre gli aveva chiesto di testare un nuovo tipo di gioco, una realtà virtuale che riproduceva esattamente la vita reale, in modo da poterlo lanciare successivamente sul mercato. Per fare in modo che il figlio trovasse i bachi, lo rese un personaggio inesistente, creando un suo doppione all’interno del gioco. Mai avrebbe pensato che al risveglio Akira non si sarebbe ricordato le loro parole.

-          Ti ricordi ora?

-          Sì, ora sì. Però non capisco che senso abbia un gioco del genere.

-          L’idea è ricreare un mondo totalmente identico alla realtà dove ognuno può permettersi di comportarsi in maniera totalmente diversa dal solito. Un po’ come un mondo perfetto. Solo che tanto perfetto non è. Durante i test è saltato un fotogramma, te ne sei accorto, no?

-          Sì, e anche i personaggi erano troppo macchinosi. Non reagivano in base ai miei movimenti, ma secondo regole prestabilite.

-          Infatti. Comunque grazie figliolo. Con il tuo aiuto potrò perfezionarlo.

-          Personalmente, ne ho avuto abbastanza. Trovati qualcun altro la prossima volta per fare i tuoi test.

-          È stata un’esperienza così terribile?

-          Beh, sai. Un essere identico a me mi stava rubando la vita. Come credi mi potessi sentire? Inoltre ero convintissimo fosse la realtà quella.

-          Forse ho esagerato, lo ammetto. Comunque credo che la prossima volta entrerò io stesso. Scusami ancora. Mi farò perdonare, vedrai.

-          Come al solito, papà. Ora vado a casa, sono leggermente stravolto.

Akira uscì dal laboratorio continuando a pensare a quello che non era riuscito a sentire durante il ritorno alla realtà. Il suo doppio ha detto qualcosa, ma cosa? “Ma sappi che la prossima volta…”

Prossima volta che? Non ci sarà una prossima volta, perché mi ha parlato così?

Akira chiuse gli occhi, sperando di rivedere la scena e di riuscire a capire. Con calma iniziò ad individuare qualche sillaba, ma solo quando capì la frase completa si arrestò improvvisamente.

“Sappi che la prossima volta uscirò io.”

Un brivido percorse il suo corpo. Nel gioco, l’altro Akira non era un personaggio programmato. Era dotato di personalità, una perversa personalità che voleva arrivare nel mondo reale.

Oh, no! No! Devo fermare tutto, nessuno deve rientrare.

-          Papà!

Autore: SNeptune84

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