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Chapter 1

Chapter 1

Così come le storie finiscono dopo essere iniziate, le persone muoiono dopo essere nate. È la legge dell’ovvio, è ciò su cui la nostra esistenza di umani si basa. Il nostro universo è fondato sul modo di vivere che un giorno noi saremo polvere, ed i nostri figli diverranno polvere a loro volta, così come i nostri nipoti, ed i figli dei nostri nipoti…

Non è difficile pensare, dopotutto, a cosa siamo o non siamo. Scoprire il senso della nostra esistenza, piuttosto, sembra impossibile.

Quale motivo abbiamo noi d’esistere, se il nostro tempo a disposizione è così effimero?

E la bellezza dell’immortalità ci affascina, per quale motivo?

Pensieri, logiche, opinioni… di questi tempi tutto mi affolla la mente, che sia in mezzo ad amici, parenti, persone per strada… è come se dal mio quattordicesimo compleanno io abbia acceso il cervello all’improvviso, quasi non lo avessi avuto prima di quel momento.

Soffiare sulle candeline, scartare i regali, mangiare, ridere, parlare… era come se tutto fosse stato messo in una grande bolla e scoppiato, confondendo le cose. Quest’anno pochi regali, niente candeline, risate per la metà false e parole, parole, parole…

Che senso avrebbe diventare immortali e veder morire le persone care, quando si può sperare, arrivati alla fine di una vita così difficile, nella liberazione dalle preoccupazioni?

Se fossimo eterni, probabilmente, il mondo non conoscerebbe l’evoluzione.

Pensieri, pensieri… nient’altro. Il mese di Agosto, successivo al mio compleanno, è stato come se una mano fosse scesa dal cielo e mi avesse mosso come una regina degli scacchi: proteggendomi, ma usandomi come ariete, pronto a sacrificarmi.

“Samuele, dove sei? C’è un tuo amico alla porta” la voce mi raggiunse da dietro la porta giallognola con appiccicato sopra il poster di James Dean, uno dei gay più furbi di tutta la storia di Hollywood. Mia madre ci si incantava ricordando come da ragazzina gli fosse piaciuto così tanto da piangere davanti i suoi film.

Non ho mai voluto immaginare il suo shock se avesse scoperto che era in realtà praticamente omosessuale.

“Arrivo” mi alzai dalla sedia scricchiolante, lasciando il pc acceso sulla biografia di Roger Moore – da cui avrei preso spunto per fare il mio tema estivo “Racconta la persona più interessante conosciuta durante le vacanze” – e un download di un gioco per passare il tempo in quei giorni così vuoti.

Uscii dalla porta della camera a fatica; passando dalla cucina avrei buttato i vari pacchetti di wafer, patatine, thè, cocacole, pepsi, fogli di carta appallottolati e quant’altro avessi raccolto prima di uscire dalla stanza.

Arrivai in cucina appoggiando le cose sul tavolo e avviandomi verso l’ingresso, da cui mia madre – mai sposata con mio padre, ma in buoni rapporti – tornava con sguardo curioso, quasi fosse strano qualcuno bussasse per me alla porta.

“Ma chi è?” chiese, sgraziatamente.

“E che ne so? Neanche ho visto chi è” risposi, con altrettanta grazia. Mi superò con passi ampi – anche perché essendo alta un metro e sessantadue era difficile fare dei passi corti ed attraversare la casa in meno di dieci minuti – e sentii il sussulto alla vista della sporcizia sul tavolo. Sorrisi e cercai di capire chi era, essendo lontano dalla porta e quasi accecato dal sole. Quando vidi il volto mi sentii come un fiore che rinasce, la stessa sensazione che ti viene quando ti riprendi dal fiatone della corsa. La mia faccia diventò un sorriso che avrebbe fatto invidia alle pubblicità dei dentifrici.

“Il signor Casalini, che piacere averla tra noi” la voce fresca e giovanile del ragazzo in piedi davanti a me trafisse quei pochi pensieri che avevo in testa in quel momento. Avrei giurato di aver raggiunto l’illuminazione semplicemente guardandolo in quelle grandi iridi color castagno, incastonate come gemme sul viso di un mio coetaneo evidentemente molto più sviluppato di me. L’ombra della barba iniziata a fare da poco ancora era invisibile, ma – quasi potessi vedere cose che gli altri non notano – vedevo quel segno di maturità sul suo volto. Mi sentii come una ragazzina davanti il cantante preferito.

“Mai quanto avere il signor Ronnie nella mia umile dimora, prego principe, passi con le sue scarpe sopra di me per entrare” accennai una risata, che venne ricambiata con un sospiro e l’entrata in scena del sole sui miei occhi. Un sole vestito con una maglietta a righe di vario colore ed un paio di jeans corti al ginocchio strappati in più punti.

“È la terza volta che entro in casa tua ed è la terza volta che sento l’odore di camino, possibile?” sorrisi, pensando che doveva essere bello entrare dentro una casa e sentire quell’odore un po’ nostalgico di qualcosa che forse in una vita passata hai già vissuto.

“Sarà l’odore di casa, la gente dice che quando senti odore di camino è perché stai bene da qualche parte… davvero un camino in questo condominio è impossibile, Ron” si avviò verso la camera precedendomi, come se quella fosse stata casa sua.

Ronnie non era il tipo arrogante che fa quel che vuole quando vuole, o meglio… un po’ di quel tipo d’arroganza lo ha, ma giusto quanto basta per farlo essere attraente tanto quanto qualsiasi ragazzo sicuro di sè può essere; non vorrei sembrare ovvio dicendo che io non sono per niente sicuro di me e che anzi, mi sento inutile quanto uno swiffer usato, se non peggio… però è una cosa biologica credo… voglio dire, come il nostro appartamento ha due camere, due bagni, una cucina, un salotto vicino all’ingresso e un corridoio che collega tutta la casa, partendo dall’ex ripostiglio – con la porta murata a causa del fatto che prima si apriva coprendo l’entrata, rischiando di finire spaccata da un momento all’altro – e finendo con il muro che divide i bagni, ecco… come questo appartamento è stato costruito in maniera orrenda, allo stesso modo penso di essere stato fatto io: male, che peggio non si poteva fare.

Negli specchi, riflettendo la mia immagine trovavo qualcosa di simile a un mostro: occhi marroni scuro, capelli che devo tutt’ora capire se ho castani o neri, visto che cambiano colore a seconda del sole; una faccia che, nonostante mia madre e mio padre siano due persone splendide d’aspetto, sembra uscita da un set di un film horror, con il naso aquilino e la pelle grassa come quella di un americano obeso. Non vedevo pregi sul mio volto, per questo mi ritrovavo a consolarmi col fatto che sono alto poco più di un metro e mezzo ma non sono né cadente né grasso. Il solo pensiero di non avere neanche un corpo su cui sfogarmi a volte mi faceva stare così male che mi alzavo dalla sedia di scatto, iniziando a passeggiare in tondo, saltando, correndo, scrivendo in piedi… probabilmente mi avesse visto uno psichiatra mi avrebbe prescritto qualche farmaco per la schizofrenia e almeno due o tre mesi di cura intensiva in clinica.

“Oh, Samu, ce la fai a fare questi venti metri o vuoi vegetare nell’ingresso finché non metti le foglie nuove?” rinvenii dai miei ragionamenti osservando un punto vuoto vicino Ronnie, e iniziai a muovermi verso la stanza pensando a come effettivamente io ero – e sono tutt’ora, a mia personale opinione – spaventoso alla vista. Era quasi una vergogna dover mostrare la mia faccia a lui.

Voglio dire, eppure era il mio ragazzo.

Chiusi la porta alle mie spalle, accorgendomi solo in quel momento del forte odore di cipolla che iniziava a riempire la casa. Mia madre cucinava alle sei del pomeriggio, come minimo stasera avremmo avuto qualche nuovo ospite, probabilmente qualche parente da lontano.

Non feci in tempo a girarmi che una mano mi prese il braccio e mi buttò sul letto. Rimasi sorpreso da tutto quello, ma il suo corpo sinuoso che si avvicinava a me era quasi da vedere come un peccato mortale, ma talmente attraente ed irresistibile da poter essere commesso senza rimorsi.

“Sono passate tre settimane, tre, dal nostro ultimo bacio” disse, quasi sottovoce. Sorrisi, tendendo le braccia per cingerle intorno al suo collo, mentre si appoggiava a fianco a me, superandomi in lunghezza di una mano o poco meno.

“Cos’è, non riesci a stare senza baciarmi?” in quel momento più di un pensiero mi attraversò la testa: mi trovava attraente, baciavo bene o era semplicemente innamorato?

Ognuna delle tre cose mi sembrava impossibile, anche se nell’ultima ci speravo, seppur io non sia mai riuscito a capire cosa provavo per lui.

“Forse…” avvicinò le sue labbra alle mie, lento, quasi esitasse per paura di non riuscire più a staccarsi. Iniziai a sussultare, il cuore iniziò a battere più veloce, il tempo passato tra l’istante in cui cominciai a sentire il suo respiro su di me, fin quando il silenzio, interrotto solo dal nostro riprendere fiato, ed il frusciare dei nostri vestiti sulla pelle, mi sembrò niente.

Passarono minuti, forse anche un’ora abbondante, prima che ci staccassimo, seminudi e ansimanti. Sul suo petto, grazie al fatto che faceva nuoto, potevo scorrere il dito facendolo passare sulle righe dei muscoli che s’intravedevano appena, quasi come se non volessero crescere per sembrare esageratamente da vanitosi culturisti.

Si alzò, soddisfatto, come rinato. Non che avesse un aspetto triste prima, ma ora sembrava splendere. Come un raggio di sole, aggiungerei.

Si diresse verso il pc, dove nel frattempo la finestra di download indicava il novantadue percento. Prese posto sulla sedia che tante volte avevo scaldato all’inverosimile, parlando, ridendo e passando il tempo su giochi abbandonati poco dopo. Alcuni hanno avuto il piacere – o la sfortuna – di conoscermi così come ora mi conosce Ronnie; altri, meno fortunati, hanno conosciuto una figura sfuggente e misteriosa, forse cattiva, ma sicuramente poco interessante.

Ed è così che dovrebbe funzionare il mondo: scoprirsi solo alle persone giuste. Purtroppo, questa filosofia non va di pari passo con il mio voler gridare a tutto il mondo quanto a me piaccia Ronnie e quanto io lo voglia accanto a me, sempre.

Rimasi sul letto guardando il suo profilo e pensando a cosa provassi per lui. Amore? Ammirazione? Attrazione fisica?

Lo conobbi, ormai un anno fa, fuori scuola. Lo avevo già incontrato una volta prima di quella, in giro con delle mie amiche, e gli avevo rivolto parola più per sfottere loro che per interessamento. Quando è in mezzo alle persone non è Ron, è semplicemente un quattordicenne che pensa più a divertirsi e a dedicare il suo tempo a hobby vari che fare ragionamenti strani e coming out mastodontici. Ai miei occhi, prima che diventasse il mio ragazzo, era la persona più misteriosa – ed allo stesso tempo affascinante – che avessi mai conosciuto.

Credo quella fu l’unica volta in cui ringraziai il fatto di non aver incontrato nessuno che conoscessi nella nuova scuola. Senza quel giorno, probabilmente, non ci sarebbe stato neanche oggi.

Mi alzai un po’ traballante, come mi succede quasi sempre quando mi stendo rilassandomi. Mi stiracchiai silenziosamente, mentre lui apriva un sito che riconobbi poi come quello da cui avevo preso il gioco. Mi avvicinai senza fare rumore, anche se si accorse di me e si girò per metà, come mi avesse letto nel pensiero.

Sorrisi, e mi andai ad appoggiare su di lui, allargando le gambe e sentendo una sua mano scivolarmi lungo la schiena e finire in basso, fino al sedere, e risalire su. Con l’altra mano era impegnato a chiudere i vari pop-up che spuntavano uno dietro l’altro mentre andava sulla pagina di registrazione.

“Ma che rottura di coglioni, e chiuditi!” disse, dando una leggera botta al mouse; mi abbassai un poco, raggiungendo con le labbra il suo collo e lo baciai, iniziando a succhiare.

“Ah… ah!” gemette, e mi allontanai dal segno rosso appena fatto con una risata falsamente malvagia. I puntini, di un rosso acceso, erano chiusi tra due segni curvilinei dal colore rosso chiaro. Lui mi guardò negli occhi sorridendo e mi baciò, prendendomi poi i fianchi con le mani e spingendomi più verso di lui, quasi a voler forzatamente assumere una posizione p0rn0.

“Se entra mia madre come lo spieghiamo poi?” sospirai, non ricordando la chiave alla porta.

“Se vuole guardare è libera di farlo…” rise, infilando una mano sotto l’elastico dei pantaloncini color oro.

“Ah…” il tocco caldo della sua mano mi fece scorrere un brivido di piacere lungo la schiena, che accarezzò a lungo, mentre con la mano muoveva meccanicamente. Chiusi gli occhi, sentendo poco dopo qualcosa di caldo e umido sulla cima di quel punto del corpo che tanto lo stava attraendo. Il calore scese lentamente avvolgendo non solo il pene ma tutto il corpo.

Ero solito, come ogni persona sana di mente, praticare autoerotismo, o masturbarsi, come si dice… eppure quello era un nuovo modo di sentire piacere, era più intenso, più eccitante. Si fermò un secondo, alchè riaprii gli occhi e vidi lui ad occhi chiusi. Percepii le sue mani scivolare sui glutei, e mi spinse verso di lui. Ora, non ho idea se il movimento di spinta fosse stato naturale, ma sicuramente mi venne da imitare il suo movimento con il corpo, senza che lui si muovesse e anzi, si concentrasse sul risalire fino alla pancia, al petto, fino a riscendere nuovamente, eccitandomi.

La fine di quel momento arrivò quando, accelerando sempre più, iniziai a sentire brividi dappertutto e i muscoli dall’inguine in poi contrarsi e rilassarsi, sempre più velocemente. Pensai che lui non avesse realizzato, forse non se n’era accorto, e prima di poter fare casino tentai di allontanarmi da lui. Fu praticamente in quel momento che mi accorsi di essere vicino mentre lui continuava a scendere e risalire sempre più velocemente con le labbra dal glande alla base; ma non mi spostai solo perché non riuscii a muovermi. Le sue mani mi avevano bloccato in quella posizione, e nello stesso istante in cui mi accorsi di ciò, il calore alla base del membro risalì fino alla punta, e sentii chiaramente gli schizzi. Sentii il mio seme uscire e scivolare dentro di lui, il quale aspettò e lentamente mi permise di muovermi nuovamente, anche se – come succede ogni volta che compio quella che gli scienziati chiamano “eiaculazione” – rimasi immobile per un paio di minuti, mentre il suo sguardo soddisfatto mi faceva ridere e allo stesso tempo sentire preda di una parte di Ron che non avevo ancora conosciuto.

“Era la prima volta che lo facevi?” ci pensai un attimo. Fino a quel momento ero riuscito solo una volta a toccare con le labbra la parte intima di un ragazzo più grande di me, il quale mi usò, senza rancori. Tuttavia a lavoro compiuto mi ringraziò e mi giurò che non l’avrebbe detto a nessuno, lasciandomi anche libera scelta sul dirlo in giro o meno, dopotutto… chi avrebbe perso la faccia sarei stato io, non lui.

“Che lo ricevevo più che altro… e…” in quel momento il suo volto candido, ed allo stesso tempo maturo, mi intenerì così tanto che mi abbracciai a lui. Mi massaggiò la schiena a lungo, come per rassicurarmi. Era forse questo l’essere innaturali, perversi? Era forse il volermi sentire protetto, amato, il motivo per cui il mondo mi condannava al silenzio ed alla vergogna?

“Ti amo, Samuele” spalancai gli occhi, rimanendo stretto a lui. Il respiro si bloccò, lo stomaco si strinse come una spugna e il cervello segnò per qualche secondo encefalogramma piatto.

Non l’aveva detto. Me l’ero immaginato, tanto speravo lo dicesse. Era solo una di quelle cose che gli psicologi spiegano come “fantasia per sfogare lo stress dell’impossibilità di realizzare quella cosa”.

“Ron… l’hai detto davvero?” sussurrai nel suo orecchio, mentre il ronzio del pc mi riempiva la testa, completamente vuota in quel momento.

“Certo che l’ho detto davvero, non mi hai sentito?” mi spinse indietro per guardarlo negli occhi, accesi di una felicità nuova, contagiosa. In qualche modo… era incoraggiante.

“Ti…a..m..o!” disse lentamente e scandendo le lettere. Sussultai, sentendo le lacrime agli occhi. Il cuore batteva contro la cassa toracica, eppure non faceva male, anzi… ero così felice che sarebbe potuto scoppiare d’infarto.

“Io… oddio…” risi, asciugandomi con il dorso della mano il naso, che stava per gocciolare. Una sua manica mi pulì meglio di quanto io avessi potuto fare. Continuai a ridere come un cretino, facendo scendere le lacrime, evidentemente di felicità.

“Su, su… se lo sapevo nean…”

“Ti amo anchio Ron, ti amo, ti amo davvero, lo giuro sulla mia vita” lo interruppi, guardandolo dritto in faccia, deciso, con l’emozione di chi sa che potrebbe morire da un momento all’altro. Lui si sciolse, quasi avesse paura non l’avrei più detto, e strinse le braccia intorno i miei fianchi, allungando il collo e raggiungendo le mie labbra, una volta ancora.

“Appena un mese e già così tanto… abbiamo una vita davanti insieme, la vogliamo davvero affrontare amandoci? Non voglio dispiaceri Samu, se tu stai con me solo per avere qualcuno… ti prego, non dico di lasciarmi, ma almeno dimmelo. Non ti lascerò, ma almeno fammelo sapere” disse, allontanandosi con sguardo spaventato. Ciò che avrei detto in quel momento avrebbe cambiato la sua, e sopratutto la mia, vita presente e futura.

“Potrei lasciarti la mano ai primi passi, che saranno i più difficili, ma cercherei di cadere aggrappandomi a te, per rialzarmi e continuare anche strisciando a seguirti” lo sguardo spaventato mutò in curioso, per poi riaccendersi e sorridere raggiante.

“A quattordici anni già un filosofo… dovrò vantarmi di avere un ragazzo virtuoso per caso?” risi, e mi aggrappai al suo collo, baciandolo con abbastanza sensualità da permettermi di sentire il suo membro risalire e strusciare contro i miei pantaloni. Quasi come un maniaco iniziato all’arte del piacere fisico, riconobbi quel momento come l’inizio di un divertimento, di un amore, e di un pianto, tremendamente diverso da qualunque pensiero o sogno che fino a quel giorno ebbi immaginato.

Il mio errore, fino ad oggi, è che non rimpiango un solo istante vissuto accanto a lui e, sperando che questo serva a farlo rivivere dentro di me, ripenserò ogni giorno che potrò a quei momenti, e a quelli venuti in futuro, con la nostalgia che si ha ripensando ai propri amori perduti fatalmente. Seppure avrò la vista appannata dalle lacrime, il mio respirare vicino il suo corpo esanime sarà eterno, così come il mio scrivere per ricordarmi quant’era perfetto, e di quanto tutti lo invidiassero a tal punto da ucciderlo dentro, distruggendolo ogni giorno sempre più.

Rest In Peace, sweet love.

Autore: Ukeboy

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