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Autoconclusivo

Autoconclusivo

Un colpo di tosse, la fronte bollente che non accenna a dolere di meno.
Le pesanti coperte bianche che mi coprono fino al collo, tentando inutilmente di procurarmi un po’ del calore necessario per la guarigione, mentre intanto piccole gocce trasparenti di sudore cominciano a bagnarmi il collo pallido e teso. Il viso latteo sempre più sofferente, le labbra sottili arricciate in una smorfia di dolore, il mio piccolo corpicino bianco scosso da violenti brividi.
Male. Tanto, tantissimo male.
Le tempie che pulsano, un tamburo nella testa che mi impedisce di mantenere la mia solita lucidità di fronte ad una dolenza che non avevo mai conosciuto prima.
Tossisco ancora, più forte, sputando l’anima in un solo secondo, sentendo il fiato mancarmi tanto è doloroso.
Già. Non sono mai stato abituato a soffrire.
A dire la verità, non avevo proprio mai sofferto prima d’ora.
Come avrei potuto?
Sempre nel mio piccolo mondo, chiuso tra le quattro mura di un quartier generale, in una specie di cupola di vetro. Non mi muovo mai, se non sia strettamente necessario.
Mi accontento di poco, mi bastano i miei giocattoli, non pretendo avere nient’altro a farmi compagnia, nemmeno adesso…
Sento le loro voci fuori dalla stanza. Vorrei tappare le orecchie, non ascoltare quello che quel medico sta dicendo a Halle.
Ah sì, povera Halle… Lei cerca di starmi vicino fino all’ultimo, per quanto le sia possibile. Una magra consolazione per me, colui che ha smascherato Kira. Dovrei essere riempito di onori… Eppure di onori, non ne ho mai voluti.
E’ comunque inutile che io non voglia ascoltare, tanto la verità è quella… E non posso fare assolutamente niente per cambiare le cose.
“…Non le nascondo che la situazione è critica… Lo sapevate già che è una persona estremamente debole di salute… Seriamente predisposta ad ammalarsi.”
Non sento Halle rispondere. Deve essere scioccata.
Per me lei è sempre stata come una specie madre, la madre che non ho mai avuto, e che sinceramente non ho mai chiesto.
Nonostante il mio aspetto esageratamente infantile, non mi è mai servita una figura materna che mi assistesse. Dopotutto, anche quando ero alla Wammy House ero solo, infinitamente solo.
Ma anche se non ho mai domandato qualcuno che si prendesse cura di me, non nego che mi sarebbe sempre piaciuto avere le attenzioni altrui, di sentirmi per una volta amato, coccolato… Come un normale bambino.
Peccato che la mia infanzia sia finita da un pezzo, e io solo adesso cerco di riconquistarla.
Nessuno ha mai capito il mio modo di fare, la mia morbosa fissazione per i giocattoli e gli svaghi puerili. La verità è solo una. La straziante, lacerante, dolorosa solitudine che mi ha sempre circondato e isolato.
Quella per la quale io non ho potuto essere un bambino qualunque, ma un emarginato debole e indifeso, odiato da tutti.
Per questo motivo, ho cercato troppo tardi di ricostruirmi quelli che dovrebbero essere gli anni più belli e spensierati di una vita. Solo ora mi accorgo quanto sia stato inutile, quanto mi abbia ancor maggiormente escluso dal mondo.
“…Ne è sicuro? Non c’è… Non c’è niente da fare?”
Eccola. Una voce spaventata e insicura. Probabilmente quella che avrebbe una madre con proprio figlio. Me l’aspettavo quell’intonazione da parte sua.
“Se posso essere sincero, personalmente, credo che sarà già difficile che arrivi a domani mattina, visto com’è messo. E’ una broncopolmonite. Su di lui ha avuto effetti a dir poco devastanti. Mi era sembrato chiaro il fatto che dovesse uscire il meno possibile, vista la sua salute cagionevole. Posso provare a dargli qualcosa, ma non servirà a granché temo. Degli antidolorifici sicuramente. Sono davvero desolato, signorina…”
Halle non dice niente ora.
Dovevo aspettarmelo, sapevo che sarebbe finita così per me. Io, con questa debolezza fisica che mi ha sempre perseguitato… Avevo preso conto dell’eventualità di ammalarmi andando a scovare Light Yagami… Ma non pensavo che sarebbe stato qualcosa di così grave.
Il mio primo errore di calcolo. Mi costa davvero caro… Mi costa la vita.
Che cosa dannatamente ingiusta. Proprio io qui a morire in questo letto, tossendo come un pazzo, il petto che mi pare vada in fiamme. Ho terribilmente male. Sono come senza forze.
Dei passi che si allontanano, altri che si avvicinano. La porta che cigola, Halle…
Avanza con passo deciso, vari flaconi colorati dall’aria inquietante in mano fino al mio letto, mentre la guardo con i miei occhi arrossati.
Li lascia cadere sulle coperte, mi accarezza il capo fradicio di sudore.
Tossisco.
“Come stai, Near? Ti fa tanto male?”
Che voce gentile e apprensiva…
Poche altre volte la gente ha usato questo tono nei miei riguardi. E’ triste pensare che questa è l’ultima volta che lo udirò, quest’intonazione dolce e pacata, intrisa di apprensione e … pietà?
In risposta alla sua domanda lascio un lungo e agonizzante colpo di tosse, la gola che mi brucia in modo esasperato.
La donna abbassa lo sguardo, quasi fosse incapace di guardarmi soffrire.
La sua mano tiepida e soffice stringe le mie dita sudate.
“Il dottore mi ha detto di darti queste.” raccogliendo i flaconi di medicine appoggiati al materasso. “Vedrai, ti faranno stare meglio…”.
La osservo. La scruto. Lei, una donna così giovane e incredibilmente bella, per la prima volta nei panni della madre. La prima, e probabilmente anche l’ultima, conoscendola.
Ma, soprattutto, la prima e l’ultima volta in pena per me.
“Non le voglio.” mormoro con un sottilissimo e quasi impercettibile filo di voce, tossendo.
Come se quelle possano servire a qualcosa… Antidolorifici.
Per farmi crepare senza agonizzare troppo?
“Near, ti aiuteranno…”
“Ho detto che non le voglio.” ripeto, portando timidamente un dito ai capelli argentei, arricciando convulsamente un ciuffo, senza il coraggio di fissare troppo intensamente quei suoi grandi occhi chiari, candidi, di quello strano color zafferano. “Non serviranno a niente, e lo sai.”
Mi guarda tristemente. Ho l’impressione che si metterà a piangere da un momento a l’altro, eppure sono certo che non lo farà.
Ritira la mano curata, sconsolata. Voleva aiutarmi… Non importa, nulla importa davvero più.
“Te le lascio sul comodino… Dopo magari potresti anche provare a…”
“Lo so che sto per morire, Halle. E’ inutile che tu faccia finta di niente. Ho ascoltato le parole del dottore… E poi me lo sento dentro.”
La mia voce, di solito dal tono femmineo e morbido, ora è rauca, flebile, affaticata, non sembra nemmeno mia.
“Mi dispiace tanto, Near… Io… Io non so cosa fare…”
Si copra la bocca. Povera sfortunata Halle. L’unica donna che a me tenga un minimo. L’unica ad essermi vicino, vicino ad uno come me, che non può darle niente in cambio, nemmeno l’affetto…
Mi chiedo perché ora non sia anche lei con Jevanni chissà dove, a farsi la sua vita tranquilla. No, lei è qui a disperarsi per me.
“Non devi fare niente… Puoi andare… Non c’è bisogno che tu resti qui a vedermi morire.”
“Aspetta! Io devo… Oh Near… Devo… Devo dirti…”
La sua mano destra serra ora la mia, la sinistra appoggiata delicatamente sulla mia guancia bollente.
Tossisco ancora, più forte. Che sofferenza, fa sempre più male, sono esausto…
I suoi occhi sono intrisi di un sentimento impossibile da definire. Sento solo che mi dispiace, mi dispiace sinceramente per lei, soprattutto perché non saprei come ricambiare tanto incondizionato amore tutto d’un tratto. Io non ho mai amato nessuno, quando ne ho avuto il tempo… e anche ora, che di tempo non ne ho più, rimarrò ancora solo.
Questa è la mia vita. In poche, semplici parole.
Cinica, desolata e vuota. Ed essenzialmente sola.
“Near, io… devo dirti una cosa.” sussurra febbrilmente, accarezzandomi teneramente il viso.
“Cosa?”. Ed ecco qui. Un nuovo motivo di infelicità. Me lo sento, altrimenti non le sarebbe tanto difficile parlarmi.
“Non…non ci rimarrai male, Near?”
Non rispondo.
Che domanda stupida. E’ ovvio che ci rimarrò male, soprattutto in un momento come questo, segregato in questo letto, soffocato dai miei giocattoli, una condanna di morte sulla fronte.
Mi limito ad arricciarmi i capelli, osservandola stancamente.
“Near…Io… sono incinta.”
L’ennesimo colpo di tosse violento, che mi costringe questa volta a piegarmi in due.
Premurosa come sempre, Halle scatta a rimettermi immediatamente sdraiato con la testa ben appoggiata in mezzo ai cuscini, asciugandomi le labbra con un fazzoletto preso dal mio comodino.
Lei, proprio lei, Halle… Incinta. Mi ha preso totalmente alla sprovvista. L’ho mai immaginata come una vera persona, con delle voglie, delle pulsioni sessuali, degli istinti? No. Anche lei per me, non è mai stata altro che un giocattolo ai miei occhi…
Ok, devo comunque mantenere la mia solita calma. Devo essere razionale come sempre, dirle ciò che lei vuole sentirsi dire, senza tradire la mia sorpresa. Che senso avrebbe farla soffrire ora? Anche se è inutile dire che sono tremendamente geloso di quella piccola vita che cresce nel suo ventre ad ogni istante…
Avrà tanti anni davanti a sé, per prima cosa, mentre io sono finito senza mai aver sul serio vissuto.
E poi… Ho un sospetto terribile. Forse ho già capito… E la cosa mi fa maledettamente male.
“E’ lui il padre…?”
“… Si.”
Lo sapevo, lo sapevo… La cosa mi distrugge, mi dilania dall’interno peggio di questa malattia.
Una lacerante fitta al petto.
Straziante.
Acutissima.
Agonizzante.
Eppure non credevo che una cosa del genere potesse farmi tanto soffrire… dopotutto, Halle ha il diritto di vivere la sua vita, esattamente come lui…
Volto la testa dall’altra parte, per nascondere le smorfie di rammarico che involontariamente mi segnano il viso. Non lo faccio apposta… Solo che sto tanto male…
“Near… Io…”
“Non ha importanza.”
“…Mi dispiace! E’… imperdonabile! Avrà minimo 10 anni meno di me, però… Ascolta… Lui non mi ha nemmeno sfiorata, sono stata io che…”
“Non c’è bisogno che ti giustifichi. Piuttosto, ne sei sicura?”
Non dice niente. Si limita ad abbassare il capo, i lunghi capelli biondi che le coprono il viso, mentre piccole lacrime trasparenti le solcano le guancie pallide.
Mi dovrebbe far pena, una vista del genere.
Lei, la donna che mi fa da madre in una situazione del genere… Dovrei apprezzare la sua sincerità, rattristarmi per tutto il dolore che sta passando e che le sto facendo passare…
Eppure…non provo pietà.
Provo solo disprezzo.
Eppure lo so,lei non ha alcuna colpa… ma non riesco a non dolermene, se penso che il padre del figlio che ha in grembo è lo stesso che ho visto per tanto, troppo tempo…
E che vorrei vedere ancora…
“Ho fatto il test tempo fa. Era positivo.”
La sua mano liscia stringe ancora la mia, tentando futilmente di apportarmi una qualche magra consolazione, accarezzandomi la pelle con il pollice.
“Avresti potuto dirmelo prima della sera della mia morte…”
Abbassa lo sguardo, rossa in volto, completamente a disagio. Sono cattivo, me ne rendo pienamente conto, ma non posso, non ci riesco. Nemmeno in punto di morte riesco a sembrare amabile.
“Mi vergognavo tanto, ho sempre rimandato… Io sono dispiaciutissima, non immagini neanche come io abbia sofferto per questa cosa… Non dovevo, ho commesso un enorme errore…”
“…Perché… Perché?”
Una delle piccole e discrete lacrime che le bagnano il viso mi cade sul palmo della mano, ancora cinto dalle sue dita. Ritiro il braccio, offeso, arrabbiato, deluso.
Mi avevano abbandonato.
Ero solo, fino all’ultimo.
Loro, le persone più vicine a me, si erano coalizzate, lasciandomi da parte…
Non mi avevano detto nulla. Ero … fuori dai loro pensieri, dai loro fatti.
Ed ora, solo ora, la notte in cui muoio, questa donna viene a parlarmene. Perché?
Per utilizzarmi, come uno scarto adesso…
“Near… Credimi, mi dispiace tantissimo… So che è doloroso per te, tu eri molto legato a lui, ma … cosa devo fare?? Io… non so…”
“Di sicuro ne avrete parlato. Fa’ come vi siete detti.” dico, con la voce spezzata, un tono insolitamente basso e duro.
Gli occhi gialli di Halle mi fissano impauriti e disorientati.
“Avevo provato a parlargliene, ma lui… mi evitava, ha soltanto detto che non gli interessava la fine del bambino, bastava che non glielo scaricassi a lui… che aveva altro a cui pensare…”
La donna scoppia in un pianto rotto.
Anche adesso, nel vederla con quel suo bel viso grondante di lacrime, rosso di pianto e il trucco colato, non riesco a provare il minimo sintomo di pietà.
“Cosa devo fare??” domanda ancora, tentando di ricomporsi, asciugandosi il volto.
Abbasso lo sguardo. Non posso far altro.
Non ho il coraggio di sopportare la vista di quella faccia, di quegli occhi così carichi di tristezza, una malinconia che non so condividere.
Mi fa paura il mio stesso crudo cinismo, ma è così.
Tossisco, portandomi debolmente una mano alla bocca.
“Tienilo. Lui vorrebbe così.”
La vedo tremare leggermente, guardandomi, avvicinando il viso al mio.
“Davvero? Ne sei…?”
“Era molto legato a queste cose, teneva moltissimo alla religione, non credo che avrebbe accettato volentieri un aborto. Sono certo che vorrebbe che tu lo tenessi.” sussurro, tossendo nuovamente, ancora più forte, tanto da piegarmi in due sul letto.
Lei avvicina una mano, tentando di aiutarmi.
Rimane in silenzio, senza sapere cosa dire.
Già, non dev’esser facile per lei.
Sapere di essere incinta… di un uomo completamente disinteressato, già morto… Parlarne a me, che anch’io sto per abbandonarla…
Ma per me? A me chi ci pensa?
Chi si preoccupa più di questo ragazzino bianco perennemente odiato da tutti?
Cosa posso provare in questo momento io, io, che poco prima di morire devo scoprire quanto sono stato ingannato e tenuto all’oscuro, dalle uniche persone che credevo mi amassero?
Io, che per scovare Kira devo pagare con la vita…
Anche se… non sono l’unico, dopotutto.
Mi torna in mente il suo viso, quegli occhi azzurrissimi e glaciali, i capelli biondi che gli contornavano il volto… Accanto a lui, un ragazzo dai capelli rossi e una sigaretta tra le labbra…
E ancora, un uomo alto e sgraziato, con capelli neri come la pece e profonde occhiaie…
Socchiudo le palpebre, stancamente.
Beh, forse è quello che mi merito, dopotutto…
Quello che mi merito, per aver combattuto con qualcuno di più grande.
Troppo forte per me, che anche da sconfitto è in qualche modo riuscito a battermi… Morire in questo modo, adesso… E’ davvero Kira che mi punisce? Mi viene davvero da pensarlo. Alla fine, per uno strano scherzo del destino è riuscito a raggirare anche me.
La guardo. Ha smesso di piangere, ma il suo volto è ancora segnato dalle righe di matita nera colata. Anche il rossetto è un poco sbavato.
Sicuramente l’ho rassicurata ora. Si terrà il bambino visto che sono stato io a dirglielo, ne sono certo. Il figlio di… E io non potrò nemmeno vederlo.
Magari gli assomiglierà… Avrà i capelli biondi, è sicuro. Sono curioso di sapere come verrà fuori, ma la mia voglia non potrà mai venir saziata.
“Halle… Puoi andare adesso.”
“Io posso restare, non mi va che resti solo proprio in questo momento. Mi prenderò cura di te…”
Cerca di sorridermi, ma quella che ora viene fuori è una smorfia tirata di lato. Mi accarezza dolcemente i capelli, come farebbe una vera madre.
“No. Esci. E’ meglio per tutti. Ritorna domani mattina.”
Sarò morto, domani mattina.
Lo so, ne sono certo.
E anche lei lo sa. Ma non avrà mai il coraggio di dirmelo.
I suoi occhi si inumidiscono di quelle che sono probabilmente pietose lacrime nei miei confronti, lacrime che riescono addirittura a schifarmi.
Non voglio la pietà di nessuno, io.
Sono vissuto solo, e morirò solo.
Poi, in un avventato gesto di gentilezza, avvicina il volto al mio e mi lascia un piccolo, innocente bacio sulla fronte bollente.
Già, credo che sarebbe stato quello che avrebbe fatto una vera madre.
Quello è… il primo gesto di vero affetto che ricevo in vita mia.
Alla fine di tutto, quando ormai non ho più la possibilità di imparare a ricambiare amore, mi accorgo che da qualcuno sono amato…
Non è una cosa crudele?
Halle mi abbandona, mi lascia al mio destino, allontanandosi dal letto e uscendo lentamente da quella piccola stanzetta che puzza di malato, senza guardarmi più in faccia.
Devo avere un’aria così miserabile che anche il solo osservarmi deve far pena.
Mi faccio schifo da solo, per la stupida morte che mi sono cercato, per il modo in cui affronto la mia fine. E’ terribile, questi momenti carichi di una angoscia mai provata prima…
Questi sono gli attimi di attesa per un condannato che deve salire al patibolo.
Ed io aspetterò, ascoltando il fuoco scoppiettare nel caminetto acceso che illumina flebilmente la camera, pensando al mio passato, al presente, al futuro che mi perderò.
Sono decisamente troppo giovane per morire. Soprattutto per una scomparsa così stupida…
Ma io dopotutto non ho più diritto di vivere di qualsiasi altro uomo.
Forse, una volta in quella che chiamano ‘Pace Eterna’, sarò più felice che qui, in questo mondo allo sfacelo, dove la vita umana ha un valore inferiore ad oggetti e denaro.
E poi… ora che ci penso… non sarò solo come qui.
Infilo debolmente una mano sotto il cuscino, estraggo ciò che avevo lasciato lì a farmi compagnia.
Due piccoli pupazzetti di plastica, brutti al guardarli, dissimili dalla realtà, che raffigurano un bambino con i ricci bianchi e i larghi vestiti lattei, e un ragazzo dai dorati capelli a caschetto, e occhi di un azzurro chiarissimo.
Mello… Anche lui, chi l’avrebbe mai pensato che avrebbe ceduto anche lui alla bellezza di Halle? Non lo avrei mai immaginato, mai e poi mai. Non lui, non Mello. A lui che le ragazze non erano mai interessate, proprio con Halle…
Ho mille pensieri su di lui nella testa che mi sta scoppiando. Immagini che non vorrei vedere, Mello e Halle, nello stesso letto, strani suoni, ansiti e gemiti… I loro corpi sudati incollati uno contro l’altro, lei che cerca disperatamente le sue labbra con le proprie, labbra che nella sua superiorità netta si rifiuta di donare… Perché Mello sapeva solo prendere quello che voleva, senza dar nulla in cambio, è sempre stato così. Lei cerca amore in quel gesto disperato, e non si accorge… Possibile? Io lo vedo, capisco dall’impeto che ci mette che non lo fa perché la ama! E’ pura possessione fisica, violenza… Basta!!! E’ orribile, non voglio sentire né guardare, non voglio pensare!
Mello… Ho sempre desiderato che si avvicinasse a me e mi dicesse una parola gentile, una sola! Mi sarebbe bastato un “Bravo Near.”, niente di più! Invece, mi ha sempre e solo disprezzato e fatto tutto il male di cui era capace, mentre io lo ammiravo come un idolo! Ci metterei la mano sul fuoco che ha fatto apposta a non usare alcuna precauzione e metterla incinta. Tutto solo per farla pagare a me…
Io non credo di essermi mai meritato tutto quell’odio da parte sua, perché io…
Con un gesto rabbioso butto la statuetta bionda nel caminetto, per scoppiare successivamente in un altro attacco di tosse furioso.
Sfrigola lentamente… Che strano scherzo del destino. Lui ha fatto esattamente la fine di quell’immagine plastica che lo raffigurava. Hanno ritrovato il suo cadavere quando l’incendio in quella chiesa maledetta era stato domato. Le foto che mi mostrò Jevanni per vedere se lo riconoscessi sono tutt’ora impresse vivamente nella mia memoria. Quel volto anche se non c’era più nemmeno un centimetro di pelle che non fosse ricoperta di piaghe e croste nere era ancora riconoscibile ai miei occhi. Oltretutto incastrata al collo c’era ancora una catenina di grani che terminava con una piccola croce ossidata dalle fiamme… Il suo rosario… Non poteva essere nessun altro.
Poco prima anche Matt, il suo inseparabile amico era stato ucciso. Lo avevo visto sullo schermo in diretta dal quartier generale. Anche la sua non si poteva certo definire una bella morte…
Ridotto ad un pezzo di carne da macello, con mille pallottole che gli perforavano il corpo, tutto per salvare il suo prezioso Mello… Già, l’esempio della più assoluta fedeltà fin dai tempi della Wammy House con il suo caro amico… mai una volta che si separasse da lui… e mai una volta che il biondo lo respingesse…
Erano due ragazzi così diversi, eppure ero certo che non sarebbero potuti vivere separati.
E questo per me era… insostenibile.
Insopportabile, che il mio unico amico mi odiasse.
Insopportabile, che preferisse un altro a me.
Insopportabile, che io per una volta non fossi il primo… almeno per lui.
Si, ero sempre stato geloso di Mail Jeevas. Lo avevo sempre odiato, perché lui aveva l’affetto della persona a cui volevo bene.
Ma alla fine era così.
Mello non mi voleva, preferiva il suo amato rosso, il suo fedelissimo Matt, colui che aveva rinunciato alla vita per lui. E in effetti, aveva ragione.
E’ triste, ammettere a quale punto arriva la mia insensibilità, ma io non sarei mai stato capace di morire per qualcuno. Nemmeno per quel mio rivale, per Mello, per Miheal.
L’unico per cui probabilmente provassi dell’affetto.
Anzi, si può dire che è stato per me se è morto. Per aiutarmi nelle indagini, per farmi continuare a vivere e battere Kira anche per lui.
Eppure…
Quando mai sono stato veramente amato dal biondo?
Non mi ricordo di una sola volta in cui quel ragazzo abbia, non dico ricambiato ciò che provavo per lui, ma almeno accettato la mia presenza.
No, io per Mello ero un oggetto, una delle tante persone che ha usato per i suoi fini… Io gli servivo per mettersi in gioco e competere con me, non certo perché provasse qualsiasi tipo di affetto.
E… mi duole dirlo, mi spaventa pensarlo, ma forse io, l’unica volta che ho amato, è stata per la persona sbagliata.
E quella persona era lui, l’unico che probabilmente non avrebbe mai voluto contraccambiare.
Perché lui… mi odiava.
Ne sono sicuro, mi odiava e mi ha sempre odiato.
Odiava me, il mio cinismo, la mia freddezza, la mia rigidità di calcolo che mi portava sempre a batterlo.
Detestava il mio essere perennemente primo, la mia ottica così insensibile e razionale, così diversa dalla sua…
Mi viene da piangere. Sento gli occhi bruciarmi, piccole lacrime insicure imperlarmi le iridi nere.
Ma non piangerò. Non ho mai pianto, non vedo perché dovrei morire con meno dignità di quella che avevo in vita.
Anche se mi viene da pensare… Io ho avuto una vita dignitosa?
19 anni passati a cercare di assomigliare al mio idolo, una figura già morta, uccisa dal mio stesso assassino, seppur in maniera diversa.
L. Il grande, invincibile, meraviglioso L.
Colui che portava la giustizia, il grande detective… già, non lo avevo nemmeno mai visto come una persona umana, con i problemi di chiunque, con un cuore e dei sentimenti.
No, lui era il mio Superman… il mio perfetto modello da ammirare.
Ma in realtà era un uomo come tutti, con pregi e difetti, che talvolta perdeva e veniva sconfitto, a dispetto di tutte le volte che lo avevo criticato.
Eppure, dopo aver conosciuto Yagami Light, sono certo che L non è morto perché è stato battuto da lui, come ho sempre pensato…no.
L è morto comunque con dignità, perché ha rinunciato volontariamente alla vittoria, lasciando che continuassimo io e Mello il suo lavoro.
E tutto questo perché… L amava Kira.
Amore.
Come si può provare un sentimento del genere per il peggiore tra gli esseri umani di questa terra? Come si riesce ad amare un assassino?
In effetti anche Miheal lo era… eppure sono certo di averlo amato, e di amarlo tutt’ora.
Perché oltre agli sbagli che commetteva, rimaneva comunque Mello. Il mio Mello.
Il mio amico e nemico, avversario e complice.
A questo punto credo che anche Kira fosse così, nonostante mi riesca difficile pensarlo…
Ora che noto, tutta la gente attorno a me ha dato e ricevuto amore, almeno una volta nella vita.
Anche L, che pensavo fosse tanto simile a me, è riuscito ad amare nonostante lo stile di vita che faceva.
Perfino Yagami Light c’è riuscito. Si, credo che per meritarsi l’affetto di L lo avesse anche ricambiato.
E Mello, Mello ha donato amore nella sua vita, anche se era preso da questo caso…
Ma io?
Io non sono capace di provare alcun tipo di pietà, pena, tristezza, bontà, affetto per nessuno.
L’unico a cui ero pronto ad offrirne era anche l’unico che non la voleva.
La mia è stata una vita vuota, dove al centro c’ero io e i miei problemi, io e i miei casi, io e il mio dolore. E basta.
Sono un egocentrico solo, detestato da tutti, circondato da persone che mi mostravano maschere sorridenti e null’altro, perché obbligate a starmi vicino e a rispettarmi.
Che inutile vita.
Mai dato affetto e mai ricevuto.
Tutto perché ero troppo preso da affari che non mi interessavano, per soddisfare la mia solitudine, che non ho mai visto la possibilità di condurre una vita normale, o quasi, provando le emozioni e i sentimenti di qualsiasi comune uomo.
Perché tutti ci sono riusciti e io no?
Perché sono sempre stato così irrimediabilmente solo?
Ma ormai è finita. Anche volendo, non c’è più tempo per rimediare a certi errori che mi hanno condannato ad una vita infelice.
Avrei solo… voluto sorridere un po’ di più.
E non i sorrisi che facevo quando risolvevo un caso o mi veniva un idea. No.
Il sorriso di una persona felice, quello che non è mai passato sulle mie labbra.
Ma adesso piangersi addosso che importanza ha?
Ho male, tanto male, troppo male. Sono senza forze. Respirare è diventato impossibile. Non ci riesco più, solo inspirare è un’impresa titanica per il mio piccolo e malandato corpo.
Mi accascio in silenzio, ansimando, in mezzo al grosso cuscino.
Ogni colpo di tosse mi raschia la gola. Ho paura di sputare i polmoni da un momento all’altro, come se fosse possibile…
Non ce la faccio, non ce la faccio davvero più. Non riesco a muovermi, il cervello non vuole più saperne di formare pensieri complessi. Poche parole viaggiano nella mia mente: fine, male, Mello, Near, inutile, morte.
Il petto… E’ come in fiamme. Ho male, non ci arrivo, l’aria non ci vuole più arrivare agli alveoli, io…

Sento di essere finalmente leggero, eppure… Sono di nuovo solo.

Autore: yoko;

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