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Atto Primo

Atto Quinto

“È stancante per te venire qui così spesso, Mat?”

“No, anzi… devo dire che mi fa sentire bene, mi fa capire. Anche se credo sia arrivato il momento di smettere di capire, sento di essere ad un buon punto, ottimale”

“Davvero? Sono stato così utile?”

“Sei stato un ottimo amico, sì”

Ancora ricordo l’odore acre della vernice bianca sulle pareti del suo nuovo studio. Trasferito per colpa dell’affitto troppo alto e incomprensioni con i vicini, ricordo mi disse. Non era niente di che: una stanza rettangolare poco più grande dell’altra, ma rinchiusa in un cerchio di palazzi dove il sole spennellava di arancio le finestre solo poche ore al giorno.

“Ti piace? Il colore l’ho scelto io”

“Ma dovevi per forza fare il soffitto blu? È… da bambini”

“Il blu è un colore rilassante, e poi fa venire in mente il cielo, per uno studio al secondo piano penso sia essenziale avere un cielo a portata di mano”

“Bè, allora agli attici cosa fanno? Pitturano le mattonelle del pavimento di azzurro, così hanno il mare?”

E i vestiti impregnati dell’odore di nuovo, di pulito. Magliette ridotte a mezze maniche ed i giacchetti leggeri. Il tempo di qualche mese, di qualche istante più breve degli altri, per farmi sfuggire persone che sto lottando per riconquistare. Ora so di conoscermi abbastanza da controllare ciò che di me fa male agli altri.

“Bè, buon compleanno Mat”

“Oh… buon compleanno”

“A me lo dici? Oggi sei nato tu, mica io!”

“Eh? Ah sì! Scusa… pensavo”

“A cosa?”
“Che oggi è il mio compleanno e tu hai un pacchetto sulla scrivania”
“Ti preoccupa?”
“Tantissimo… rischi di essere gentile e fare anche la parte del simpatico così”

Il pensiero, ho imparato, è suddiviso in fantasie, sogni ad occhi aperti, ragionamenti e problemi. Quest’ultima parte, mi hanno fatto notare, è in realtà quella che io ho in testa di meno.

Pensare quindi per me è ragionare sognando. Il dubbio che mi hanno lasciato è se sono io un caso raro oppure è il mondo un luogo comune di persone che credono di avere mille problemi?

“Scrivi, quindi…”

“Mi sembra più che giusto scrivere alla mia età, no?”

“Dipende… scrivere porcate non allena il cervello”

“E cosa allena?”
“Una cosa che hai tra le gambe e che non vuoi usare”

“…imbarazzante come risposta”
“Imbarazzante? Mai quanto me quando devo dire certe cose ai miei figli”

Le fantasticherie servono per sfogare la tensione del non poter realizzare certe cose e, secondo Freud e la sua combriccola di schiavi, i sogni servirebbero a non accumulare lo stress delle fantasie irrealizzabili. Complicato da capire?

È molto più difficile da notare.

“Stanotte t’ho sognato, Dio, che incubo”

“Perché? Che succedeva, Mat?”

“Mi rincorrevi con un coltello in mano”

“Oh… e perché?”
“Ti avevo incendiato lo studio e distrutto quelle fottute sedie in pelle”

“… mi stai prendendo per il culo”
“NOOO… te ne sei accorto, c***o!”

Eppure il tempo è stato generoso con me. Mi ha regalato un carattere dolce, nonostante tutto. È stato generoso… e buono, è passato così in fretta che il dolore lancinante dei ricordi si è fatto sentire poco. Talmente poco da riuscire a scordarlo per qualche settimana.

“Ti ama il tuo ragazzo?”
“Ohhh… pessima domanda da parte dello psicologo, meno cento punti”

“Perché?”
“Il mio ragazzo è qualcosa che tu non dovresti conoscere”

“Non siamo amici?”
“Siamo amici, non VERI amici, quindi tutt’al più posso permetterti di curiosare nella mia testa… nella mia vita decido io cosa farti vedere e cosa no”

Ricordare quante volte sono andato in quello studio è difficile tanto quanto rispondere alla domanda “come va” in maniera sincera. E con il tempo mi si è scaldato il cuore, la gente ha iniziato ad approfittarsene del mio non essere più freddo e distaccato. I miei “amici” più recenti – i meno fortunati credo – riescono anche a pensare, ed affermare spesso, che io sia un po’ stupido. Chi mi conosce veramente sa invece come imbarazzarmi di complimenti.

“È freddo qui dentro… non hai un termosifone?”

“Il termostato è a ventitre gradi… sicuro di stare bene?”

“Dopo due ore ininterrotte parlando di me è impossibile che io stia bene, chiaro?”

I ricordi hanno fatto spazio ad altri ricordi, e questi hanno fatto spazio ad altri ricordi ancora. A volte mi sento pieno di cose inutili, e provo a dare una spolverata a quegli angoli di memoria che non mi servono più. Sfortunatamente, finisco sempre per spolverare ricordi recenti e far ritornare a galla quelli più spiacevolmente passati.

Volti, frasi, situazioni, vite incrociate alla propria… è tutto una confusione alla fin fine. Ovunque, comunque.

“Sono sempre confuso Lorenzo… sempre, nonostante tutto quello che faccia”

“Essere confuso ti rende fragile?”
“Molto…”
“Hai qualcuno che ti può proteggere?”
“Accanto?”
“Bè… nella tua confusione”

“Ho… sì, credo di sì”

“Allora continua ad essere confuso, passerà e rimarrà solo ciò che di solito ti rimette a posto le idee”

Eppure sono sempre io. Ma tutto mi cambia, non riesco neanche ad avere un aspetto abbastanza decoroso da farmi passare davanti uno specchio e fermarmi ad osservare in silenzio i miei difetti.

“Caffè o thè?”
“Thè… il caffè mi innervosisce, aumenta ciò che di me non mi piace”
“Se c’è qualcosa di te che non ti piace, Mat, dev’essere per forza l’essere troppo maturo per l’età che hai”

“Chi l’ha detto?”
“Lo leggo dove gli altri non arrivano…”
“Nel cuore?”
“No, figuriamoci… nella tua testa”

Se abbia sbagliato o no non credo di doverlo dire così, di botto… si vedrà col tempo. Si dice che i pesci si dirigono verso le spiaggie quando il loro tempo sta per finire; quando il mio tempo starà per finire sono sicuro mi dirigerò verso il giudicare senza pensare.

Dopotutto è la giovinezza la forza che per ora mi mantiene vivo, ed è la giovinezza che mi porterà avanti forse tutta la vita; la velocità con cui gli uomini possono invecchiare è relativa al tempo che trascorrono nei loro pensieri più tristi e nei ragionamenti.

Quando la mia giovinezza finirà, prometto a me stesso di voltarmi e correre verso la spiaggia più vicina.

“È colpa mia se non riesco ad essere lo stesso con te e con gli altri? Cioè…”

“Fermo. Dimmi… di cosa stavamo parlando?”
“Di quando voglio rimanere in silenzio, ascoltando solo gli altri parlare”
“Hai capito ora perché vuoi questo?”
“…ovvio che no”
“Allora o menti sul fatto di essere diverso con me e con gli altri, o menti sul voler rimanere in silenzio per ASCOLTARE gli altri”

“O ancora più probabile che l’ascoltare sia un modo per nascondere il mio essere diverso”

Analizzare le persone dopotutto non è molto diverso dal conoscerle come un amico… anzi, forse la difficoltà dell’aiutare chi viene da te con chissà quale problema è proprio nel doverle accettare per come sono. Un amico deve fare lo stesso, ho visto.

“Allora questo… è un arrivederci, Mat?”
“Non so… mi mancheranno i tuoi occhi verdi e il tuo sorriso da s*****o, quello è sicuro”
“Bè… sono qua, sia io, che gli occhi, che il sorriso. Sono la tua mente dopotutto, forse ormai funziono meglio io che quella, eh?”
“Mi stai dando del deficiente?”
“… insomma, passa da me quando vuoi, o al massimo…”
“Ci si vede in giro”
“Sì… direi di sì”

Voltare pagina non è poi chissà quale passo avanti. È finire il libro senza fermarsi alla copertina la vera impresa.

“Ti voglio bene, Matthew!”

“… e dire che stavo per uscire dalla stanza salutandoti come si saluta un amico”

La porta si è chiusa nello stesso istante in cui ho capito che non era grazie a lui ed al suo studio riverniciato se potevo dire di conoscermi un po’ di più.

Se potevo dire di essere cambiato, era forse – e solo – grazie alle parole che avrei voluto sussurrare ad ogni persona cara in partenza dalla mia vita.

Io… spero tanto di rivederti prima o poi.

A presto.

Autore: Ukeboy

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