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Atto Primo

Atto Quarto

Rientrai nella stanza, girando con il cucchiaino il liquido che da pallido giallognolo si scuriva, diventando di un vago marrone tendente al nero. Due palline di zucchero.

“Sì… non ti preoccupare, stasera risolviamo, sta’ calma e tutto andrà bene, te l’ho sempre detto, no? Rimani tranquilla, ci penso io. Ok ciccia?” alzai lentamente la testa con il terrore che stesse dicendo a me. Fortunatamente notai quasi subito la spia blu dell’auricolare che portava all’orecchio. Era girato di spalle rispetto a me, osservando distrattamente fuori la finestra mentre parlava a quella che pensai fosse sua moglie.

“Dai, sto lavorando… ho il figlio di una mia amica qui e c’ho da fare un bel po’… sì, ok… ma dai, fai quello che vuoi stasera, dai, scegli te, non importa” chiusi la porta in silenzio e mi andai a sedere, senza farmi notare.

“Ma tu stai tranquilla… ci pensa il tuo ciccio, ok?” sorrisi e avvicinai il bicchiere alle labbra, sentendo il calore farle diventare incandescenti.

“Ci pensa il tuo ciccio… gnègnè..” sussurrai, bevendo un goccio e scottandomi la lingua. La sensazione di quel calore che scendeva nel mio corpo mi fece rabbrividire.

Spinse nuovamente un piccolo bottone dell’auricolare, facendo spegnere la luce, e si voltò verso di me, sorprendendosi ed iniziando a sorridere, ma non da imbarazzato. Da coglione che si sente superiore, come suo solito.

“Che carino che sei…” dissi sarcastico, cercando di dare un sorso intero al thè, scottandomi di nuovo. Possibile non si fosse freddato ancora?

“Era mia moglie, e ci amiamo… così lei mi chiama ciccio e io la, diciamo, devo chiamare ciccia. Hai mai avuto ragazze che ti chiamavano con nomi strani? O ragazzi…” si riaccomodò sulla sedia, togliendosi l’auricolare dall’orecchio e posandolo vicino il registratore, spento.

“Non accendi il registratore? Non è una domanda d’analisi questa?” il suo sorriso si camuffò in qualcosa misto a serio e intenerito, forse cercando parole semplici per rispondermi, quasi pensasse io fossi un menomato mentale.

“Non dovresti prenderla così sul serio Mat… io voglio solo chiacchierare, chiarirti i dubbi… perché dovrei analizzarti, registrare le tue parole, tirare fuori il tuo profilo… a che scopo, perché trattarti come le persone che vengono a chiedermi aiuto?” questa volta bevvi metà bicchierino, sentendo il corpo scaldarsi all’istante e la lingua lessarsi. Tuttavia non bastò a trattenere il veleno – o forse sputare un pensiero doloroso – che sentivo dentro.

“Perché forse prima del loro aiuto viene il mio, se davvero sei così tanto mio amico” appoggiai il bicchiere sul tavolo, pulendomi le labbra con il dito e intrecciando le mani, guardandolo fisso nei suoi smeraldi. Tentai di nascondere la paura di scompormi.

“Già… e chi ti dice che io non voglia dartelo, il mio aiuto?” non riuscii a reggere il suo sguardo, mi faceva innervosire, sempre con le sue risposte pronte, sempre con l’aria di chi quelle cose le ha già sentite. Se la vita di solito riserva sorprese, a lui ne aveva riservate talmente tante che poteva rimanere impassibile a tutto. E se mi fossi suicidato davanti i suoi occhi?

“Me lo dice il fatto che mi piacerebbe tu registrassi ciò che dico… me lo dice il fatto che ancora non hai capito…” alzai un momento lo sguardo, incrociando il suo volto senza davvero volerlo. Era serio, immobile, spettatore di una disfatta in pieno stile “io ti conosco meglio di te stesso”.

“Ah… lascia stare. Che ore sono?” mosse il braccio destro, riaccendendo il registratore, dopodichè squadrò l’orologio che teneva sul polso, mantenendosi sempre serio.

“Sono le sei meno dieci, manca ancora un’ora. Eravamo rimasti?” sentii il cuore diminuire i battiti, riprendendo a pompare ad una velocità pressochè normale. Dopotutto forse davvero voleva essere mio amico. O forse voleva semplicemente permettersi il lusso di entrare ed uscire a suo piacimento, oltre che dalla mia testa e dalla mia anima, anche dal mio cuore.

“Finora, a quindici anni, ho avuto in tutto…” contai sulle dita, non riuscendo a ricordare con precisione. Lui mi guardò, leggermente a disagio.

“Li devi addirittura contare?” ricordai il numero, e venni un po’ sorpreso dalla sua domanda.

“Devo contare solo ragazzi veri o anche chi si è solo approfittato di me?” finalmente colsi un’espressione diversa sulla sua faccia. Non per molto, ma aggrottò le sopracciglia per qualche istante.

“Ma no, come approfittato di te, cosa intendi?” ripresi in mano il bicchiere del thè, dando un’altra sorsata.

“In tutto fanno otto” dissi, girando il bicchiere tra le mani. Il suo respiro si interruppe.

“Ti hanno fatto qualcosa che non volevi? Hanno abusato di te? Ti hanno…”

“La maggior parte sono state mie voglie sessuali che poi hanno, giustamente, espresso i loro giudizi su di me chiamandomi tr**a. Quindi un soprannome me l’hanno comunque dato, direi” ripresi fiato, continuando a guardarlo fisso negli occhi, mentre l’arancione della sera fuori la finestra si confondeva con l’ancora fioca luce dei lampioni. I lavoratori dentro le altre finestre erano ancora assorbiti dal ritmo del loro battere al computer, firmare carte, parlare con le persone, mostrare grafici… tutto sembrava in movimento frenetico in quel momento.

“I restanti due… bè, uno è il ragazzo che amo, l’altro è quello che mi ha condotto davanti al giudizio di Ixtab. Conosci le divinità maya?” non mosse un muscolo. Continuò a guardarmi come stesse rivedendo le sue teorie.

“Quindi nessuno ha abusato di te?”

“Quando intendi abusato intendi anche l’aver approfittato delle voglie del mio corpo e del mio cuore?”

“Smettila. Sai cosa intendo”

“No, perché mi hanno usato in tanti… devo dire che era anche divertente finché…”

“Basta! Smettila e dimmi” si alzò dalla sedia appoggiando le mani sul tavolo di legno ed avvicinandosi al mio volto.

“Ti hanno violentato, Mat?” il suo sguardo lasciava intendere il voler forzare quel comportamento così duro. Pensava di aver capito cosa serviva per farmi parlare.

“Solo un paio di volte, nel cuore, nella testa. Il corpo tutto ciò che hanno fatto è stato spogliarlo, ed eccitarlo” sorrisi, nascondendo il velo di tristezza nel ricordare scene di tempi ormai passati. Quando sarebbe arrivato il momento di poter dire di amare la stessa persona con cui vorrei perdere la verginità?

Era tutto lo stesso pensiero in quel momento.

Chiuse gli occhi, buttandosi nuovamente sulla sedia e portandosi il pollice ed il medio tra gli occhi, scostandosi un ciuffo di capelli più lungo degli altri.

“Sei un ragazzo difficile Mat… sei sempre nascosto, sei un labirinto. Mi spieghi cosa ti è successo per farti diventare così?”

“Ho forse detto che prima ero diverso?” finii il thè, appiattendo il bicchiere fino a romperlo, producendo un “crac” abbastanza forte.

“No, certo che no… senti” spinse il bottone del registratore, richiudendo gli occhi, come esausto. Mi sentii orgoglioso di ciò che avevo fatto.

“Ho da fare questa sera, ho un problema e devo risolverlo. Ti va di uscire una mezz’ora prima oggi? Così magari riposi il cervello…”

“O forse lo riposi tu. Per me va bene”

“Oh… Cristo santo… ma come fa il tuo ragazzo a sopportarti?” ridacchiai, alzandomi dalla sedia ed incamminandomi verso la porta.

“Non so… forse lui è peggio di me. O, forse…” misi la mano sulla maniglia della porta, vedendo lui alzarsi ed iniziare ad infilare la giacca di jeans nero.

“…lui sa come prenderti. Volevi dire questo, eh, piccolo bastardo?” risi nuovamente, aprendo la porta.

“Già! Dai che un giorno ci riuscirai anche tu, Lore’!” uscii dalla porta da vincitore. Quel giorno, per me, era veramente un bel giorno.

“Ci vediamo venerdì prossimo, allora!” la sua voce mi raggiunse appena in tempo prima di svoltare l’angolo del corridoio che dava sulle scale. Mi infilai anch’io il giacchetto di jeans, aprendo il portone del palazzo ed uscendo, accarezzato sul volto dalla brezza fresca di quella serata.

Autore: Ukeboy

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