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​Come irish mist che cola sul tavolo.


​Come irish mist che cola sul tavolo.

C’è stato un tempo in cui chiudere la porta di casa significava spogliarsi dei vestiti ingozzati di smog, fango e acqua sporca delle pozzanghere; e di Lockon Stratos.
Neil Dylandy si muoveva solitario e distratto fra i mobili, come un visitatore maleducato della sua stessa vita. Nudo e scalzo barcollava un po’ ubriaco sul parquet, incontrava spigoli, tappeti arrotolati, scarpe abbandonate e il letto, un divano, o anche una poltrona, quella incassata sotto la finestra, le molle allentate, la coperta all’uncinetto, le cazzate della sua vita ammonticchiate in un angolo a farsi compagnia come cimeli obsoleti ma mai dimenticati.
Neil Dylandy si addormentava con la bocca aperta e spossato dall’ubriachezza, e di ritorno dai suoi incubi non portava mai souvenir. Solo luci e ombre, rumori e volti che grattava via dagli occhi come il sonno residuo e il mal di testa del dopo sbornia.
Ma Lockon Stratos non si accuccia più sullo zerbino in attesa. Non aspetta più che sia pronto a riceverlo, a indossare di nuovo i suoi panni squadrati ma troppo comodi, l’odore di salsedine dell’abitacolo del Dynames, e una strana eccitazione.
Lockon Stratos lo segue dentro casa come un amante offeso, geloso, possessivo, e si arrampica negli spazi angusti lasciati liberi da Neil per occuparli abusivamente.
Neil Daylandy indietreggia dentro di lui come il suo accento irlandese si arrende fra le parole troppo sibilanti, troppo spigolose e temibili di una lingua che ha imparato ma che un tempo non sentiva sua. Lockon Stratos non è Neil Dylandy, ma Neil Dylandy non esiste quasi più.
Sbatte il mignolo nudo contro lo stipite, imprecando in un gaelico ancora gorgogliante e inconscio, sepolto sotto anni di buche scavate per seppellire un dolore ancora vivo, che si risvegliava come uno zombie in ogni angolo delle sue rese.
La sua camicia è solo leggermente sudata, i jeans non hanno conservato la piega del ferro da stiro ma sono puliti. Non c’è sangue, nè avanzi della distruzione che si è lasciato dietro. Non uno sbuffo di polvere, un calcinaccio, la nebbia bianca che si alza dal cemento morto e le travi di ferro ritorte come pugnali arrugginiti. 
Lockon Stratos non si lascia macchiare dalla morte. 
Neil Dylandy sprimaccia la camicia sporca di un sangue che non vede, ma scorre secco nei suoi polmoni, e avverte la puzza di urina di chi muore senza saperlo, e morendo scompare. 
Lascia cadere tutto a terra e svita il tappo zuccheroso dell’ultima bottiglia di Irish Mist comprata al mercato nero. Non sa se ne troverà un’altra.
Non gli interessa.
Non sa nemmeno se sarà vivo.
Ha ancora voglia di morte, e non è Lockon Stratos, allenato alla battaglia, ma Neil, il Neil Dylandy bambino impotente, inginocchiato sulle macerie della sua vita. Di morte e di sesso, come un velenoso cordiale da ingoiare in un sorso e lasciar espandere sotto la pelle.
Solo di avere la meglio su un altro essere umano, come chi prende senza mai dare e nell’egoismo gode di una pace totale.
Non è Neil Dylandy e non è Lockon Stratos.
Non sa chi è l’alcolista in crisi d’astinenza di morte e di sesso che si contorce nudo su una poltrona ricoperta di peli di gatti nati e morti prima che lui arrivasse in quell’appartamento. Accovacciato fra le pareti di un feto in cancrena che non riconosce più, avverte il basso ventre contrarsi in una morsa di eccitazione macabra. Un risveglio dei sensi artificiale e inspiegabile, inondato d’alcool scadente di contrabbando e pensieri di morte.
Lo sfida, fregandogli contro la pelle della coscia verso lo stomaco. 
Morte e potere sulla morte, che è l’antidoto alla paura e l’amante dell’adrenalina. Il compagno fedele della follia e del delirio. E di chiunque sia quel corpo sadico che prima apparteneva a Neil Dylandy.
La divorziata del 43B gli ha lasciato un biglietto sotto la porta, non sa quando. C’erano solo il numero di telefono e il suo interno, nemmeno il nome. La prima volta che hanno fatto sesso non è neppure entrata. Contro il muro, contro la porta, sul tavolino dove lascia cadere le chiavi quando torna stanco e fatica a chiudere Lockon Stratos sul pianerottolo. Veloce e impersonale. Lei gli ha morso l’orecchio e l’ha graffiato, concedendogli quella pace asettica infusa nel dolore che tanto ha in comune con la disperazione solitaria.
Ha emesso gemiti eccessivi, stuzzicando il suo orgoglio maschile pateticamente anestetizzato. Non ha cercato nemmeno di baciarlo, o di strappargli promesse vaghe e imbarazzate. 
Ogni tanto lo chiama e riempie lo spazio fra i loro appartamenti con passo discontinuo. Ogni tanto è lui a chiamare.
Riempire lo spazio, questo fanno, lo spazio di ore e di solitudini che non vogliono essere colmate, ma solo ingozzate e rigettate.
Neil sgomita fra le pieghe di Lockon, e lei forse fra le spoglie di una moglie tradita che non si sa più muovere nel mondo senza qualcuno accanto.
Nessuno di loro ama, perché non c’è abbastanza spazio.
Fa squillare il suo telefono tre volte e riattacca. Ancora nudo, ancora accovacciato, l’erezione in bilico fra l’arrendersi e il torturarlo all’infinito.
Potrebbe trovare pace e mettere a tacere anche quell’inutile sfoggio di masochismo, ma la pulsazione leggera che irradia dal suo inguine è calda e confortevole, e la prospettiva di svuotare il patetico ammasso di inutilità e dolore di quella giornata nel corpo di qualcuno è piacevolmente eccitante. Libera la mente dalla responsabilità di elaborare e i polmoni e il cuore da quella di sopravvivere.
Non sa quanto tempo è passato fra quel pensiero sornione e il campanello. Ma si alza con la pigra insolenza di chi ha aspettato troppo e spalanca la porta senza nemmeno sbirciare un vago imbarazzo nello spioncino.
Setsuna F. Seiei non si scompone di un millimetro per sua nudità, né tenta di distogliere lo sguardo dai suoi occhi arrossati sotto un ciuffo aggrovigliato di capelli ancora sudati.
Forse il bambino che è stato, di cui lui non conosce nulla, se non le manciate sfuggenti di orrore che riesce a strappare dal suo viso quando si perde nel ricordo, avrebbe chiuso gli occhi, distolto lo sguardo. Forse l’innocenza che ha perduto si sarebbe lasciata salvare per un attimo, colorando di un tenue imbarazzo la tonalità brunita dei suoi zigomi.
Forse, forse, forse.
Non è l’imperturbabile Lockon che prova vergogna per quell’istante, ma l’umano e fallimentare Neil Daylandy, il ragazzo colto in flagrante con un’erezione e una sbronza da smaltire.
Un’erezione che non accenna a rientrare nei ranghi e svetta fieramente all’altezza dello stomaco di Setsuna. 
Da qualche parte fra l’imbarazzo e la sorpresa, si sente umiliato. Setsuna, il suo imperturbabile piccolo Setsuna, indifferente e gelido Setsuna. Setsuna, che si accorgerebbe di un’ammaccatura sulla corazza di Exia anche se fosse invisibile all’occhio umano, e sembra a malapena consapevole della sua nudità. Della sua esistenza, forse, malgrado abbiano dribblato insieme la morte in una cabina di pilotaggio più volte di quante vorrebbe contarne.
Guardami Setsuna, non lasciarmi scomparire.
“Non hai risposto alle chiamate”
Ricorda vagamente il cellulare che squillava, nella nebbia apatica dell’Irish Mist. 
“Forse non c’è niente che possano dire che mi faccia cambiare idea” beve direttamente dalla bottiglia, il palato anestetizzato e screpolato dalla sabbia che ha respirato e dalla terra insanguinata che avrebbe voluto ingoiare. Brucia tutto, dalla lingua alla gola, allo stomaco. Si irradia in ogni centimetro di sterno come il primo sorso.
Confuso la lascia quasi cadere, ma alla fine la porge all’altro, in una provocazione muta e sogghignate, così inusuale per lui, che anche nelle sfide è onesto.
Setsuna rifiuta, annoiato, con un cenno del mento ancora privo di barba, il viso bloccato nel tempo di un ragazzino che non cresce. È infastidito da quell’umanità goffa che lo circonda, dalla vita di Lockon che diventa Neil, dalle cose di Neil, l’imperfetta sfumatura di esistenza di Neil. 
In mezzo alla stanza, appallottolati distrattamente, i suoi vestiti sembrano ancora puzzare di fumo e calcestruzzo, ma niente di quello che sente è vero, niente è reale.
Chissà se Setsuna si sveglia mai con le mani sporche di un ricordo di sangue.
Guardandolo muoversi senza peso nei ricordi della sua vita, gli occhi vuoti e morti di chi non ha che uno strato di umanità a cui attingere per non trasformarsi definitivamente in un Gundam, Neil si chiede se ci sia qualcosa di Soran Ibrahim fra le iridi di Setsuna F. Seiei. Qualcosa che è sopravvissuto ai crolli e le tempeste di sabbia e di cadaveri.
Si chiede di che colore sarebbero quelle iridi, se lo shockasse davvero. 
Se si impadronisse di quello spazio e di quel tempo, per testare l’umanità di quello che è sempre meno Setsuna e sempre più Exia, in una fusione malata di morte e invincibilità.
Si chiede se la tonalità della sua pelle diventerebbe rossa sotto i denti, se sanguinerebbe senza lamentarsi, se acconsentirebbe in silenzio in nome della vendetta di Neil, in nome del ritorno di Lockon Stratos. Se lo lascerebbe fare, se si lascerebbe toccare, se si piegherebbe a lui pur di riavere il suo compagno in battaglia.
Si chiede se farebbe tutto questo per Exia, perché di certo non lo farebbe per Neil.
Muove un solo passo ancora scalzo sul parquet da lucidare, briciole e capelli che brulicano sotto le palme dei piedi, un fastidio rincuorante e reale in quella nube di inetta incoscienza in cui si sente sprofondare.
Setsuna non indietreggia, nemmeno quando il corpo di Lockon lo raggiunge fino a toccarlo, un contatto umanamente troppo intimo per quel ragazzino inerte.
Eppure non si muove, e lo sfida, serio, inespressivo, nell’atarassia dei sentimenti e delle intenzioni. Sembra enorme, anche se è così piccolo che Lockon lo sovrasta in ogni direzione, e potrebbe avvolgerlo senza sforzo in una stretta che per l’altro resterebbe solo un’insignificante smanceria.
Ma Lockon non vuole il suo rispetto, il suo affetto. Non pretende di risvegliare la sua umanità o titillare la sua eccitazione. Neil lo vorrebbe, strappare dalla memoria di quel bambino l’orrore e la colpa. Neil lo costringerebbe a restare con scuse patetiche e chiacchiere, lascerebbe che si appisolasse sul divano e lo ascolterebbe dormire.
Veglierebbe quel sonno inebetito dal whisky e i sensi di colpa dei suoi stessi desideri.
Ma Lockon Stratos non può amare. 
Vuole solo avere la meglio su di lui, e piegarlo, e vincerlo. E prendere tutto quello che il mondo gli ha negato, dalla vendetta alla giustizia, l’amore, la pace, quella macchinosa felicità la cui accezione è stitica e primitiva, ma non trova un’altra parola per descrivere la sensazione, e si lascia abbindolare dall’uso.
Svuotarlo e riempirlo di sé, così che non possa dimenticarlo. 
Il coltello a serramanico di Setsuna gli punge lo stomaco.
Non ha parlato, non si è nemmeno mosso, ma Neil avverte la punta fredda di metallo contro il fegato. Non ha distolto lo sguardo, né ha cambiato il ritmo del respiro. Non è la lama di Exia e non è una battaglia, solo una lingua di acciaio e la sua carne umana.
Se solo sospirasse, probabilmente sgorgherebbe del sangue. Quello di Neil Dylandy, non di Lockon Stratos. Nella morte e nelle ferite subite e inferte non esiste difesa per Neil Dylandy. Nessun nome in codice, nessun passato da archiviare. Tutto, di nuovo, addosso, come le macerie di quell’esplosione. 
Preme contro la lama, avverte il dolore pungente per un secondo, quello dopo il calore quasi confortante del sangue che scorre silenzioso.
Poggia le mani contro il muro, ai lati del viso dell’altro, che ancora non ha guardato in basso né ha allentato la presa. Gelido come un pugno di mosche.
“Credi che me ne importi Setsuna F. Seiei. Di morire?” preme ancora, l’eccitazione ormai dimenticata che si risveglia contro la stoffa leggera della maglietta dell’altro. Vorrebbe che fosse la pelle, vorrebbe che fosse calore. Ma c’è freddo, e un prurito gorgogliante attorno alla ferita da coltello. 
Sa che potrebbe ucciderlo, che ne avrebbe ogni intenzione e forse tutte le ragioni. Sa che in quella violenza Setsuna trova conforto, sa che avrà la mano ferma e il cuore immobile.
Anche se è lui, lo stesso Neil Dylandy che ha scacciato i suoi avversari con precisa maestria, lo ha colpito al volto e lo ha difeso, lo stesso che gli ha quasi sparato. 
La vita come la conoscevano è svanita, e l’amore, che forse nessuno dei due ricorda nemmeno più, non ha significato.
Ma il sesso significa sempre qualcosa, anche se è sporco, violento, rancido, vischioso di sangue e sperma. Il sesso è solo il corpo che vibra e implode lentamente.
E se Neil Dylandy domani dovrà morire, liquefarsi nel dolore sordo e cieco delle fiamme della cabina di pilotaggio del suo Dynames, sarà con la gola invasa dal sapore di un essere umano, l’odore di qualcuno che vive, nelle orecchie incastrato il suono dei gemiti di un orgasmo.
Il suo orgasmo. L’orgasmo di Soran Ibrahim, il ragazzino curdo che ha ucciso la sua famiglia per un Dio che non esiste, non l’immobile sobrietà asettica di Setsuna F. Seiei.
Si lascia cadere in ginocchio, il viso a pochi centimetri dall’inguine dell’altro. La lama percorre il suo torace in una linea discontinua di sangue. Fino alla gola, dove si appoggia. Poca pressione per recidere la carotide e lasciarlo dissanguare sul parquet infestato di peli di gatto e polvere.
“Lockon” 
Nemmeno il suo nome dirà mai. 
Preme di più quando Neil sfrega il viso contro la cerniera dei suoi pantaloni.
Di più ancora quando la fa scorrere in basso, il rumore sordo della frizione della zip a interrompere l’unico silenzio reale nelle loro vite: quello teso e disperato dell’attesa della morte.
Preme ma trema, quando la bocca di Neil sfiora la stoffa della sua biancheria. Un respiro caldo, appena un leggero tremito sulle dita che impugnano il coltello.
“Lockon. Fermati”
Non esiste nemmeno il suo nome, nella vita di Setsuna.
Neil sospira, il collo che si gonfia e la lama che lacera la pelle.
“Puoi fermarmi soldato”
Puoi uccidermi, Soran Ibrahim, come hai ucciso i tuoi genitori. 
Perderai Lockon Stratos, forse, o forse ne troverai altri, uno dopo l’altro, con cui morire, per cui morire, sacrificarsi, diventare eroi immortali. Qualcuno di cui non conoscerai il nome e non ti importerà.
C’è un momento in cui Neil crede davvero che lo farà: mentre circonda con le dita la sua appena accennata erezione sotto la stoffa, fa scorrere i boxer dell’altro fino a metà coscia e l’acciaio della cintura gratta contro il muro, Neil Daylandy è certo di stare per morire. La lama affonda nella carne tenera del collo quel che basta per accendere fari di dolore nel suo cervello. Adrenalina e fuga, istinto di conservazione e resa. L’erezione che pulsa nel pericolo e nelle endorfine che cavalcano fra le vene.
Lo prende in bocca lentamente, sorpreso da se stesso. È sempre stato avido e frettoloso nel sesso. È il suo sangue nordirlandese eternamente spaventato dal pericolo di una bomba. Sempre di fretta, sempre sul piede di guerra. Sempre metodico e clinico.
Ma vuole sentirlo gemere, ansimare e tremare. Vuole che sia vivo.
Il coltello affonda ancora un po’, ma la mano di Setsuna trema di nuovo, non smette, gli ferisce il mento con la punta, e si ritrae a ritmo con la bocca di Neil.
Lo sente gonfiarsi e pulsare sulla lingua e contro il palato. Dentro di sé sorride.
“Lo…ckon” non è più una minaccia quella parola, mentre Neil spalanca la gola per accoglierlo fino alla base, le gambe di Setsuna che perdono l’equilibrio assieme alla ragione.
È certo che il Dio di Setsuna, e anche il suo, non vedrebbero in quell’amplesso dismesso e sadomasochista una glorificazione del loro operato. 
Nell’erezione del ragazzino che scivola fino in fondo alla sua gola e nel riflesso del vomito accantonato dalla sua mente, e nel suo pene eretto che gli sfiora lo stomaco, non c’è gloria per nessuno. E non perché sono due uomini, invertiti peccatori contro Dio e la Patria, ma perché non c’è amore, e non c’è conforto in quel piacere rancido. Solo dolore che si mescola ad altro dolore, due incoerenti carnefici di se stessi, vittime degli eventi, incompresi perdenti.
Setsuna lascia cadere il coltello in un clangore di resa e di piacere sofferente, le mani di Neil sui suoi fianchi esili da scolaretta, nervi tesi da combattente.
Respira rumorosamente, ma non emette suono.
Neil si ferma un istante, in attesa, i fianchi dell’altro che involontariamente si sporgono per cercarlo, le dita serrate fra i suoi capelli in disordine in una muta e insperata supplica.
Non fermarti ora. Non ora. 
Sorride di nuovo, ed è certo che Setsuna possa sentire le sue labbra tendersi attorno a sé. È certo che si sentirà umiliato e offeso, debole in quel bisogno disperato di raggiungere l’orgasmo che così pateticamente lo rende umano.
Un Gundam non prova piacere. Un Gundam non prova niente.
Lo coglie impreparato quando accelera il ritmo, l’intero corpo di Setsuna teso e contratto. Lo coglie impreparato quando lo sfiora con i denti, una minaccia, una dichiarazione di intenti, il gioco di potere a cui nessuno dei due sapeva di prendere parte.
L’orgasmo del ragazzino lo coglie impreparato. Coglie impreparati entrambi, a metà di un movimento, gli occhi di lui che si spalancano, ombrosi e dilatati, vitrei.
Si chiede se sia mai venuto, se si sia mai toccato, se abbia mai cercato nel sesso una pace di riflesso, uno specchio per le allodole, una tomba dei pensieri.
Ma c’è nell’espressione sconvolta di Setsuna una sorpresa completa, inaspettata e inspiegabile. Una disarmata resa. 
Neil resta in ginocchio di fronte a lui, guardandolo dal basso mentre, terrorizzato e infinitamente giovane, abbassa gli occhi. Soran Ibrahim, riesce a scorgerlo fra le nebbie dell’orgasmo.
È lui che vuole avere.
È in lui che vuole affondare fino a dimenticare anche le sue stesse resistenze.
Non Setsuna, ma Soran.
Scatta in piedi senza morbidezza, senza preavviso, lo lascia seminudo e fragile a tremare contro la porta. 
Lo vuole, ogni millimetro del suo corpo sembra convergere nella pulsazione del suo bassoventre, che svetta ancora dolorosamente. Ma sa che non può prenderlo con violenza. Sa che dovrà rinunciare al desiderio di supremazia sul suo corpo se vorrà goderne.
La divorziata del 43B ha voluto sperimentare il sesso anale, una volta. Attrezzata di vasellina aromatizzata a qualche strana pianta lenitiva comprata di contrabbando si è presentata da lui con l’espressione risoluta di chi sta violentando i propri desideri. 
Neil l’ha accontentata meccanicamente, sforzandosi di ignorare le lacrime di umiliazione mescolate ai suoi ansiti artificiali.
Non vuole rivedere quell’espressione negli occhi di Setsuna.
Vuole di nuovo quella sorpresa, quell’inerme stupore.
Credeva di volerlo dominare e possedere. Ma vuole solo stupirsi del suo stupore.
Quando torna dalla cucina Setsuna è ancora addossato al muro, inerte, lo sguardo fisso sul pene a riposo, gli occhi spalancati, il respiro irregolare, osserva la sua mano destra macchiata del sangue di Neil e il coltello appiccicoso sul parquet.
Osserva il tempo che è trascorso e il tempo perso.
E osserva lui, il barattolo di vasellina fra le sue mani, la sua nudità ormai familiare, che nessuno dei due nota nemmeno più. Neil si avvicina di pochi passi, di altri, di nuovi passi. Passi che non ha mai percorso prima di allora, passi verso qualcuno.
Lo bacia piano, leccandogli il contorno delle labbra, mordicchiando la pelle.
Setsuna non reagisce, la bocca leggermente dischiusa in quella sorpresa che sta scemando ad ondate  insieme all’orgasmo.
Gli fa scivolare via la maglietta di dosso, lasciandola cadere accanto al coltello.
La sua pelle, nella penombra, sembra blu scuro, di quella tonalità amara della notte fonda senza stelle. 
Lecca la mandibola, succhia la pelle del collo, la clavicola sporgente, il capezzolo.
Setsuna s’irrigidisce di nuovo, uno sbuffo esasperato gli sfugge dalle labbra mentre la mano di Neil lo circonda muovendosi piano.
Li masturba entrambi, lentamente, senza quella fretta radicata così prepotentemente nel suo DNA.
Setsuna non può scappare, perché deve conoscere. Deve capire fin dove il piacere può spingere un essere umano.
“Puoi fermarmi soldato” gli sussurra piano all’orecchio facendogli scorrere gli ultimi indumenti giù per le gambe fino alle caviglie.
Lo solleva dalle natiche, sessanta chili di ragazzo mingherlino fra le sue mani. La cintura tintinna e si acciambella sul pavimento assieme ai jeans e la biancheria.
Setsuna resta inerte, inerme, gli occhi ancora spalancati da qualcosa che sembra lieve paura.
Forse sa, forse intuisce che verrà violato dal corpo di un uomo, un altro uomo. Non uno qualsiasi, di quelli che gli promettevano qualche spicciolo quand’era bambino per vendere loro la sua verginità, ma qualcuno che, sorprendentemente per entrambi, ha smesso di tenere al proprio piacere più che al suo.
Continua a toccarlo mentre si muove verso il divano e quasi lo lascia cadere fra i cuscini. Quasi lo vede sparire, esile com’è, di quella corporatura flessibile e prepotentemente eccitante nel suo celare una forza immensa fra gli arti sottili. Si prende il suo tempo per osservarlo chiudere gli occhi e mordersi le labbra, vicino ad un altro orgasmo.
Non ora. Non ora.
Si cosparge l’indice di vaselina all’arnica, e la appoggia contro di lui, in un secondo di attesa.
“Puoi fermarmi soldato”
Setsuna lo fissa con quell’odio innocente di chi lotterà fino all’ultimo secondo contro l’evidenza di ogni fatto.
Mi vuoi dentro di te. Vuoi scoprire cosa si prova.
Fa scorrere dentro un dito, solleticando la resistenza della sua tensione e accelerando il ritmo dell’altra mano attorno all’erezione. 
Un dito, e poi un altro, e un altro ancora.
Il bacino di Setsuna svetta in alto in una contrazione involontaria. 
Non sarà mai pronto, ma Neil non riesce quasi più a respirare, l’eccitazione gli infiamma le tempie e la gola.
Si fa spazio dentro di lui con una spinta che è meno cauta di quanto avrebbe voluto. Più disperata e incerta di quanto avrebbe voluto.
Setsuna stringe le palpebre per trattenere una lacrima di dolore involontaria. Sangue si fa spazio fra i suoi denti serrati attorno al labbro.
Un lamento così impercettibile che quasi non riesce ad udirlo.
La sua umanità cristallizzata in un istante di dolore.
Resta fermo, una pulsazione calda e tremolante lo avvolge.
Non vorrebbe cercare la sua bocca, perché un’intimità come quella può solo indebolirlo, ma si trova a implorarlo di cedere, di abbracciare quella sofferenza e quell’invasione, di arrendersi e di ammettere quel piacere così rancido eppure lenitivo.
Il sangue di Setsuna sa di metallo mentre lo lecca via dal mento, e si muove lentamente dentro di lui.
Così lentamente che l’altro spalanca di nuovo gli occhi serrati.
Una spinta più profonda, e un’altra ancora, finché gli occhi del ragazzino si coprono di vitreo piacere, lo stesso che accende scintille di luce dietro le palpebre chiuse di Neil.
“Gemi Soran Ibrahim. Gemi per me” lo sussurra piano al suo orecchio, affondando definitivamente nel suo corpo come se volesse scinderlo in due parti e ricomporlo.
Raggiunge quel punto dentro di lui dove nemmeno la guerra, la morte e l’addestramento militare hanno potuto strappare via la sua umanità. Rozzo piacere fisico, debolezza e desiderio.
Risposte organiche alla sollecitazione, eppure reali e squisitamente umane.
Setsuna spalanca gli occhi facendo perno sul bracciolo del divano per invertire le posizioni.
È sempre un soldato, in fondo.
Lui lo osserva muoversi senza controllo, senza capire, scoprendo nei cambiamenti di posizione nuove smagliature di piacere. Lo sfregamento, il contatto, il calore.
È al limite, lo sono entrambi.
“Lock…” geme davvero, Setsuna F. Seiei, trasformandosi in qualcuno che non credeva esistesse, muovendosi scoordinatamente sopra di lui.
Gli precipita addosso, respirandogli sul collo ondate calde di spossatezza.
“Sono Neil, Soran Ibrahim. Io sono Neil…”
Sono Neil. Io sono Neil.
Lo afferra per i fianchi e lo immobilizza, spingendosi dentro di lui fino a dove il suo corpo riesce a mantenersi integro.
Setsuna gli graffia il petto gettando indietro la testa in uno scatto.
“Ne…Neil” l’orgasmo non lo coglie più impreparato, ma sembra strapparlo via “Neil!”
Sulla sua bocca sembra un lamento di dolore.
Riesce a resistere a malapena, Neil Dylandy, leggendo il suo nome fra le pieghe dell’orgasmo dell’altro. A malapena due spinte prima di crollare esausto.
Prima che Setsuna gli crolli addosso senza forze, il battito cardiaco che è quasi un’aritmia e le poche ossa sotto la pelle che tremano incontrollate.
“Torna” dice, l’accento della sua lingua morbida che sgomita fra le parole e lo eccita senza sfiorarlo “Torna”


Autore: Nadleeh

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