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Samurai Champloo

Torna alla regia Shinichiro Watanabe su una serie tv dopo aver raccolto il successo con Cowboy Bebop e la notorietà internazionale con Animatrix, con una produzione che raccoglie il meglio degli artisti che il sol levante ha partorito negli ultimi 5 anni e che riprende di molto e amplia l’aspetto registico già sviluppato nei precedenti lavori. Questo Samurai Champloo è sicuramente il fiore all’occhiello delle produzioni del 2004 e entrerà nella storia degli anime di questo decennio.

Lo dicono i nomi che ci hanno lavorato su, che annoverano artisti del calibro di Mahiro Maeda al mecha design delle armi (Vandread, Ao no Rokugo, Tenku no Escaflowne, Last Exile e Animatrix) e Kazuto Nazakawa al chara design (Ashita no Nadja, El Hazard, Landlock) nonché il soggetto del duo Dai Sato (Cowboy Bebop, Wolf’s Rain) – Shinji Obara (Maho Shojo Tai Arusu) che garantiscono la qualità anche per quel che concerne la sceneggiatura.

Ma quello che lascia tutti sorpresi è la regia di Watanabe che prende il sopravvento dai primi 5 secondi del primo episodio e non vi lascia scappare fino alla fine della serie. Una regia scratchata come se a dirigere la telecamere fosse un dj di hip-pop sempre pronto a muovere a proprio piacimento l’inquadratura con invenzioni a volte forzate ma di forte impatto visivo.

Ma di cosa parla questo Samurai Champloo?
Siamo nel periodo Edo, un periodo in cui il Giappone si trova ad isolarsi volontariamente dal resto del mondo per mantenere l’ordine costituito del Bakufu.
I samurai sono ancora i personaggi che fanno il buono e il cattivo tempo e la loro arte viene temuta e rispettata per tutta l’isola.

E’ un periodo di stallo, in cui la lontananza del potere statale lascia spazio alle piccole angherie dei signorotti locali che si ritrovano quindi a dominare nella maggioranza delle regioni nella metodologia classica medioevale.
In questo contesto storico nascono e crescono Jin e Mugen due spadaccini dal passato oscuro (che scopriremo con il prosieguo della vicenda come da prassi) e dalle peculiarità completamente opposte. Il primo istruito nella tecnica classica della spada dei samurai, in cui la meditazione e il silenzio e l’introspezione sono dei punti cardini per calmare gli istinti primordiali e dominarli per indirizzarli verso il colpo decisivo e il secondo invece sboccato, e facilmente irritabile, che fa dell’arte dell’improvvisazione il suo punto forte. Lo ying e lo yang, i due opposti che si annullano. Ne è dimostrazione il fatto che si incontrano e subito si vedono come rivali, ma che non riescono a superarsi, proprio perché eguali nella loro diversità. Ad unirli non può essere che una giovane ragazza, Fuu, alla ricerca di un fantomatico samurai che ha qualcosa a che fare con i girasoli. Sia dal punto di vista della sceneggiatura che da quello dell’analisi tecnica, la caratterizzazione di Fuu risulta azzeccata perché fa da collante alle vicende dei due ragazzi che indubbiamente risultano essere i veri protagonisti delle vicende narrate. L’eccentrico trio si ritroverà così a girovagare per il Giappone alla ricerca di questo Samurai trovandosi di fronte sempre nuove entusiasmanti avventure che piano piano ci illustreranno in maniera verosimile il periodo Edo.

Lo sviluppo della trama di Samurai Champloo è basato sul tentativo di traslare il modo di comportarsi dei giapponesi odierni nel periodo Edo e ciò rende il tutto buffo e allo stesso tempo accattivante. Trovarsi infatti dei bulletti che vengono introdotti da lacché che mimano movimenti di break-dance o beat hip-pop non fa che divertire e rende il tutto fruibile nonostante un appesantimento dovuto ai termini storiografici e tecnici che non si sono voluti omettere da parte degli sceneggiatori.

Le animazioni risultano essere molto fluide specialmente nelle sequenze di combattimento, in cui non si perde risoluzione nella colorazione dei personaggi come dell’ambiente circostante. Ottimi i chiaro-scuri e le ombre.

Le musiche tutte in chiaro stile hip-hop e r’n’b accompagnano egregiamente la serie. E’ indubbio che inizialmente faccia un po’ impressione ascoltare sonorità così tecnologiche in una ambientazione classica, ma appena ci si rende conto che la regia è fatta per quelle sonorità non si potrà fare a meno di ascoltarle.

La regia è il fiore all’occhiello di tutta la serie.

Watanabe in questo lavoro si è spinto un passo avanti nella sperimentazione di quanto aveva fatto precedentemente. Deformazioni e steady-cam sono utilizzate con consuetudine. Tagli di scene e renitroduzioni nelle stesse fanno pensare ad un montaggio caotico, schizofrenico sicuramente, ma voluto e incredibilmente ben fatto. Un qualcosa che sicuramente verrà ripensato dai registi futuri.

Per concludere questo Samurai Champloo è un anime che risulta peculiare per il suo taglio registico, ma che gli appassionati di Watanabe intenderanno come passo successivo nel percorso del regista. Percorso che magari lo porterà alla follia, ma che ci sta riservando dei piccoli e grandi capolavori che apprezziamo seduti sulla nostra poltrona.

Recensione di Massimo Valenghi

Samurai Champloo, 5.0 out of 5 based on 11 ratings

Autore: Pufferbacco

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